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STORIE E RACCONTI EROTICI
VIETATI AI MINORI DI 18 ANNI
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STORIE IGNOBILI


VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI
PRECIPITATA ALL’INFERNO.
NOTE:
“Chissà come sarebbe stata la mia vita se non fossi rimasta ostaggio di questa.”
(Fabrizio Caramagna)
DA UNA STORIA VERA
Non è una bella storia, la mia confessione è una narrazione in cui io cado nell’inferno della perversione e della lussuria, dove avviene la perdita della mia filosofia morale comportamentale e spirituale, e la mia trasformazione erotica e psicologica. Questa mia narrazione esprime il desiderio di portarvi a conoscenza della mia trasformazione e di accettazione e intendo questa mia confessione come un atto di purificazione e di liberazione da un peso interiore che ho dentro.
A volte nella realtà capitano avvenimenti improvvisi che cambiano la vita di una persona. Vi voglio narrare la mia storia, la storia di una ragazza che senza volerlo si è trovata proiettata in un mondo che non gli apparteneva e pensava esistesse.
Oggi sono una donna 35 enne, mi chiamavo Michela, perché oggi il mio nome è un altro. Non so perché i miei genitori mi dettero questo nome che non mi è mai piaciuto, lo ritenevo troppo maschile, ma non pensavo proprio di cambiarlo nella circostanza che è avvenuta. Forse mia madre aveva seguito qualche telenovela dell’epoca con l’interprete femminile che l’aveva conquistava e si chiamava così, oppure semplicemente perché le piaceva il nome e come tante mamme lo avrebbe voluto per lei e l’aveva dato a me.
Quando accadde la storia che sto per narravi avevo 23 di anni, accadde tutta in una sera iniziò la mia precipitazione all’inferno.
Ero una bella ragazza castana, alta e snella, dai bei lineamenti e portamento come capita a poche ragazze fortunate, avevo un buon atteggiamento esteriore e la maniera di comportarmi educata e un fisico da modella con gambe lunghe e affusolate, ed ero molto espressiva e empatica. Mi ero lasciata da pochi mesi con il ragazzo che frequentavo, ma lo amavo sempre, si chiamava Paolo, eravamo stati insieme cinque anni, dal liceo, ma poi per incomprensioni c’eravamo lasciati. In quel periodo studiavo giurisprudenza all’università, ero al quarto anno e al termine dell’anno accademico con la mia amica Giulia compagna di corso decidemmo di andare in vacanza.
Andammo quindici giorni alle Canarie a svagarci, ci divertimmo davvero, corteggiate dai ragazzi locali e dai turisti. Anche la mia amica Giulia era molto bella, poco più bassa di me, bionda naturale con gli occhi chiari ed eravamo entrambe di Vercelli.
Quando rientrammo c’era brutto tempo e pioveva a dirotto a Milano e nel nord. Oltre la paura di volare io ero stata male durante il volo per i vuoti d’aria che mi terrorizzavano. Giungemmo all’aeroporto della Malpensa che era sera tardi intorno alle 23,00 circa, prima di andare al check a prendere i bagagli mi fermai adesa al muro interno dl terminal, avevo nausea per la tensione del volo e mi rilassavo compiendo una respirazione lunga e profonda, la mia amica Giulia guardandosi attorno disse:” Laggiù c’è il distributore, ti vado a prendere qualcosa, una bibita fresca…”
Io restai adesa al muro vicino alla toilette di fronte alla sala d'aspetto e all'area delle porte d'imbarco e guardandomi attorno vedevo solo turisti indaffarati tra loro o con i figli che si dirigevano al check o persone di passaggio, e un uomo seduto nella nell’area d’attesa che mi guardava fissa, mi osservava in modo insidioso, direi quasi molesto. In quel momento arrivò Giulia la mia amica con la bottiglietta dell’acqua, diedi una sorsata e poi dissi:” Andiamo in bagno a rinfrescarci e a metterci in ordine poi passiamo al check.” Con quell’uomo sempre seduto che mi guardava e osservava anche la mia amica con lo stesso sguardo, come se ci ammirasse, ci studiasse. Mi dava fastidio:” Sarà qualche pervertito …” Pensai:” … ci scommetto che quando usciamo si fa avanti a dirci o a chiederci qualcosa.”
Come detto entrammo nella toilette a rinfrescarci e quando fummo dentro dissi a Giulia sorridendo:” C’è un tizio seduto fuori che ci osserva con insistenza…quasi morbosità, le manca solo la bava alla bocca…”
“Ah sì! Fammi vedere chi è…” Rispose divertita. Ma quando uscimmo, non c’era più.
“Dov’è?” Domandò.
“Non c’è più!” Risposi. “È andato, via…”
“Forse l’abbiamo spaventato… o ha capito che siamo irraggiungibili per lui…!” Disse spiritosa.
“Può essere…” Replicai. E non ci facemmo più caso.” Probabilmente ci guardava per curiosità!” Pensai anche se il suo osservarci era penetrante.
Andammo alla sala indicata sui monitor aeroportuale con i nostri biglietti per il ritiro bagagli sui nastri trasportatori (chiamati anche "carousels"). Prendemmo i nostri trolley e poi guadagnammo l’uscita.
Fuori pioveva dirotto, i tassì era no presi d’assalto e non riuscivamo a prenderne uno. Un tipo si fermò con il minibus o una navetta di quelle che svolgono servizi di trasporti per persone o di tranfer per gruppi, da e per gli aeroporti di Milano. Il conducente scese: “Dove andate?” Chiese.
La mia amica Giulia subito rispose: “Vercelli.”
“Bene, ci devo passare sono trenta euro a testa… “E con la portiera scorrevole della guida aperta allungando il braccio prese il microfono della radio detta baracchino e mentre noi eravamo fuori sotto la pensilina e la pioggia, chiamò la centrale operativa dicendo: “Si faccio l’ultima corsa a Vercelli, due passeggeri e poi rientro… ci risentiamo domani mattina.” E chiuse.
Io ero titubante, non mi faceva una buona impressione quel tizio in camicia e jeans ma lui dichiarò:” Se volete vi ci porto…” E aprì la portiera scorrevole posteriore per i passeggeri invitandoci a salire, pioveva forte, i tergicristalli andavano avanti e indietro, ero indecisa a salire, avrei preferito un taxi, non so perché.
Lui vedendo la nostra esitazione disse:” Fate come volete, sono le 23.00, io sono l’ultimo e questa è la corsa conclusiva, fino a domattina non ce n'è saranno altre…” E come leggendomi nel pensiero proseguì:” … se troverete un taxi spenderete tra i 150 e i 200 euro, per 80 km di distanza oppure vorrà dire che stanotte invece che a casa dormirete nella sala d’aspetto…con i barboni …” E rise.
Fece per tirare la portiera scorrevole e chiuderla, quando la mia amica Giulia all’improvviso disse:” Va bene...va bene per trenta euro a testa, ci porti a Vercelli e salì. Io seppur contrariata feci lo stesso di conseguenza, dietro di lei, lui prese i bagagli e sotto la pioggia che veniva giù a dirotto li mise nello sportellone dietro.
Quando fummo sedute dentro alla navetta, sedendosi al posto di guida si voltò con la testa verso noi e con un sorriso idiota disse:” Io mi chiamo Antonio…”
“Io Giulia e lei Michela…” Disse la mia amica.
“Siete state fortunate a incontrare me, è l’ultima corsa fino a domani mattina non ce n’è più e la sala aspetto dell’aeroporto anche se c’è la polizia non è il posto migliore per passare la notte, non è raccomandabile- Così partimmo, noi due sedute dietro sul sedile e l’autista alla guida.
Il viaggio proseguì guardando fuori nel buio tre la pioggia e le luci sfocate dei lampioni e di qualche casa in lontananza. Prendemmo l’autostrada e mentre io mi leggevo i messaggi sullo smartphone, Giulia ascoltava la musica con le cuffie.
Da Milano a Vercelli il percorso fu tranquillo, parlavamo tra di noi intanto che lui guidava e in poco meno di un’ora arrivammo a Vercelli, vedemmo i cartelli della segnaletica, ma con nostro stupore invece di mettere la freccia e imboccare l’uscita per il casello come indicavano le segnalazioni e uscire per andare in città, proseguì nell’autostrada.
Ce ne accorgemmo e alzandoci in piedi gli domandammo:” Ma che fa? Vercelli lo abbiamo già passato, perché non è uscito?”
“State tranquille… compio il giro lungo perché stanno facendo dei lavori al casello ed è chiuso…”
“Ma non c’era nessun cartello che segnalava che era chiuso.” Disse Giulia preoccupata:” Ci porti in città e faccia scendere…!”
“Ma facciamo soltanto una deviazione è soltanto mezzanotte e mezza...” Disse con un sorriso beffardo proseguendo. Ma guardandoci nel viso tra noi Incominciammo a insospettirci.
Vedendo che io stavo cercando di chiamare qualcuno con lo smartphone accostò in una piazzuola, senza dire nulla venne dietro passando dall’interno, dal posto di guida all'area passeggeri della navetta, lo prese per togliermelo dalle mani…:” No…ma che fa? Chiamo aiuto!” Esclamai.
Inaspettatamente mi diede uno schiaffo forte e melo strappò dalle mani, poi mi prese per la gola e strinse… Misi le mie mani sul suo avambraccio per fermarlo, ma non ci riuscivo, mi stava strozzando…
“La lasci...!” Gridò Giulia colpendolo al volto con le chiavi, facendole male e graffiandolo, ma lui con una manata la spinse facendola cadere tra i sedili passeggeri tirandole un calcio…
Appena mi lasciò la gola portai la mano a lenire la stretta, a massaggiare il collo e lui allungando la mano disse a Giulia:” Dammi il tuo smartphone!”
Intimorita glielo passo e quando lo ebbe si voltò verso di noi dicendo:” Allora se volete arrivare a destinazione sane e salve con il vostro bel faccino perfetto ubbiditemi, se non vi ammazzo e vi caccio lungo l’autostrada…” Facendoci vedere la lama di un coltello.
Guardai fuori, l’autostrada era deserta, passava veloce qualche macchina incurante di noi. Si avvicinò con un recipiente dicendo:” Mettete qui dentro tutto quello che avete di valore, carte di credito, collanine, orologi, anelli tutto quanto …” E così facemmo minacciate e impaurite, convinte di trovarci difronte un rapinatore.
Poi prese delle fascette da elettricista e mi legò per i polsi lo stesso fece con Giulia e ci fece sedere una affianco all’altra dicendo:” State ferme qui perché io dallo specchietto vi vedo. E la prima che si muove le prende, la picchio e le regalo un bel taglietto in faccia.”
Ritornò avanti nel posto guida, si risedette e partì. Eravamo prigioniere di quell’uomo con i polsi legati.
In quel momento ci guardammo io e Giulia con una espressione sconvolta e preoccupata e lei ansiosa sussurrò:” È un maniaco Michela, ci violenterà e poi ammazzerà!” Spaventata e pallida.
“Non sappiamo se è un maniaco…” Dissi io…” Magari è solo un rapinatore che vuole i nostri oggetti di valore… Visto che si è preso tutto.”
“Dici che sia solo un rapinatore e non ci farà niente? Speriamo! Ma lo è hai visto che occhi? Per me ci porterà da qualche parte si divertirà e poi ci ammazzerà.” E mormorò quasi piangendo: “Non voglio morire Michela… non voglio!”
Ero preoccupata anch’io, poteva essere benissimo un maniaco che ci voleva violentare e ammazzare e preoccupata a quel punto, mentre guidava fui io a domandargli:” Chi è lei? Un rapinatore?” Sorrise.
“Cosa vuole da noi? Soldi? “Disse Giulia spaventata con la bocca leggermente contratta e tesa:” Ci vuole ammazzare?”
“No…non vi ammazzo…” Rispose lui guardandoci attraverso lo specchietto:” … voglio i soldi che avete e se fate quello che dico vi lascerò sull’autostrada e ritornerete sani e salvi a casa...”
“Gli daremo tutto quello che abbiamo…” Ribatté Giulia. Lui sorrise.
E mentre guidava dissi a Giulia per calmarla:” Vuole i soldi!”
Lui sentendo sempre guardandoci attraverso lo specchietto retrovisore disse: “Si, il prossimo svincolo usciremo dall’autostrada e una delle due andrà al bancomat a ritirare tutti i soldi che ha e farà lo stesso anche con la scheda dell’altra. Ci fu una pausa di silenzio poi mentre la pioggia batteva sulla navetta disse a me:” Andrai tu! E se ci metterai più di cinque minuti a ritirare i soldi, parto e ti lascio dove sei e la tua bella amica Giulia la troveranno la mattina dopo ammazzata in qualche campagna.”
Ci prese lo sgomento.
“No…” Disse Giulia:” La prego le daremo quello che vuole ma non ci ammazzi.”
Ma lui rivolgendosi ancora a me dichiarò: “Quindi sei avvisata, la vita della tua amica dipende da te. “
Avevo gli occhi lucidi, guardai Giulia anche lei con gli occhi lucidi e la voglia di piangere e ci toccammo con le mani come a stringercele per conforto.
“E’ solo un rapinatore …” Dissi io:” Se facciamo quello che dice non ci farà nulla.”
“Ci lascerà andare?” Mi chiese con voce lamentosa piagnucolando.
“Penso di sì.” Risposi.
Mentre guidava e noi eravamo in silenzio dietro prese gli smartphone, una alla volta li aprì, tolse la batteria e strada facendo mettendosi sulla corsia di sorpasso a distanza un pezzo alla volta lungo il percorso li cacciò dal finestrino del guidatore sul margine della strada o oltre il guardrail, sotto la pioggia.
“Perché ce l’ha gettati via!” Domandai.
“Per non farvi venire l’idea di riprenderli e chiamare qualcuno… ora il problema non c’è più non essendoci più gli smartphone, con voi ragazze giovani non si sa mai, poi tu brunetta sei la più curiosa e mi sembri la più imprevedibile…” Mi disse.
Appena giunti ad Alessandria mise la freccia e uscì dal casello autostradale ovest e dopo dieci minuti di strada libera per l’ora e la pioggia arrivammo in una piazza del centro dove c’era una banca, si fermò molto distante con la navetta a circa 70-80 metri, si alzò, venne dietro da me e mi tagliò la fascetta che mi legava i polsi dicendo: “Ora ti ridò le carte di credito, vai allo sportello e prelievi il massimo possibile…sia dal tuo conto corrente che da quello della tua amica biondina.”
Interrompendolo dissi:” Il massimo che si può prelevare sono mille euro signor Antonio…”
“Bene!” Disse:” Mille per ognuna fanno duemila euro, va bene… mi accontento.”
“Ricorda… se ci me ci metti più di dieci minuti o ti vedo trafficare o parlare con qualcuno parto e ti lascio lì e la tua amica la porto via con me e non la vedrai più, leggerai di lei sui giornali di donami, che l’anno trovata sgozzata in qualche campagna…. “Dichiarò con un sorriso maniacale che ci spaventò, aggiungendo:” La sua vita dipende da te!”
Giulia mi guardava terrorizzata e implorante:” Stai tranquilla Giulia che torno cerco di fare il più presto possibile, non ti abbandono, non ti lascio sola … Probabilmente è un rapinatore, vuole i soldi, noi glieli daremo e vedrai che dopo ci lascerà andare…”
“Speriamo, ma ho paura! “Disse Giulia con gli occhi umidi…” Fai presto Michela ti prego, non lasciarmi sola con quell’uomo.”
“Si…sì…stai tranquilla!” Risposi. E L’abbracciai.
“Brava!” Disse quell’Antonio. “Tieni, qui c’hai l’orologio e le due carte di credito, la tua password la conosci a memoria, qui c’è una penna segnati sul palmo della mano quella della tua amica Giulia… “E rivolgendosi a lei la sollecitò Antonio:” Digliela!” E Giulia tremante mi disse la sua password che segnai sul palmo della mano.
Una volta avuta subito mi esortò: “Vai ora! E ricorda! Dieci minuti e non un secondo di più, hai l’esistenza della tua amica è tra le tue tra mani. La sua vita dipende da te! E non pensare che scherzo o non ne sia capace… “Affermò mostrandomi coltello a lama lunga. Giulia piangeva in silenzio con l’espressione disperata.
All’improvviso apri il portellone e mi fece uscire:” Ricorda dieci minuti e partiamo.”
Feci una corsa, attraversai la piazza deserta, l’orologio segnava le due. Da dove era posizionato lui mi vedeva, vedeva la banca. Andai subito al bancomat e prelevai prima con la carta di credito mia mille euro e poi con quella di Giulia altri mille euro, mentre la telecamera della banca mi riprendeva. Provai a fare qualche faccia strana, ma avevo paura, i minuti sembravano passare in fretta. Quando uscii, guardai la piazza e la strada di fianco, potevo scappare, correre verso il centro, nelle stradine e non mi avrebbe preso, fui tentata di farlo, ma poi pensai a Giulia alla sua paura e prevalse il senso di amicizia e solidarietà, anche perché io lo ritenevo un rapinatore che avuti i soldi ci avrebbe mollate da qualche parte e lasciate andare. Così correndo feci la pizza a ritroso e tornai indietro, lui aprì il portellone e salii dicendo:” Ecco tenga, sono duemila euro…”
“Bene!” Rispose, prese un’altra fascetta di plastica e me la strinse nuovamente ai polsi rifacendomi sedere accanto a Giulia che mi guardò con gli occhi lucidi è un sorriso.
“Vedrai che finirà tutto bene Giulia. Ora ha quello che voleva i nostri soldi!” Dissi, lei piegò il capo e l’appoggiò alla mia spalla con le lacrime agli occhi in segno di affettuosità. Era meno forte di me, anch’io avevo paura ma cercavo di ragionare e controllarla.
E Ripartimmo.
Poco dopo sedute dietro lo rivedemmo prendere l’autostrada ma non verso il ma verso Genova:” Dove ci porta? Ora ha avuto quello che voleva, perché non ci lascia andare?!” Disse Giulia.
“Si vi lascio andare, ma prima devo arrivare fino a Savona e poi ritorno indietro…”
“A Savona?!” Ripetei io:” Ma noi cosa ci veniamo a fare… ci lasci da qualche parte?”
“Se vi lascio prima, mi denunciate e mi fate bloccare in autostrada... è per questo che vi porto con me, ma state tranquille che poi vi riporto indietro nella vostra provincia.”
“Ma perché? Ci lasci qui!” Disse Giulia:” Non la denunceremo… non diremo niente a nessuno.”
“Eh no bellina, le precauzioni non sono mai troppo, in un’ora siamo a Savona e un’altra ora siamo indietro e quando albeggerà sarete in viaggio verso casa vostra …” E mentre guidava nel buio verso Genova, si vedeva soltanto la strada illuminata dai fari della navetta davanti a noi. Speravo tanto di incontrare qualche auto della polizia o dei carabinieri, ma niente:” … Quando servono non ci sono mai.” Pensai
“Vi metto un po' di musica cosi il viaggio sarà piacevole e vi renderà allegre!” E accese lo stereo…
“Speriamo che passino in fretta queste due ore…” Sussurrai impensierita e intimorita a Giulia…” Non vedo l’ora che albeggi, che arrivi il giorno e che ci lasci da qualche parte.
“Anch’io!” Disse lei terrorizzata.
Per rompere la tensione e la sua voglia di piangere pronunciai: “Certo che tra tutte le situazioni che ci sono capitate in vacanza, questa quando la racconteremo non ci crederà nessuno…rapinate in autostrada.” Abbozzando un sorriso per fare sorridere anche lei.
Sotto quella pioggia, nella guida notturna in autostrada quel tipo conduceva con attenzione e precauzioni per garantire la sicurezza. La visibilità notturna era ridotta, in alcuni tratti la pioggia veniva giù talmente forte che non si vedeva nulla, in altri diminuiva da sembrare nebbia. Lui riduceva la velocità per avere una visualità profonda e mantenere una distanza adeguata dagli altri mezzi che a volte avevamo davanti. Evitava i sorpassi inutili che notturni erano pericolosi a causa della scarsa visibilità, del rischio di abbagliamento e dell’asfalto bagnato e accelerava dove poteva adattando la velocità alle condizioni meteo. Usava poco i fari abbaglianti più che altro per non essere visto e non avvertiva stanchezza o sonnolenza.
Cantava anche lui insieme allo radio, tutte canzoni degli anni 80-90. Arrivati a Voltri smise di piovere e svoltò a destra verso la Francia e quindi verso Savona e dal finestrino vedevamo il mare scuro.
Giulia disse:” Signor Antonio, devo andare in bagno, mi scappa da urinare.”
“Anch’io!” Mi accodai alla sua richiesta.
“Dai mezz’oretta e siamo arrivati e poi potrete pisciare quanto volete!”
“Ma non si può fermare qui in qualche piazzola che la facciamo lì?” Dissi io guardando Giulia.
“Mi piacerebbe sai… farvi scendere una alla volta, tirarti giù le mutandine e farti urinare davanti a me… Ma è troppo rischioso, potreste scappare. Dai che tra un’oretta ripartiamo e vi riporto a Vercelli. “Pazientate...
Durante il viaggio verso Savona si fermò alla pompa self più lontano possibile dal bar a fare il pieno per il ritorno. Approfittai e dal finestrino feci segni a una famiglia tedesca con i bambini dietro che dormivano in auto, fermi poco lontano da noi, mi guardarono, gli feci vedere i polsi legati, aprii la bocca larga larga, gridai help… aiuto… ma non capirono. Credo che pensarono che li prendevo in giro.
Lui però se ne accorse, smise di fare benzina, salì sulla navetta e mi riempì di sberle in testa da farmi male e farmi piangere, era fuori di sé. Prese il coltello ci fece vedere la lama e prendendomi per i capelli e appoggiandomelo in gola disse: “Adesso a te che mi hai rotto i coglioni ti taglio la gola e ti caccio in qualche cunetta. Io piangevo avevo la lama alla gola e le lacrime che mi scendevano e ripetevo:” No…no…non lo faccio più non lo faccio più…”
“No.…non lo faccia!” Intervenne Giulia piangendo.
“Allora mi ubbidite? State brave e tranquille?”
“Si ...sì!” Rispondemmo:” Saremo brave e faremo quello che dice…” Esclamai con le lacrime agli occhi.
“Anche tu stronzetta bionda.” Disse a Giulia prendendola per i capelli e tirandoglieli con forza facendole sentire la lama sulla gola. Poi la staccò, ci lasciò sedute piangenti e tornò giù a finire di mettere benzina e la pompa a posto, risali e partimmo.
E strada facendo nel nostro silenzio terrorizzato disse: “Perché dovete farmi incazzare, fare tanto casino e rischiare la vita? Vi ho detto che all’alba sarete in viaggio per tornare a casa… Meno di un paio di ore.”
Sconvolte restammo in silenzio e non dicemmo più nulla.
Giunti a Savona uscì dal casello autostradale e invece di girare verso la città, con nostro stupore osservando la cartellonistica si portò verso il porto di Vado Ligure, spense la radio e entrò facendo alzare la sbarra, digitando un codice e veloce si diresse verso un hangar di merci minacciandoci:” Voi fate sempre quello che vi dico io se no le prendete…o finite male.”
Non capivamo perché ci portasse lì, era notte fonda, forse Le tre o le quattro, e buio.
Davanti all’hangar si fermò, scese, con il comando che c’era nella colonnina adiacente fece aprire le grosse serrande lateralmente, entrammo, scese e con la colonnina interna le richiuse, risalì sulla navetta e tra casse e cassoni ci portò in fondo al capannone.
Arrivato spense il motore andò verso il muro e accese le luci generali soltanto nella nostra zona e ci fece scendere… Piangevamo, avevamo paura, Giulia continua a dirmi:” E’ un maniaco, se no perché ci avrebbe portato qui? Vedrai che ci violenta e poi ci ammazza…”
Con il suo modo di fare e di dire Giulia metteva paura anche a me che ero già spaventata di mio, anch’io ero preoccupata e dietro a lei anch’io iniziai a pensare davvero che fosse un maniaco che volesse farci del male, violentare e poi ucciderci…
Ci fece scendere, eravamo una vicina all’altra dalla paura, con i polsi legati dalla fascetta. Tirò fuori il coltello e ci spaventò, ci porto davanti a una porta che aprì con la chiave e tagliando le fascette ci fece entrare dicendo:” Questo è il bagno, fate i vostri bisogni, pisciate tranquillamente, ci spinse dentro e chiuse a chiave lasciandoci dentro. Il bagno era piccolo, sarà stato due metri per uno, solo un water senza copri asse e un lavandino. Per prima cosa urinammo, liberandoci dal peso nella vescica che non sopportavamo più con lunghe minzioni una davanti l’altra, era da Malpensa che non urinavamo più. Ci lasciò chiusi dentro a chiave e in piedi parlando tra di noi ci facevamo coraggio. Dopo dieci minuti aprì la porta e ci passò una confezione per tingere i capelli biondi e un asciugamano:” Questo è per te moretta, tingiti i capelli biondi…fatti aiutare dalla tua amica.”
“Perché devo tingermi di biondo!” Domandai stupita
“Perché si! Perché te lo dico io, o vuoi prendere tante sberle e poi farlo lo stesso…?”
A quelle parole brutale che minacciava violenza su di spaventata e preoccupata risposi:” Si lo faccio…Ma volevo solo sapere perché devo tingermi di biondo?” Ripetei io.
“Perché prima di lasciarvi andare voglio vedere come stai bionda…” Aggiungendo:” Non scherzate con me, fate quello che vi dico… Se tra mezz’ora torno e non sei bionda la tua amica farà una brutta fine…” Facendo leva sule paure di Giulia che iniziò a dire:” Fallo! ...Fallo dalla cosa ti cosata tingerti i capelli di biondo, ti aiuto io…”
E una volta che richiuse la porta a chiave Giulia spaventata cominciò a ripetere:” Te l’ho detto che è un maniaco… gli piacciono le bionde… io sono bionda e ora vuole anche te bionda.”
“Piantala Giulia…” Replicai spaventata anch’io e infastidita della sua paura che la trasmetteva anche a me:” … piuttosto aiutami a tingerli cosi non ci farà del male…”
Così con l’asciugamano sulle spalle misi la testa sotto il rubinetto e li bagnai con l’acqua fredda e poi aiutata da Giulia spalmai la crema dappertutto, amalgamandomela lei con le dita. Non so quanto tempo la tenni, forse 15 minuti, forse 20, secondo le istruzioni della scatola della confezione, poi aiutata da lei e facendo attenzione agli occhi la risciacquai. Sempre aiutata l’asciugai e poi li lasciai sciolti sulle spalle umidi…
“Sei diventata bionda…” Disse Giulia guardandomi:” Un biondo scuro, ma sei bionda… È scuro perché sono bagnati, ma si vede dai riflessi che sei bionda.”
Mi guarda allo specchio sopra il lavandino, era vero, non mi riconoscevo quasi più ero bionda scura con gli occhi nocciola, non mi ci vedevo:” Non mi ci vedo così!” Dissi:” Stavo meglio prima, non capisco perché vuole vedermi bionda?”
“Ma non stai male, è un biondo scuro anche perché sono ancora bagnati.” Ripeté lei.
“Ma anche se fosse un biondo chiaro non mi piacerebbe lo stesso.” Risposi:” Preferisco il mio colore naturale castano chiaro…”
Dopo altri dieci minuti tornò, aprì la porta del bagno e ci fece uscire, mi guardò e non disse nulla, soltanto qualcuno di voi due ha qualche tatuaggio da qualche parte? Avete tatuaggi nascosti?”
“Sul corpo intende?” Domandai.
“Si!” Disse autoritario con la faccia cattiva.
“No, non ne ho, non mi sono mai piaciuti …” Risposi.
“E tu? “Chiese rivolgendosi a Giulia. Lei restava in silenzio.
“Allora ce l’hai o non ce l’hai qualche tatuaggio?... O te lo devo cercare io…”
“Uno piccolo!” Esclamò all’improvviso:” Un fiore…”
“Un fiore? ...Dove?”
“Nel sedere.” Pronunciò.
“Va bene.” Disse lui. A me spinse all’improvviso di nuovo dentro la toilette e a lei prendendola per un polso la tiro a sé, chiudendo la porta in modo violento con due giri di chiave lasciandomi dentro.
Sentivo oltre la porta Giulia piangere e chiedergli:” Cosa mi vuol fare? Mi vuole violentare? Aiuto… Michela aiutami!”
E lui dire:” Stai zitta, mi piacerebbe chiavarti, ma non ti voglio fare niente!”
“E anch’io sentendo che piangendo mi chiamava, dall’interno mi misi a piangere e sbatterei pugni sulla porta gridando:” Lasciala stare… Lasciala stare bastardo cosa le vuoi fare? Guai a te se ci tocchi…” Era la disperazione che mi faceva gridare e piangere. Ci avevano separate e la paura aumentava, fino a quel momento nella disgrazia eravamo restati insieme…
Sentii da dietro la porta la voce di Giulia allontanarsi lamentandosi e diminuire di intensità e dopo alcuni minuti a distanza in tono ovattato gridare forte…
“Ma che le stai facendo…Lasciala bastardo.” Urlai picchiando pugni sul legno interno della porta piangendo.
Poi mi sedetti nel vaso senza copri asse e in silenzio piansi. Ma dopo una decina di minuti, sentii la chiave infilarsi e girare nella serratura e la porta aprirsi e appena lo fu, lui con una spinta getto dentro Giulia piangete, che mi abbraccio.
Piangeva:” Giulia…” Dissi guardandola in volto:” …che ti ha fatto quel bastardo?” Domandai consolandola e confortandola:” Ti ha violentata?”
Con gli occhi umidi scosse la testa e poi disse:” No… Mi ha portato in una cucina e con un ferro riscaldato sul gas mi ha bruciato il tatuaggio ...”
“Ti ha bruciato il tatuaggio? “
“Si e poi mi ha medicato, mi ha messo una crema e un cerotto sopra la bruciatura.”
“E perché avrebbe dovuto farlo? Bruciartelo?” Domandai a lei e a me stessa…
“Non lo so! Anzi …anzi… sì!” Pronunciò singhiozzando, cosi quando mi troveranno morta, non potranno identificarmi… Te l’ho detto che è un maniaco.” E continuò a piangere.
“Ma mi sembra strano Giulia…” Affermai” Ti ha bruciato il tatuaggio e te l’ha anche medicato con la crema e la garza. Strano comportamento.” Dissi io.
Dopo circa dieci minuti intanto che preoccupate parlavamo aprì ancora la porta dicendo in modo autoritario:” Uscite!” Appena fummo fuori ci portò in un punto vicino al muro bianco dicendo:” Spogliatevi nude!”
“Te l’ho detto che è un maniaco…” Mormorò Giulia impaurita…
“Perché dobbiamo spogliarci nude?” Chiesi io.
“Perché te lo dico io stronzetta …” Rispose.
“Ma nude?” Mormorò Giulia più propensa di me a ubbidirlo.
“Si nude…!” Ripeté armeggiando un coltello.
Lentamente con imbarazzo e vergogna non potendo fare diversamente ci spogliammo, prima la maglia io e Giulia la camicetta, poi entrambe la gonna, il reggiseno e le mutandine, restando completamente nude al suo sguardo che ci scrutava il corpo le mammelle e il sesso che cercavamo di coprire con la mano e l’avambraccio-
Appena fummo nude disse:” Via le mani, non copritevi, togliete anche i sandali e mettevi queste scarpe bianche con tacco alto da dieci centimetri…” Ubbidimmo, non potevamo fare diversamente. Le calzammo, erano maggiore di almeno una misura del nostro piede. I piedi ci ballavano dentro, pensai che non conoscendo la misura ce le avevano date per caso più grandi. Eravamo nude su quelle scarpe bianche a tacco alto.
“Sciogliete bene i capelli, anche tu che sono ormai asciutti…” Disse a me. “Ravvivatile con le dita.”
“Mettete le braccia lungo i corpo…” Disse ancora e mentre noi eseguivamo, andò alla navetta, aprì la portiera e all’improvviso accese i fari su di noi che ci luminarono a giorno, ed esclamò: “Figa pelosa… gambe lunghe, seno armonioso e proporzionato al corpo. Ora giratevi…”
Ruotammo mostrando la parte posteriore del corpo, il retro cosce, la schiena e il sedere:” Si, dei bei culetti…” Mormorò ancora aggiungendo:” Belle, bionde e bianche…” E ci fece rigirare davanti.
Fu in quel momento che pur con la luce dei fari negli occhi che ci abbaiava vedemmo vicino a lui un uomo, non era alto e aveva il viso orientale.” A quel punto pensai anch’io che quell’uomo orientale ci avrebbe stuprate…che lo avesse pagato per farlo. Ma lui dopo averci guardate bene, senza parlare fece un segno affermativo con il capo all’autista Antonio e se ne andò.
Lui sii avvicinò a noi dicendo:” Tra un po' tutto finito, riprenderete il viaggio, però voglio un ricordo da voi. Arrivò con una scatola di scarpe, l’aprì e c’era una forbice, fili ci capelli arrotolati, carte di credito e d’identità di varie ragazze e fra quelle riconobbi anche le nostre, saranno state una ventina. Si avvicinò a Giulia e le tagliò una ciocca di capelli mettendola vicino al suo documento… poi lo stesso fece con me.
“Ecco l’arcano spiegato…” Pensai:” … questo dimostra che è un feticista, si tiene i documenti, ciocche di capelli per poi guardarseli e magari masturbarsi e questo spiega anche le scarpe con il tacco alto e i capelli biondi.”
Chiuse la scatola e la mise via dentro la navetta.
“E’ un maniaco feticista.” Dissi a giulia:” Un perverso.”
In quel momento disse:” Rimettevi soltanto le mutandine e il reggiseno, i vestiti li metterete dopo.” Lo facemmo, restammo in mutandine e reggiseno e ci fece segno di seguirlo lasciando gli abiti a terra.
Ci riportò davanti alla toilette, ci fece entrare e ci chiuse dentro e se ne andò. Noi iniziamo a parlare di noi, della nostra paura, oramai eravamo convinte che fosse un maniaco vero, ma dopo pochi minuti mentre chiacchieravamo sentimmo aprire la porta, ci guardò freddo, allungò la mano e prese per il braccio la mia amica Giulia e la tirò forte verso di sé chiudendo subito la porta a chiave, mentre lei gridava:” Cosa fa? Dove mi porta? No! ...Ho paura…Michela… Michela…!”
A quel punto mi misi a gridare anch’io in preda alla paura:” Lasciala…lasciala ma cosa vuole farci, ci lasci insieme. Le daremo dei soldi quando arriveremo a casa. Ma con forza mi spinse e richiuse dentro e se ne andò via con la mia amica che gridava e piangeva e non mi voleva lasciare.
Non so quanto passò, sentivo Giulia gridare in modo ovattato, avevo paura, piangevo, ero sola. Dopo parecchi minuti lui tornò, e mi vide da sola rannicchiata e spaventata seduta sul vaso.” Che fate? Dov’è la mia amica…” Gridai sbattendo la porta per non farla aprire e tirami fuori. Che fate? dov’è la mia amica gridai ancora... “
Lui mi prese per il polso calmandomi, quando fui tranquilla disse:” Vieni Michela, ti porto da lei, ti accompagno da Giulia, è laggiù.” Facendomi segno con il dito un punto in fondo all’hangar.
Ero diffidente… ma lo seguii e quando arrivammo dove diceva lui gli domandai:” Dov’è Giulia?”
“E’ laggiù!” Esclamò avvicinandosi a dell’enorme casse di legno per imballaggi due metri per due.
Camminando diffidente ci avvicinammo di più alle alte casse e in una in lontananza sentii battere e gridare:” Aiuto Michela! ...Aiuto!”
“E’ Giulia …” Dissi.
Era una grossa cassa di legno, di quelle per il trasporto di Imballi industriali, di grandi dimensioni.
“Giulia! Giulia…aiuto!” Mi misi a urlare in mezzo a quei cassoni di assi mentre lui mi teneva sempre il polso. E prima che corressi verso la cassa e quindi verso Giulia da dove la sentivo gridare, fui presa anche per l’altro braccio da quell’uomo, tirata energicamente e cacciata a forza dentro un’altra grande cassa vuota che era lì affianco aperta e subito cercò di chiudere una specie di porta fatta di tavole. Per reazione trovandomi in quel cassone buio cercai di respingere quel tipo e di tenere aperta la chiusura e mi cacciai contro di lui e le assi a impedirne la chiusura e uscire Ci fu una colluttazione tra me e quell’uomo, dove dalla disperazione di sopravvivenza lo colpii con dei calci sulle gambe e lo graffiai in faccia e per un attimo sembrò che ci riuscissi a liberarmi e a fuggire. Ma lui nonostante il dolore e la faccia graffiata, imprecando appoggiandosi con la spalla alla porta, fece forza e riuscì a spingermi dentro completamente e a chiuderla e subito mi trovai nel buio assoluto e sentii come un rumore meccanico di lucchetto che si chiudeva. Mi aveva chiusa dentro a quella cassa enorme. Cominciai a piangere, a battere i pugni sul legno, a gridare forte aiuto… come probabilmente faceva Giulia nell’altra, ma non servì a niente.
Sentii la sua voce ovattata da dietro il legno e fuori dal cassone dire: “Grida, grida pure stronzetta che nessuno ti sente qui…” Poi più nulla, silenzio.
Quando mi calmai e smisi di piangere, nel buio a guardai quella cassa dove mi aveva rinchiusa, pensavo che l’avesse fatto per punizione, castigo e che poi mi avrebbe liberata e fatta uscire. Era grande la cassa di legno, ci stavo a malapena in piedi e dalla mia altezza che era un metro e settanta, dedussi che sarà stata alta un metro e ottanta per altrettanto di lunghezza. Tutto attorno e sopra c’erano dei fori, di circa due centimetri di diametro da dove entrava la luce. Le pareti e il soffitto parevano che fossero stati sparati in modo regolare. In quei raggi di luce che penetravano, quasi subito sentii la voce di operai che ci giravano attorno e piangendo mi misi a battere e gridare, ma non mi sentivano. All’improvviso il rumore di un motore forte e vicino... sentii la cassa sollevarsi e piegarsi leggermente in avanti, gridai ancora ma niente. Mi sentivo trasportata dentro quella cassa. Guardai in alto e vidi che eravamo fuori, il cielo stava schiarendo, era l’alba. Guardai in quelli laterali e vidi dei container, tanti e dei muletti che si muovevano tra loro a trasportare casse nei containers, quindi pensai che anche io nella cassa ero trasportata da un muletto
All’improvviso vidi diventare buio attorno, capii che era entrato in un container e con vari scossoni mi aveva scaricata, depositata li. Gridai ancora, ma non sentiva nessuno o peggio il guidatore di quel muletto non voleva sentire, non so se era quell’autista della navetta Antonio a guidarlo o un altro. D’improvviso restai al buio, cercavo di fare mente locale, riflette, di capire perché sia me che a Giulia ci avevano chiuse in quelle casse. Inaspettatamente sentii un forte rumore sopra, come se qualcosa avesse urtato la copertura del container e con uno strattone che mi fece barcollare ebbi la sensazione come se si fosse staccato da terra, si alzasse e mi sentii sospesa in un lieve dondolio.
Dopo vari minuti tra pianto e paura, con uno scossone mi sentii depositare con il container e gridavo; battevo sulla parete di legno.
Non so quanto passò, non seppi quantificarlo sentii solo il fischio della sirena e delle trombe acustiche della nave e capii che era in movimento… Capii che ero in un container, su una nave che partiva con me dentro. Urlai forte piangendo, poi dallo stress e dal pianto mi lasciai andare. Quando mi ripresi non so quanto tempo passò, so soltanto che avevo la sensazione di mal di mare.
A tentoni guardai dentro cosa c’era.
Dopo aver sentito più volte il suono della sirena della nave ormai in movimento, nel buio mi guardai attorno, vedevo poco, ma a tentoni capii che c’erano varie scatole. Con la mano le toccai e sentii e trovai sopra a delle scatole una torcia elettrica con manico, di quelle grosse. La accesi e mi guardai attorno.
Facendo luce con mio stupore vidi in fondo alla cassa delle bottiglie di plastica piene di acqua minerale, saranno state una cinquantina e oltre, tutte stipate in fondo. Guardai e aprii gli altri contenitori, c’erano scatolette di tonno, pacchi di biscotti, cracker … pastiglie antiinfiammatorie e antipiretiche e contro il mal di mare e dei sacchetti della spazzatura nera. In una c’erano dei farmaci, integratori con un rotolo di carta igienica e in un angolo una lettiera grande per cani di grossa taglia, la stessa che si usa per i gatti con la sabbia dentro. E un sacco grande di sabbia assorbente come quella che mia cugina adoperava per il gatto. Capii che la lettiera per i cani di grossa taglia sarebbe stata la mia, per i miei bisogni fisiologici e corporali. Non riuscivo a capire poco distante un libricino con dell’istruzione… dove diceva di farmi bastare tutto, di non tenere sempre accesa la torcia elettrica ma di farlo solo quando cerco qualcosa, e che comunque c’erano varie scatole di batterie di ricambio per non restare mai al buio. Nessun indumento di ricambio, solo qualche rotolo di carta igienica.
Girando la torcia elettrica vidi come un foglio bianco sulla lettiera con la sabbia.
Allungai la mano, lo presi, lo voltai, le puntai la pila e guardai e vidi che era una grande fotografia.
C’erano sette ragazze nude, una vicina all’atra, con i volti tristi, tutte bionde e vicino a loro una donna e un uomo orientali che sorridevano. Ognuna di loro aveva un numero dall’uno al sette e ai piedi tutte calzavano le scarpe bianche con tacco da dieci… che ci aveva fatto mettere nell’Hangar quell’autista quando era insieme a quell’uomo orientale. Ebbi come un flash capii subito, erano prostitute in qualche locale e capii che anch’io sarei diventata come loro, che mi avevano venduta, che era la tratta delle bianche e che sarei finita anch’io in qualche harem privato a pagamento. Incomincia a piangere in silenzio, a pensare…
Era stata lasciata lì a posta per farmi capire e sottolineare cosa sarei diventata. Erano ragazze bellissime, nel corpo e mei lineamenti del viso, alte, snelle e sexy, tutte bionde.
Nella loro bellezza la mimica facciale era triste e il loro volto spento, privo di luminosità come se l'energia e lo spirito fossero stati assorbiti dalla tristezza. Le sopracciglia incurvate verso l'interno, angoli della bocca che scendevano creando una linea sottile, e gli occhi lucidi e bassi o con qualcuna che triste guardava l’obiettivo e la pelle che sembra pallida o appannata.
Le guardai bene nella loro malinconia persistente, il volto rifletteva un dolore interiore e un'angoscia che si manifestava attraverso la mimica facciale.
“Sono davvero belle!” Pensai osservando meglio la fotografia e i loro corpi con la torcia elettrica.
Erano proporzionate, con un equilibrio tra altezza, larghezza delle spalle, lunghezza delle braccia e delle gambe. Con curve femminili, come il seno, i fianchi e le cosce, in equilibrio con la linea della schiena e del busto. Le linee erano fluide, sensuali e armoniose, senza angoli troppo marcati o irregolarità e toniche, senza eccessivo grasso o assenza di muscolatura. Seno alto e sodo, con areole e capezzoli rosa, fianchi curvati, ventre piatto, sedere promittente sodo, tonico e attraente.
Parevano scolpite o disegnate nella carta fotografica tanto erano belle, con l'intento di enfatizzare la figura femminile nella forma e nel dettaglio delle parti.
Capii cos’erano e che anch’io sarei diventata come loro. Piansi, mi sdraiai su una specie di giaciglio e singhiozzai… volevo morire, ma non avevo il coraggio di farlo. Nel buio della cassa riguardavo spesso quella fotografia e mi immaginavo io tra loro, con un mio numero…
Il viaggio continuò, fu un’odissea infernale, ero prigioniera, con Giulia ero stata venduta a qualcuno ma non sapevo a chi, immaginavo degli orientali.
I primi giorni furono un inferno, vivevo come una bestia… piangevo e per defecare urinare andavo nella lettiera, ma ben presto si sporco e poi l’odore anche se mio, era nauseabondo, soltanto che mi ci ero abituata a sentirlo, ci avevo fatto il naso come si suol dire. Non avevo neanche l’acqua per lavarmi e faceva molto caldo, mi ero messa nuda togliendo anche reggiseno e mutandine che ormai erano sporche e mi irritavano la pelle e restai nuda. Avevo timore di rimanere senza acqua e di patire la sete, non c’era nessuno che mi sostentava. Ma anche se avevo perso la cognizione del tempo, mangiavo due scatolette di tonno al giorno, una a mezzogiorno e una alla sera con vari biscotti, cracker e altro e calcolando a memoria bevevo una bottiglia e mezza di acqua al giorno. Urinavo quattro volte accovacciata nella lettiera come una cagna tra le mie feci e i miei odori e defecavo più o meno una volta al giorno o ogni due giorni.
Quel viaggio chiusa in una cassa e dentro un container su una nave, prigioniera, fu un'esperienza terribile, vivevo oltre la mancanza di libertà, la sofferenza fisica e psicologica, e la costante minaccia di morte. La cassa per quanto grande divenne presto piccola, buia e sporca, senza arredi a parte un materassino gonfiabile che mi faceva da giaciglio e priva di comodità.
Il pavimento di legno presto divenne sporco e umido della mia urina e impregnato dell’odore, il mio era forte, all’interno oltre il buio c’era un silenzio tombale alternato a rumori meccanici incessanti ed ero in una forte tensione continua. A volte pensavo a Giulia, anche lei senz’altro come me, nella mia condizione, prigioniera in qualche altro container che viveva in uno stato di costante ansia e paura.
Il movimento interno alla cassa era limitato ed ero costretta a trascorrere la maggior parte del tempo in uno spazio ristretto, semisdraiata o semi in piedi oppure seduta a terra, senza la possibilità di uscire per passeggiare, muovermi o fare un minimo di attività fisica. Sentivo le braccia, e le gambe dolermi e stare sempre al buio con poca luce, mi dava fastidio anche la torcia elettrica a volte quando l’accendevo.
Era un trattamento crudele e disumano, come la tortura e peggio della violenza fisica e quello rafforza in me l’atmosfera di paura e terrore.
Mi sentivo come interprete di un film dell’orrore, un horror americano, prigioniera di qualcuno. L'igiene era scarsa per non dire quasi assente, la cassa era sporca e anche se volevo non avrei potuto pulirla regolarmente. Niente doccia o altri strumenti di igiene personale.
La prospettiva che avevo lì dentro della morte era sempre presente, che morissi lì e quando l’aprivano mi trovavano morta. Ero consapevole del pericolo che correvo di morire di debilitazione o che durante una tempesta si rompessero i cavi e venissi rovesciata in mare con il container, come spesso si vede nei film e andassi affondo con esso e tutto questo aveva un impatto devastante sulla mia psiche nel pensare di sperare di salvarmi e pregavo che non succedesse. Prevaleva l’istinto di sopravvivenza che era in me, pur sapendo cosa mi aspettasse, era come se preferissi e accettasti di fare la prostituta o la concubina in un Harem, piuttosto che morire prigioniera in quella cassa. La speranza non moriva mai, la solitudine e la paura mi facevano praticare violenza mentalmente a me stessa e forse inconsciamente desiderare quello che non volevo, di giungere presto a destinazione, disinteressandomi di qual’era il prezzo che avrei pagato e inconsapevolmente accettarlo pur di sopravvivere. E forse era così anche per Giulia.
Quel viaggio da prigioniera fu un'esperienza terribile che ebbe un impatto devastante sulla mia vita e modo di pensare. La mancanza di libertà, la sofferenza fisica e soprattutto psicologica e la costante minaccia di morte che incombeva resero quel viaggio un'esperienza da ricordare con orrore.
Soffrivo il mal di mare, più di una volta affrontammo la tempesta, mi sentivo sollevata e sbalzata dentro la cassa contro le pareti, piangevo, maledicevo quell’autista e me per non essere fuggita quando potevo farlo anche se avrei lasciato Giulia sua prigioniera e in un certo senso era per lei, per colpa sua se mi trovavo in quella condizione.
Sentivo mancanza d’aria, mal di mare e fame.
Orami ero assuefatta a quella condizione, pregavo Dio di farmi arrivare sana e salva e di farmi scendere, non pensavo più a Giulia che senz’altro era nella mia stessa condizione e quando lo facevo era con una punta di astio, lei aveva voluto prendere quella navetta, per lei quando ritirai i soldi con le carte di credito non scappai che potevo farlo, e ancora per lei ero finita nella cassa.
Avevo perso la cognizione del tempo e dello spazio, quando un giorno sentii la sirena della nave fischiare più volte forte, passarono alcune ore con apprensione, poi all’improvviso avvertii un colpo metallico forte sul container, probabilmente si era attaccata la calamita, mi sentii sollevare e dondolare e dopo parecchi minuti fermare e posarmi con uno scossone a terra. Poi ancora silenzio per altre lunghe ore.
All’improvviso sentii aprire il container con dei cigolii meccanici e poi dei colpi sul legno per aprire la cassa.
D’istinto mi misi a gridare aiuto:” Aiuto! ...Aiuto! ...Aiuto…Fatemi uscire…” Sentivo parlare anche se non capivo. Dopo parecchi colpi, penso che fecero saltare il lucchetto che la chiudeva, si aprì la porta…la prima cosa che avvertii fu una ventata di aria calda, nuova che a me pareva fresca, senza odori, era pulita, non puzzava come quella all’interno. Feci per far uscire la mano per camminare, ma non ci riuscii e caddi in ginocchio, era più di un mese che non camminavo se non qualche passetto all’interno e avevo le gambe anchilosate. Lo stesso gli occhi, pur essendo notte e buio mi davano fastidio le luci dei lampioni in lontananza. A carponi davanti a me vidi due uomini e una donna orientale, che nella loro lingua gli diede degli ordini. Subito mi misero un paio di occhiali scuri da sole e i due uomini mi presero sotto le ascelle e mi tirarono su in piedi fuori la cassa. Ero nuda, sporca dei miei stessi escrementi e della mia urina e puzzavo, la donna si avvicinò, aprì un grande pareo e mi avvolse dentro. Facemmo pochi passi, io passetti, come se dovessi riprendere la praticità a deambulare. Pochi metri e fummo affianco di un’auto di grossa cilindrata, aprirono le portiere e mi fecero entrare, tra la donna e uno di loro, l’altro si mise alla guida. E partimmo.
La prima cosa che feci in auto scoppiai a piangere e dissi il mio nome.” Mi chiamo Michela, sono italiana…” Ripetevo, non sapendo se mi capivano. Ma non mi diedero retta, erano freddi…e guardavano avanti.
Non sapevo dove andavamo ma senz’altro in qualche posto meglio che essere in quel cassone sulla nave. Dagli occhiali scuri vedevo che eravamo dentro una grande citta, loro parlavano la loro lingua orientale dalle scritte sulle insegne mi pareva che fossimo in Cina, invece seppi poi che eravamo a Giacarta.
A un certo punto con l’auto si fermarono davanti a un cancello, aspettarono alcuni secondi e poi automaticamente si aprì, c’era una strada ghiaiosa e un giardino che percorremmo e poco dopo si fermarono davanti a una palazzina di lusso. Sempre tendoni per le ascelle mi fecero scendere e mi accompagnarono in un atrio dove l’aria era profumata, avevo dimenticato la fragranza dei profumi. Avevo sempre gli occhiali scuri, una ragazza orientale sorridendo mi venne incontro, prese ordini dalla signora che mi aveva prelevato parlando nella loro lingua e sostituendo i due uomini mi prese lei per l’ascella passandomi l’altro braccio sulla schiena, sostenendomi a fare camminare. Muovendo le gambe male ma iniziavo a deambulare e ad avere il senso dell’equilibrio.
Mi portò in una camera, mi tolse il pareo, mi mise nuda e portò sotto la doccia e mi insaponò tutta, finalmente dopo tanto sentii l’acqua tiepida e il sapone sulla mia pelle. Stetti sotto l’acqua non so quanto tempo, mi sentivo sporca, puzzavo.
Al termine mi asciugò, avevo fame, parlavo con la ragazza ma non mi capiva allora feci il gesto con la mano di mangiare unendo le dita e portandola verso la bocca, mi capì e annuì. Mi portò un vassoio con del pesce, insalata e vino bianco, divorai e bevvi tutto.
Ero stanca cotta, incredula che quell’incubo era finito e fossi arrivata. Finita la cena mi venne vicino sorridendo, portò le mani giunte su una guancia piegando il capo …e diceva una parola incomprensibile… ma la capii.
“Si dormire!” Risposi io ripetendo il gesto e mi porto in una camera da sola, mi fece vedere il letto. Come lo vidi mi sedetti sopra e scoppiai nuovamente a piangere…lei chiuse la porta, mi sdraiai e stanchissima mi addormentai, non so se mi dettero qualche sonnifero insieme al vino, so soltanto che mi venne un sonno fortissimo e dormii.
Il mattino dopo mi svegliai mi trovai davanti la ragazza della sera prima che mi sorrideva, ero incredula, mi trovavo in una palazzina, mi guardai attorno, tutto era in stile orientale. Le chiesi qualcosa per coprirmi visto che ero nuda e mi diede un pareo… volevo qualcosa di più occidentale ma non mi fu possibile.
La ragazza che mi seguiva sorridendo mi portò in una sala dove c’erano tre tavole a più posti. In una c’erano sedute alcune ragazze orientali bellissime nei lineamenti e nel corpo, magre e facevano colazione tra loro.
Nell’altra tavola quella centrale, c’erano due uomini e la donna che mi era venuta a prendere al container,
che mi guardava e consumava la colazione. Timida la salutai con un gesto della testa e la osservai, avrà avuto cinquant’anni, era di carnagione tipicamente più chiara rispetto a quella europea, occhi neri quasi a mandorla e capelli lunghi e neri, che portava spesso lisci o leggermente ondulati. Era abbigliata con tipiche vesti della sua cultura all’orientale. Aveva uno sguardo acuto e penetrante e mi diede subito l’impressione di una donna autoritaria, riservata e poco espansiva, appresi dopo che era anche intelligente e poco tollerante. Da come era posizionata al centro della tavola con i due uomini ai suoi fianchi, capii subito che aveva un ruolo importante in quella che sembrava una comunità. Appariva una figura complessa ma affascinante.
Passata davanti al suo tavolo sotto il suo sguardo, la ragazza mi portò al terzo tavolo, dove vidi che erano tutte ragazze bionde e occidentali come me e mi assegnò il mio posto e mi fece sedere vicino a loro dicendo. “Quando si mangia non si parla!”
Ero strabiliata, guardavo le ragazze con i loro volti tristi e malinconici mentre silenziose consumavano una colazione misurata, parevano quelle della fotografia che c’era nel cassone sulla nave, più o meno avevano tutte la mia età, qualcuna forse qualcuna più giovane e una più adulta, tutte con capelli lunghi, biondissime, naturalmente tinte come me e un’espressione seria con sguardi profondi e vuoti. Le salutai in italiano:” Buongiorno!”
Ma nessuna mi rispose, mi guardarono in modo demotivato e malinconico con sorrisi spenti e continuarono a fare colazione senza parlare, qualcuna a osservarla meglio, mi pareva averla vista nella fotografia del container.
Al termine della colazione unitamente alle altre mi portarono in una camerata, con tutti letti a una piazza rivolti l’uno verso un altro con la parte pediera, come un dormitorio scolastico.
Questo è il tuo letto con il comodino!” Disse la ragazza. Il tuo armadio e gli abiti sono in un'altra stanza. Mi accompagnò e spostando una tendina trasparente mi disse qui c’è il vostro bagno, da una parte una fila di cinque wc e dall’altra di fronte altrettanti bidet. Quel bagno era senza privacy, in comune, ci si vedeva nell’atto di espletare in ostri bisogni intimi e personali, ci osservavamo l’un l’atra tra i nostri odori e suoni intestinali e chiunque entrava poteva vederci urinare o defecare insieme. Non c’erano parete divisorie nemmeno in carta di riso, era solo una grande sala con i vater e bidet, aggiungendo:” Non più di un quarto d’ora per una sul vaso…” Poco più in là apri una tenda dello stesso colore fattura e trasparente, dove c’erano quattro lavandini, due per lato.
Mi chiedevo angosciata se era la fine dell’inferno o l’inizio di un incubo?
Tornammo in camerata e poco dopo che ero seduta nel letto, piansi, parlai, mi sfogai in italiano con lei che in silenzio impassibile come una sfinge mi osservava e ascoltava.
In quel momento arrivò un’altra ragazza con un pareo dello stesso colore e sempre sorridendo mi chiamò facendomi cenno con la mano non conoscendo il mio nome:” Vieni ti vuole conoscere "phuying (leggi Faing?” che in italiano significa Matrona.
" Phuying?” Ripetei non conoscendo il termine di quella parola.
“Nel tuo paese vuol dire “signora, donna." È un modo rispettoso per rivolgersi a una donna importante, che comanda.” Disse.
Camminando dietro a lei mi portò in quello che era una specie di ufficio, dove all’interno tra piante fiori e una scrivania, con altre due ragazze orientali mi aspettava. Phuying.
(Da ora per comodità del lettore scriverò nel modo in cui si legge il nome, Faing.”)
Mi disse subito che la lingua consentita per noi occidentali sarebbe stata l’inglese quando avremmo parlato con loro o con i clienti. Ci chiese se lo parlavamo e la risposta fu affermativa, parlavo inglese anch’io, l’avevo studiato.
Quando mi sedetti di fronte a lei, fredda e impersonale incominciò dicendo: “Come le altre sarei anche tu una concubina… Sai cosa significa?”
La guardai agitata, sapevo che era sinonimo di prostituta, avevo paura a dirle che conoscevo il significato, mi vennero gli occhi lucidi e una lacrima mi solcò il viso a pensare che dovevo fare la prostituta.
“Lo sai o non lo sai!?” Ripeté Faing.
Confermai con il capo…
“A me devi rispondere parlando con rispetto e non con gesti, imparalo perché è meglio per te, te lo chiedo ancora una volta e poi non te lo chiederò più. Lo sai cosa significa?” Disse.
“Si!” Risposi…lo so!
“Si madame Faing…. devi sempre rispondere. Si madame Faing quando sei interrogata da me.” Esclamò severa. E vedendo la presenza di ragazze orientali intorno a lei tutte con i visi seri che mi osservavano, intimorita risposi:” Si madame Faing.”
“Bene!” E in inglese prese a spiegarmi:” Il tuo lavoro sarà di accoppiamento, intrattenimento e di offerta sessuale ai clienti. Imparerai a conversare, rallegrare e interessare gli ospiti. Farai tutto quello che loro o noi ti chiederemo di compiere sessualmente, dovrai essere docile, paziente e disponibile.” Tirai indentro le labbra con la voglia di piangere e un’altra lacrima mi scese sul volto. Mi sentivo impotente e avevo paura, non avevo la forza di reagire e di urlare di:” No!” Ero rassegnata e quello era più terribile di tutto.
All’improvviso mentre mi spiegava, non ce la feci, mi portai le mani al volto e incominciai a piangere e singhiozzare forte davanti a lei, diventai pallida e le lacrime mi scendevano lungo le guance. Non volevo fare la concubina e la prostituta che per loro era la stessa cosa, io fino a quel momento avevo avuto rapporti sessuali soltanto con il mio ragazzo prima di litigare e lasciarlo. Mi portai la mano sulla bocca cercando di soffocare i singhiozzi e piangendo la guardai, era fredda, con uno sguardo glaciale, sembrava una sfinge, guardavo la scrivania e i fogli che c’erano sopra ed ero incapace di parlare. In un attimo essendo di pelle sensibile, gli occhi mi diventare rossi e gonfi, erano tanto bagnati che il riflesso delle luci sembravano lampi deformati.
Avevo una espressione facciale di paura, tristezza e dolore, gli occhi gonfi, rossi e lucidi, con le lacrime che scendevano a fiumi. Il corpo mi tremava leggermente, e scuotevo il torace singhiozzante. La voce mi era divenuta strozzata e frammentata e mi sentivo smarrita, disorientata, persa.
“Piangi, sfogati pure, qui sarai un’altra…” Disse osservandomi. E io piangevo.
Poi con il singulto mentre tiravo su di naso, mi fu passato un fazzoletto e precisò:” Questo è un harem moderno di prostituzione o concubinaggio non per una persona ma per cento, chiamalo come preferisci, il modo di farlo non cambia la vostra e tua funzione … Tu come le altre sarete a disposizione soltanto degli orientali e non dei turisti e degli occidentali… come le tue colleghe verrai specializzata a intrattenere la borghesia del luogo. Analogamente alle altre concubine non sarai pagata, ma non ti mancherà nulla, sia per mantenere la tua bellezza, sia di quello che ti sarà utile. Verrai istruita, imparerai l’arte e la raffinatezza del sesso … in questa corte.”
Stanca smisi di piangere e in silenzio ascoltai.
“Come tutte le ragazze bionde, bianche e occidentali avrai il nome di un fiore, il tuo sarà Iris, simbolo di saggezza, bellezza e raffinatezza. Le altre informazioni te li darà una tua collega italiana così ti intenderai meglio. Ricorda che non ammetto disobbedienza. Ora puoi andare…”
Mi alzai mentre una delle ragazze orientali che era intorno a lei mi venne ad aprire la porta e uscii dal suo ufficio piangendo, mi avrebbero insegnato ad essere una concubina, una prostituta e avevo la morte nel cuore.
In quella corte eravamo di varie nazionalità, ma tutte europee, seppi poi che non mettevano mai insieme due ragazze della stessa nazionalità e quindi eravamo una francese, una spagnola, tedesca, inglese, italiana, polacca e danese, tutte di nazioni con porti dove c’è un grande commercio mercantile navale di merci con i container. Apparivamo tutte bionde con caratteristiche simili, oltre a essere belle eravamo anche snelle e alte, e pure se i nostri capelli erano di tonalità castane, a chi non lo era bionda, le venivano tinti e lo diventavamo, difatti c’erano bionde con gli occhi chiari e altre come me con gli occhi cerulei e nocciola….
Poco dopo giunta in camera e seduta nel mio letto, arrivò una ragazza bionda alta come me che si presentò tendendomi la mano:” Ciao! Io sono italiana…” Disse. Era più adulta di me, aggiungendo: “Io sono Magnolia e tu Iris…” Proseguendo:” Ero di Roma, ora sono di loro proprietà.” E sorrise, e parlando la stessa lingua facemmo amicizia subito.
Fu una casualità che ci trovassimo a essere in due italiane io e Magnolia, ma lei era in trasferimento, sarebbe andata a fare la concubina in un'altra provincia thailandese, dove preferivano donne adulte e non ragazze e approfittarono dei suoi ultimi giorni nel palazzo per farmi istruire.
Fin dai primi incontri legammo, lei aveva trent’anni, mi disse che in Italia si chiamava Anna e che erano otto anni che si trovava lì… ed era in procinto di essere inviata in un’altra città. Con lei piangevo e mi sfogavo, lei non lo faceva più ormai, si era accettata concubina come le altre. Le chiedevo se c’era speranza da poter tornare a casa e mi rispondeva;” Guardami… sono qui da otto anni! Quando sono arrivata avevo la tua età.”
Alla fine le domandai anche di Giulia: “C’era un'altra ragazza insieme a me quando mi hanno rapita, una mia amica, sai mica cosa ne è stato di lei, dove può essere…?”
“E chissà…!” Ripose evasiva:” Se è sopravvissuta al viaggio, ma sopravviviamo quasi tutte purtroppo, sarà in qualche altro harem… qualche palazzo in Thailandia, in Birmania o in Malesia a Singapore, ne hanno molti qui in oriente, diventerà anche lei come noi, come te e me una prostituta…” Abbassai il capo e mi scese un’altra lacrima sul viso.
In quei giorni mi sentivo incapace di esercitare il controllo su me stessa, ero accompagnata da un senso di disperazione, frustrazione e a sentire le parole di Magnolia da mancanza di speranza. Mi sentivo vittima impotente di qualcosa che non volevo e non potevo più cambiare, senza autostima, inferiore alle altre.
Ero passiva non assumevo mai l’iniziativa in qualcosa, evitavo le sfide e gelosie che pure c’erano tra di noi e mi lasciavo trascinare dagli eventi.
Avevo sempre pensieri negativi. Pur conoscendo l’inglese avevo difficoltà a comunicare. Dipendevo da loro in tutto, dovevo avere l’approvazione e il supporto delle altre per prendere iniziative e decisioni essendo l’ultima arrivata. Non vedevo un modo per cambiare la mia situazione o uscire dallo stato negativo in cui mi trovavo. Non mi sentivo stimolata ad agire o a perseguire i loro obiettivi, avevo paura mi sentivo stanca, fiacca, priva di energia fisica e mentale Ed ero diventata anch’io come le altre, molto bella ma con l’espressione triste e malinconica in viso.
Magnolia prima di partire nei momenti che eravamo insieme mi spiegava e anche molto chiaramente cosa sarei diventata e cosa avrei dovuto fare. E mi illustrò: “Sarai anche tu seguita da un medico generico thailandese specializzato in ginecologia. Anche tu come tutte le altre nostre colleghe dovrai restare dentro un ranger di peso corporeo, in caso contrario se aumenterai salterai il pasto e farai una dieta per dimagrire per restare dentro al tuo peso forma. Il tuo obbiettivo sarà restare in questo ranger… Come le altre seguirai una dieta, in generale un bilancio calorico negativo, un'alimentazione equilibrata e l'integrazione di attività fisica per ottimizzare i risultati. Cioè consumerai meno calorie di quelle che bruci attraverso il metabolismo e l'attività fisica. Dovrai bere molta acqua e se occorrerà salterai i pasti. Salvo diverse disposizioni andrai a letto alle 03.00 di notte e ti alzerai max mezzogiorno. Guarda che la dieta e importante, ci vogliono belle e perfette.”
Fece una pausa con un sorriso dolce come a confortarmi visto che eravamo connazionale e proseguì:” Una volta settimana tingerai i capelli, ci sarà la parrucchiera e l’estetista. Una volta al mese farai la visita da ginecologo. Di corpo dovrai andare max ogni due giorni se no ti purgano… ti insegneranno a tenere il retto vuoto dalle feci. Riguardo i rapporti sessuali prima di iniziare e al termine dovrai praticare l’igiene intimo, farti lavande vaginali e mettere creme spermicide. Qui durante i rapporti sessuali ti eiaculeranno in vagina, per questo dovrai lavarti bene…” La interruppi inquieta:” Come mi eiaculeranno in vagina…?! Ma mi daranno qualche anticoncezionale?”
“No! Nessun anticoncezionale. ma stai tranquilla con le tube otturate non resterai incinta.”
“Bome le tube otturate?”
“Si ma questo te lo spiegheranno oro dopo.”
La guardavo stupita da quello che diceva: “Cosa vuol dire avere il retto vuoto dalle feci?” Domandai.
Sorrise:” Vuol dire che per avere rapporti anali dovrai farti la peretta prima di iniziare, per svuotare l’ampolla rettare ed essere pulita quando ti sodomizzeranno…”
Ero sorpresa e incredula da quello che ascoltavo e pensai subito all’ultima parte che aveva accennato, la sodomia che mi preoccupava non il praticarla che ormai ero rassegnata, ma se avrei sentito dolore.
“Fa male?” Domandai ansiosa.
“Un po' di fastidio la prima volta, ma cosa c’è di bello…” disse sorridendo:” …è che gli orientali ce l’hanno piccolo non come i nostri uomini o quelli di colore, ma però compensano con dita, mano e altri oggetti, ma poi vedrai tu stessa. Ma sta tranquilla che non ti faranno male, gli orientali sono raffinati nell’arte del sesso. “E rise aggiungendo:” E poi ci saranno tante altre cose che imparerai vivendo qui…”
Poi vedendo che era italiana come me e più grande, mi feci coraggio e le chiesi: “Tu non hai mai pensato di scappare?”
“Scappare? Si ci abbiamo pensato tutte all’inizio e anche io e qualcuna ci ha provato è fuggita, ma dove vai qui? E poi se ti prendono e ti va bene che non ti ammazzano, ti sfregiano con l’acido e ti mettono a fare la serva. Meglio qui Iris dammi retta, siamo prostitute ma non ci manca niente, se vuoi il mio consiglio toglitele certe idee dalla testa come quella di fuggire. Questa gente non scherza, è una specie di mafia orientale ed è pronta a tutto e noi siamo il loro harem…”
“Maledetto autista…!” Esclamai con rabbia.
“Purtroppo è così Iris, rassegnati, io sono otto anni che sono qui e a parte il fare la concubina o fare la puttana posso dire che non mi manca niente… “E in confidenza mi informò di notizie che aveva appreso in questi otto anni.” Pensa, ci pagano 50.000 euro l’una. Il tuo autista …hai detto che eravate due?”
“Si!” Risposi
“Si sarà preso 100 000 euro…Togli le spese per corrompere qualcuno e chi vi ha caricato sulla nave … che saranno state 20.000 euro di spesa, guarda quanto ha guadagnato in una notte.
Con Magnolia nella attesa della sua partenza ci incontrammo varie volte nei giorni successivi, parlavamo, mi istruiva e raccontava. Tra le altre cose mi disse che se c’erano clienti di riguardo, gente importante sia maschile che femminile, ci mettevamo tutte in fila laterale con la Faing all’inizio, nude completamente e con le scarpe con tacco bianche e un numero personale che era quello di scelta.” Come nella fotografia pensai.”
Nella settimana seguente Magnolia partì, mi dispiacque perché era italiana come me e mi ci trovavo. Gli aiutanti e collaboratori della Faing procedettero con il loro programma, informandomi che lo strumento di lavoro per noi era il nostro corpo e dovevamo essere sempre belle, snelle, bionde, alte, profumate e disponibili. Così scoprii quel mondo sessuale orientale, che non era solo un bordello, ma un vero e proprio harem per la prostituzione selettiva, soltanto per determinati clienti e il loro guadagno era dovuto al nostro aspetto e ci tenevano che fossimo belle, attraenti e affascinanti. Così conobbi una signora thailandese, una quarantenne che praticava l’estetista e un’altra la parrucchiera. L’estetista, veniva giornalmente e ogni giorno a rotazione si dedicava a ognuna diversa di noi, a me capitava il giovedì, ci passavamo due ore con lei, non so se fosse diplomata o soltanto autodidatta esperta nel farlo, però era brava e competente. Era specializzata nella cura e nel miglioramento del nostro aspetto estetico attraverso trattamenti di bellezza. Svolgeva funzioni che andavano dalla cura della pelle e dei capelli, a trattamenti per il viso e il corpo, fino alla depilazione completa del sesso e di altre parti del corpo oltre alla manicure/pedicure, che se volevamo ci depilava lei.
Eseguiva pulizia del viso, con trattamenti specifici ognuno per la diversa esigenze cutanea, massaggi rilassanti e drenanti, trattamenti anticellulite e rassodanti.
Ci depilava completamente sesso, ascelle, gambe e anche la leggera peluria fastidiosa che cresceva nel volto sulle labbra e alla base delle tempie, specialmente a quelle come me che non erano biondo naturale ma tinte. Per la depilazione del corpo utilizzava diverse tecniche dall'applicazione di cera calda o fredda sulla pelle, e la depilazione e la rimozione dei peli avveniva strappando la cera nel senso opposto alla crescita, oppure come un vero barbiere occidentale usava il rasoio a lama per le gambe, le ascelle e il sesso. Ce la depilava tutta totalmente, senza neanche un pelo in qualche affranto, faceva diventare la vulva liscia come il vetro… Spesso la depilazione la praticava anche all’ano, usava sempre il rasoio e sdraiata di fianco con le gambe su alle ginocchia alzava una natica alla volta e passava il rasoio intorno, per rendere l’ano, liscio, pulito e leccabile... A volte quando aveva tempo per la depilazione del volto usava il filo orientale, non l’avevo mai visto praticare prima anche se ne avevo sentito parlare, utilizzava un filo di cotone o seta attorcigliato per estirpare i peli dalla radice. Ed era particolarmente adatta per le zone delicate del viso come sopracciglia, labbro superiore, guance e fronte. Quando non aveva tempo usava un metodo semplice e veloce, la rasatura, con rasoio per tagliare i peli a livello della superficie della pelle della cute. Ma a parte lo stupore iniziale per quelle pratiche orientali che da noi in occidente venivano praticate solo agli uomini, vedere donne rasate in volto o essere rasata io stessa dall’estetista con rasoio per togliere la peluria fine e schifosa e avere la pelle liscia mi produceva un certo effetto. Ma era parte della loro cultura passare per esempio il rasoio sotto il naso, naturalmente senza schiuma.
Praticava manicure e pedicure, con capacità, avevamo delle unghie perfette. Si occupava con dedizione della cura e bellezza delle unghie e cuticole di mani e piedi, a volte ce le ricostruiva. Ci insegnava il suo make-up thailandese, diverso dal nostro occidentale, ma che piaceva ai clienti. Applicava il trucco per valorizzare i lineamenti del viso e correggere eventuali inestetismi e si adoperava anche come consulente estetica, ci offriva consigli personalizzati sui prodotti e sulle routine di bellezza più adatte alle esigenze di ognuna di noi.
L’altra addetta a noi, come ogni parrucchiera eseguiva tagli e colorazioni (tinte) sui capelli, la colorazione poteva includere tonalità complete, colpi di sole, mèches o altre tecniche di colorazione, personalizzate in base alle preferenze della Faing per piacere di più ai clienti, ma tutte sul biondo. A volte ogni settimana procedeva soltanto a ritoccare la ricrescita, specialmente a me che si vedeva subito la radice sulla base del cranio scura. Con trattamenti specifici si dedicava alla cura dei capelli, come trattamenti idratanti, ristrutturanti, anti crespo o antiforfora, all’acconciature, messa in piega e altri servizi legati alla bellezza dei capelli come la permanente per creare ricci o onde… che piacevano molto ai clienti, ma solo su indicazione della Faing, era lei che decideva cosa dovevamo fare e come essere, non eravamo padrone del nostro corpo. Il taglio era minimo perché le donne occidentali piacciono tutte con i capelli lunghi e la tonalità di biondo secondo i gusti della Faing poteva variare da biondo oro a platino, secondo come piacevano a lei.
Ma non è tutto alla parte estetica seguiva quella sessuale e alcune pratiche erano estreme e dirette al nostro corpo e sul genere di essere femmina.
Per fare in modo che i clienti provassero maggior piacere senza interrompersi e dover eiaculare esternamente, sterilizzavano le ragazze e sterilizzarono anche a me, mentendoci che ci avrebbero chiuso temporaneamente le tube, ma non era vero.
Una mattina venne la Faing che mi chiese in inglese:” Prendi qualche contraccettivo? Hai qualche apparecchio anticoncezionale in vagina?”
“No!” Risposi preoccupata e al mio no mi fecero astenere dal mangiare e bere per l’anestetico. Era giunto il mio momento quello di cui avevo sentito parlare a Magnolia quando era ancora qui. Mi portarono in una stanza adibita ed ambulatorio medico infermeria, dove c’erano una donna orientale matura che seppi era il nostro ginecologo, un’infermiera e la Faing poco lontano che osservava. Nuda mii fecero sdraiare su un lettino in posizione ginecologica con le cosce appoggiate alla curvatura dei gambali e gambe divaricate. La dottoressa mi praticò l’anestesia locale con sedativi per intontirmi e non sentire dolore. Osservavo tutto impaurita, avevo già fatto visite ginecologiche in Italia, ma li avevo paura, mise lo speculum dilatatore vaginale divaricando le grandi e piccole labbra e tramite la luce frontale mi visitò vagina e utero.
Capii dal cenno della testa che compiva la ginecologa alla Faing che era tutto a posto e a un altro suo cenno, come a un via... prese e inserì la sonda a fibre ottiche (isteroscopio) nella vagina e di seguito nell'utero fino ad arrivare alle tube di Falloppio, con guide portarono un embolo di metallo di occlusione. Osservandomi negli occhi poco dopo la ginecologa diede corrente a bloccare e chiudere tramite l’elettro cauterizzazione la tuba, impedendo così il passaggio degli spermatozoi e dell'ovulo e di conseguenza, la fecondazione e permanentemente la gravidanza. Anche se anestetizzata iniziai a sentire qualcosa internamente bruciare in modo localizzato nell’addome, era l’elettro cauterizzazione che causava la deformazione e la formazione di tessuto cicatrizzale occlusivo nella tuba intorno all’embolo di metallo… Così compì nell’altra tuba. Al termine ero diventata sterile per sempre, non avrei mai più potuto avere figli.
Dopo un’oretta mi portarono in camera dove mi diedero dei farmaci ogni otto ore, penso antibiotici e restai tutto il giorno a letto a dormire, a sera venne la ragazza orientale e mi aiutò ad alzarmi e andare in bagno a urinare. Parlai un po' con lei.” Anche a me lo hanno fatto!” Disse probabilmente per confortarmi.
“Ma perché?” Domandai.
“Per agevolare il piacere del cliente, non certo per noi! Per potergli permettere di eiaculare in vagina senza rischi di gravidanze.”
“Ma ci sono mille metodi antifecondativi…” Esclamai.
“Si ma questo è sicuro al cento per cento e non ci pensano più… Lo abbiamo fatto tutte, anche le ragazze orientali, siamo tutte sterili qui anche la Faing, anche lei era una concubina molti anni fa, ora i clienti possono eiacularci tranquillamente in vagina che non restiamo incinta…”
“Sterili?!” Ripetei spaventata ad ascoltare quella parola.
“Si, o almeno, loro dicono che è temporaneo, ma non è vero è permanente e poi che senso ha esserlo o non esserlo se devi restare qui tutta la vita!? Non vorrai mica avere figli qua dentro?” Mi disse.
A quelle parole mi vennero gli occhi lucidi, restare lì tutta la vita a essere concubina-prostituta…
Ma disse subito: “Ma non temere, non influenza il ciclo mestruale, né la libido e la vita sessuale, potrai fare tutto come prima, avere le stesse sensazioni, anche godere.
Poi la chiamarono e restai sdraiata assopita con la ragazza orientale che rimetteva a posto il letto.
Prima di istruirmi sessualmente lo fecero mentalmente. Lasciai da parte tutto quello che mi tormentava, stress e ansia, autostima.
Cercavo di capire la causa dell’accettazione di quel mio stato di sopportazione e rassegnazione. Analizzai i miei pensieri e le emozioni per individuare il fattore scatenante, la docilità e l’arrendevolezza essendo incline ad assecondare il volere e le decisioni della Faing.
Ricordavo l’Italia, le mie amiche e amici, a Marco il mio ex ragazzo che nonostante tutto amavo. Riflettevo su di me e gli accadimenti passati della mia vita e su quelli futuri e gli adattamenti che avrei dovuto fare alla mia mente per accettarli.
In seguito con altre colleghe parlai dei miei sentimenti come a delle amiche che poteva aiutarmi a ridurre l'inquietudine e a trovare nuove soluzioni e adattamento in quel modo di vivere.
Ci insegnarono anche a praticare tecniche di rilassamento come la respirazione profonda o la meditazione, per ridurre l'ansia e a calmare la mente una specie di yoga. L'apprensione di una ragazza che deve compiere qualcosa ma non vuole può manifestarsi in diversi modi.
Per sentito dire sapevo che l’oriente era considerata la patria della raffinatezza in campo sessuale e quello che facevamo noi negli incontri con i clienti era di lasciarli giocare con i nostri corpi, in quello si erano raffinati. Di quello che succedeva fuori dal palazzo o la corte come la chiamavano loro noi non conoscevamo niente né di lady boy, né di prostitute da strada, niente di niente.
Quel pomeriggio quando successe a me la prima volta ero preparata mentalmente, ma avvertivo l’ansia, il terrore di dovermi accoppiare carnalmente con uno sconosciuto. Come mi avevano suggerito di fare lasciai da parte tutto quello che mi tormentava, stress e ansia, autostima. In quei pochi minuti mi passo davanti la mia vita fino ad allora, mia madre, i parenti gli amici.
Quando mi portarono nuda nella stanza del cliente, tremavo, paradossalmente a quella angoscia e disgusto fisico e sessuale che provavo, avevo anche la preoccupazione di fallire o di non essere all’altezza del compito che mi avevano affidato e degli insegnamenti appresi per essere una concubina come volevano loro. Provavo timore di non riuscire a svolgere quel compito da prostituta in modo adeguato, come voleva la Faing. Assurdamente temevo di essere giudicata negativamente dal cliente, di non essere all'altezza delle aspettative della Faing, che mi sgridasse e punisse o peggio come aveva già fatto con altre ragazze che mi vendesse e mi portassero sulla strada a prostituirmi.
Provavo agitazione che mi limitava impedendo di ragionare ed essere razionale. Il cuore mi batteva forte, sentivo un tremolio nelle braccia e osservavo sempre Orchidea che su ordine della Faing mi accompagnava e assisteva, che mi dicesse con gli occhi come muovermi e se procedevo bene.
Avvertivo la rabbia, la depressione e l’impotenza per dovermi prostituire, diventare una concubina come le altre ragazze e non volevo, non potevo nemmeno piangere perché avrei rovinato il maquillage e magari mi avrebbero allontanata da loro con il trucco disfatto e poi? Ero adirata della mia impotenza, arrendevolezza e forzata ad accettarmi di trasformarmi in una prostituta. Dentro di me ero combattuta, ma conoscevo già cosa avrebbe vinto, sapevo che come le altre per non essere punita avrei acconsentito a quella vita, alla sottomissione e a quella Faing. Non c’era scelta, mi avevano fatto vedere alcune fotografie di ragazze sfregiate dall’acido, ed era terribile ero restata scioccata e non volevo che mi succedesse: “Piuttosto prostituta…” Mi dicevo.
Ero stressata da quello che stavo diventando, lentamente stavo cambiando pelle come un serpente, da ragazza seria mi stavo trasformando in prostituta, ma non avevo scelta, dovevo diventare concubina e prostituirmi con chi mi dicevano loro. La Faing mi mise insieme a Orchidea, una bellissima ragazza francese e lo facemmo in parte in due, lei mi diceva come fare, mi insegnò come approcciarmi con il cliente.
In quella stanza quando entrai con lei, il cliente mi osservò nuda, ero più alta di lui e con le scarpe con tacco bianco ancora più, Orchidea mi ruotò come a mostrarmi a lui, e lui con un cenno della testa mi accettò,
venne vicino, mi toccò e palpò dappertutto, come se fossi stata un oggetto da acquistare.
Nuda nella stanza con le scarpe bianche a punta e tacco alto da dieci centimetri, guardavo quell’uomo anch’esso nudo davanti a me… Era grasso, con la pancia, stempiato, insignificante e ridicolo, non aveva niente di bello e erotico, sui cinquant’anni, ma era il mio primo cliente. Si sedette a terra su un tappeto a gambe incrociate, e invitò anche noi a farlo, abbassandoci Insieme lo accarezzammo e massaggiamo dappertutto anche sui genitali e vedendo che io le evitavo, di toccarli, mi prese intenzionalmente la mano e se la mise sul sesso a che lo masturbassi. Lo feci sotto lo sguardo di Orchidea e quando ebbe l’erezione mi invitò a sedere sopra a lui, di fronte, guardandolo in volto, con le mie gambe intorno alla sua opulenta vita e sedendomi mi prese e si appoggiò le mie braccia sulle sue spalle ad abbracciarlo.
Seppi poi che quella posizione che praticai si chiamava del loto, era una delle più romantiche del Kamasutra e l’avevano scelta proprio per iniziarmi, consisteva nel fare sesso da seduti a terra o su un tappeto. Io mi sedetti a cavalcioni su di lui seduto a terra, circondandole i fianchi in modo sessuale e coinvolgente. Lui con le gambe incrociate penetrandomi sosteneva il mio corpo staccato da terra e io posizionata sopra gli avvolgevo le mie cosce ai suoi fianchi lasciandomi penetrare da lui. Praticamente ero seduta su di lui e entrambi abbracciati l’uno all’tro.
L’appoggiò sulla fessura, spinse e mi penetrò, ebbi una scossa a sentirmi entrare quel corpo estraneo di carne dura in vagina, sussultai. Lo sentii entrare in me, penetrarmi, aprirmi con il glande nudo che mi divaricava le grandi e piccole labbra ed entrava in me, in vagina e andare aventi fino in fondo, fin dove arrivava e simultaneamente si mise a baciarmi in bocca con la lingua. E mi sentii per la prima volta in vita mia puttana, con quella penetrazione capii che ero diventata anch’io una concubina.
Le carezze reciproche sulla schiena, il collo, il torace e il seno accompagnati da baci appassionati aumentarono il coinvolgimento aiutando a rilassarci completamente e concentrandosi sul respiro e i movimenti del bacino di entrambi si ci sincronizzava completamente per raggiungere il benessere. Io non la conoscevo quella tecnica, ma era davvero coinvolgente, romantica e piacevole sessualmente. Non coinvolgendo soltanto la stimolazione genitale, ma anche quella visiva e tattile. Gli sguardi e le carezze erano i protagonisti principali insieme alla penetrazione.
Una volta penetrata dopo esserci abbracciati, stendemmo leggermente le gambe in avanti, mandando indietro la schiena e ci appoggiammo all'indietro con le mani sul pavimento, procedendo io con movimenti lenti e sempre maggiori con spinte di auto penetrazione piacevoli. Nel contempo i nostri sguardi vis a vis si incontravano e i nostri respiri si fondevano in un turbinio di passione, sesso e romanticismo.
La Posizione del Loto era una posizione del kamasutra, naturalmente poi ebbi modo di conoscerne molte altre, ma questa fu la prima e mi restò impressa. Praticamente mi auto penetravo a lui, poco dopo mi tirò a sé e lo abbracciai di nuovo baciandolo anche con piacere…
Anche se era pulito e profumato era brutto e mi dava disgusto, ma Orchidea a fianco a me tenendomi per la nuca fece in modo che ricambiassi con la mia lingua sulla sua. Sentirmi penetrare da quell’uomo, un cliente lo ammetto, fu una sensazione terribile ma piacevole, non so perché mi piacque, forse perché era tanto che non praticavo sesso e perché avevo bevuto qualcosa di eccitante. Io avevo il controllo totale della profondità della penetrazione, mentre lui si godeva il momento.
So soltanto che quando fui in quella posizione Orchidea mi disse di muovermi, dovevo muovermi io, essere io a possederlo, mi diede dei buffetti sul culo e sul seno per iniziare a fare su e giù e piena di vergogna lo alzai e abbassai e presi quel ritmo dolcemente, diventando quel movimento piacevole. Lui mi stringeva sui fianchi con gli avambracci unendo le mani dietro accompagnandomi nei movimenti. E subito la cosa divenne piacevole, godente, chiusi gli occhi, non volevo, non volevo assolutamente provare piacere con quell’uomo, ma con vergogna godevo con la sua lingua in bocca, sulle labbra, mi piaceva, mi sentivo eccitata. Sentirlo sfregare all’interno della vagina assurdamente era piacevole mentre il cliente mi leccava il petto e il seno e mi baciava i capezzoli.
Quella prima volta godetti e venni anch’io, mentre Orchidea in piedi mi osservava e sorrideva. Nel momento dell’orgasmo con gli avambracci mi strinse i fianchi e con le mani incrociate dietro i lombi mi tirò maggiormente a sé, contro di lui tenendomi stretta impedendomi di muovermi e alzare il sedere. In quel momento fermandosi lo sentii irrigidire, darmi colpetti brevi e ritmati, capii che stava eiaculando, stava godendo dentro me il suo sperma, in vagina e anch’io gioiosa incominciai a soffiare a non trattenermi abbracciandolo in volto e chiudendo gli occhi ebbi l’orgasmo anch’io stringendolo a me.
Quando li riaprii vidi Orchidea dietro lui in piedi che mi guarda e sorrideva maliziosamente della mia debolezza sessuale di essermi lasciata andare e aver goduto con quel cliente.
Una volta eiaculato in vagina lo sentii lasciarmi e non stringermi più e a un cenno del suo capo Orchidea mi invitò ad alzarmi, ma non era finito come pensavo, mi fece chinare prima in ginocchio e poi quasi sdraiata a leccarglielo e pulirglielo dal suo sperma e dai miei umori con la lingua, fu terribile, non l’avevo mai leccato a un uomo, nemmeno al mio Marco. Solo al termine ad un altro suo cenno del capo mi fu concesso di alzarmi e allontanarmi.
E mentre Orchidea si intratteneva ancora con lui, io terminata la mia prestazione corsi dietro, oltre la porta dove trovai la Faing che aveva assistito a tutto. La guardai come se cercassi un giudizio, il suo parere favorevole. Mi mandò in bagno e mi fece lavare internamente la vagina con una peretta d’acqua e sapone per staccare lo sperma di quel cliente dalle pareti vaginali e farlo uscire. Me l’asciugai e andai vicino alla Faing che mi guardò in silenzio, ero pronta per un altro cliente.
Quello fu l’inizio, ma ci furono altri episodi della mia iniziazione che mi sconvolsero.
Partendo dagli atti sessuali più semplici come l’orale, appresi che per loro orientali il rapporto orale non era fellatio e nemmeno cunnilingus ma era un massaggio praticato con le labbra e la lingua.
Ho praticato il cunnilingus, l’ho ricevuto su di me e compiuto sulle clienti, per una ragazza schizzinosa come ero io non è stato facile leccare la figa a un’altra donna, specie cinquantenne, sentirne l’odore denso della vagina anche se pulita e lavata, ma l’ho fatto, l’ho leccata e succhiata anche internamente come mi avevano insegnato. Ho leccato fighe grandi, con peli radi, neri, grigi e depilate che avevo già partorito, con le piccole labbra sporgenti e cadenti in fuori da quelle grandi dette ali di farfalla e il foro vaginale ormai dischiuso perpetuamente.
Lo stesso la fellatio con gli uomini, ma questo merita una spiegazione a parte. Ho imparato a leccarlo, prenderlo in bocca e praticare la fellatio o come dicono loro il massaggio orale in pochi giorni. Mi hanno insegnato come comportarmi a baciarlo, leccarlo sul glande, su il prepuzio e intorno alla corona della cappella e poi lungo l’asta eretta e i testicoli. Per loro il bocchino o pompino come viene chiamato in Italia deve essere originale e che i clienti siano attratti dalla pratica di quel massaggio linguale, dalla diversità di ognuna a compierlo sempre con sguardi e sorrisi. Per noi concubine era un’arte praticarlo e doveva portare all’estasi dei sensi con la lingua e le labbra il cliente.
Dovevamo metterci entusiasmo e soddisfazione nel dare e ricevere nel sesso orale, perché era qualcosa di unico che procurava emozioni e sensazioni impareggiabili, che esprimeva quella che era l’intesa erotica che si creava tra il fallo e la nostra bocca (labbra e lingua), che gli stimolava le voglie e i desideri più intensi e profondi del piacere erotico.
Gli orientali dicono che le labbra sul viso della donna sono lo specchio di quelle vaginali, con le stesse caratteristiche e dimensioni, diverse ognuna da un’altra donna per entità, estensione, grandezza e forma e sono queste particolarità anche sulle labbra del volto che cambiano la sensibilità del fallo agli stimoli, con le loro differenze dal punto di vista anatomico, della commensura labiale, della carnosità ed altri elementi ancora; che danno differenze enormi nel far godere e dare piacere oralmente sia all’uomo che alla donna.
La fellatio Iniziava a partire dai primi gesti estraendolo fuori dalle mutande, il fallo doveva essere trattato come un vero e proprio idolo, qualcosa di mitico, che si può soltanto apprezzare proprio in ragione della sua natura di oggetto del desiderio, capace di regalare sensazioni davvero uniche. Lo stesso il gesto del capellamento deve essere compiuto con delicatezza e leggerezza eteree; le mani dovranno assomigliare alla seta nel momento in cui lo si scappella facendo apprezzare in questo modo la leggerezza del tocco.
Dovevamo osservare ed apprezzare con sorriso e compiacenza le dimensioni qualunque esse fossero, solleticando il desiderio con le mani, sfregandole lentamente al di sotto del glande, muovendo le dita in maniera circolare. Quel gesto risultava essere irresistibile provocando già le prime reazioni di piacere in chi riceveva le attenzioni durante la pratica del sesso orale. E le nostre mani come le labbra dovevano essere delicate, morbide e sensibili.
Durante il rapporto orale ci era consentito fermarsi e riversare della saliva sul glande inumidendolo ancora, trascinandolo tra un movimento e l’altro delle labbra o della lingua, avendo cura di abbondare, perché con una buona idratazione salivare l’esercizio buccale di stimolo orale diventava irresistibile nella sua scorrevolezza. Oppure, fermandoci prima di riprendere il gesto erotico, riversando la saliva in maniera visiva, mostrandola sulle labbra eccitate al suo fallo, in modo da regalare quel giusto tocco di trasgressione in più che lo rendeva maggiormente eccitante. Bisognava fare attenzione ai denti, retrarli e coprirli con le labbra fingendo di esserne senza, edentula.
L’inizio con il primo bacio sulla cappella era il momento in cui si creava il rapporto con il fallo, ed era sensuale ed avvolgente. Affondavo le labbra sul glande avvolgendolo lentamente con esse, facendole roteare in modo da stimolare completamente la parte più sensibile con i movimenti e fantasie tipiche della pratica del bocchino. E affondando la bocca come mi avevano insegnato sfruttavo le labbra per stringere amabilmente il fallo tra esse, scendendo lentamente e risalendo dolcemente lungo l’asta rigida, stimolandolo e regalandogli emozionanti momenti di piacere. La mia lingua si trasformava nello strumento del massimo godimento, stimolando con colpetti e movimenti circolare la parte inferiore della cappella, il filetto. Per quelli circoncisi di religione musulmana non c’era questa sensibilità.
Quindi, iniziavo a salire e scendere a piacimento sul fallo ormai eretto e duro, infuocato, compiendo un movimento a spirale sull’asta, creando una sorta di disorientamento nel cliente che riceveva il bocchino, qualcosa di eccitante proprio perché rendeva imprevedibile il massaggio orale ricevuto, che in quel modo creava il giusto livello di eccitazione a ricevere il sesso orale. Con cura rimuovevo il fallo dalla bocca molto lentamente, giocando e facendolo scorrere tra le labbra aperte in modo circolare, a “O”, simulando in quel modo una penetrazione della bocca; rendendo il bocchino ancor più avvincente e piacevole, proprio perché godendo di queste mie attenzioni sentiva il suo cazzo oggetto della massima venerazione.
Quando avvertivo il lento ma inesorabile rilascio delle prime gocce di piacere, di quegli umori eccitanti che vengono pian piano rilasciati durante l’esercizio del massaggio orale, allora capivo che avrebbe raggiunto la sommità del godimento, l’acne. Quel momento in cui da un istante all’altro tutto poteva risolversi con l’apoteosi delle sensazioni, vale a dire, una clamorosa ed abbondante eiaculazione nella mia bocca o sul viso secondo il desiderio del cliente.
Capivo quando era il momento giusto assecondando le prime contrazioni e i primi movimenti sempre più eccitati di chi riceveva il mio massaggio orale, assecondando eventuali gesti o ascoltando lentamente il sospiro sempre più profondo e concitato del cliente che stava per venire riversandomi il suo nettare bianco e cremoso sulla lingua o sul volto. Avevamo anche noi se non lo faceva lui la possibilità di scegliere, se farci riempire la bocca di sperma o, al contrario, farci eiaculare sulle labbra e il volto.
Ad alcune di noi non piaceva ricevere il seme in bocca, ma dovevamo farlo ricordandoci di non mostrare mai disgusto, ma sorridere sempre e lasciarci scorrere la sborra sulle labbra o, ancora, sulla faccia, in maniera tale da dimostrare anche nell’apoteosi del godimento la nostra devozione al suo cazzo e al seme. A chi di noi ragazze piaceva la fellatio, accettando quella situazione di prostituta concubina di ricevere sperma sulla lingua, poteva mostrare al cliente il suo piacere sorridendo e aprendo la bocca, esibendo il copioso seme bianco e gelatinoso conservato sulla lingua come nettare della vita, ingoiandolo davanti a lui, dimostrando così la nostra devozione e sottomissione regalandogli la massima soddisfazione…
Quando ormai mi ero arresa e accettata concubina, avviata a diventare prostituta, domandai alle altre e a Orchidea in un momento che chiacchieravamo:” Come mai calziamo tutte scarpe bianche con tacco identiche e uguali, di una o due misure più grandi del nostro piede? Guarda il mio ci balla…” Dissi mostrandoglielo
“Lo so anche il mio… a tutte, ma nella loro cultura orientale moderna hanno un significato specifico. La scarpa a punta, bianca con tacco da dieci centimetri è un'introduzione recente, associata allo stile occidentale, bianca per accompagnare l’etnia e dare il senso di appartenenza tutte quante allo stesso harem…” Dichiarò, proseguendo…:” Per loro sono un simbolo di modernità di cultura occidentale, e per noi di appartenenza oltre che essere scelte per essere più eleganti e sexy e adattarsi alla nostra nudità pallida. Tutte le prostitute o concubine occidentali come li chiamavano loro, negli harem hanno scarpe con tacco alto identiche. Sono associate alla prostituzione e alla prostituta. Sono considerate un oggetto di bellezza, un accessorio per migliorare il nostro stile, come i capelli biondi che ci fanno tingere.”
Una cosa che le prime settimane mi stupì, fu vedere due ragazze o colleghe, Fiordaliso e Gardenia girare nel grande salone con una sorta di tappo uscire dal solco intergluteo delle natiche, camminavano e si muovevano con quel coso nel sedere. Stupita domandai a Orchidea che cosa fosse e mi spiegò:” Si chiamano butt plug... vieni te ne faccio vedere uno.” Disse portandomi nella camerata, aprendo il suo cassetto prendendone uno e mostrandomelo:” Ne daranno una scatola dove ce ne sono vari anche a te in questi giorni. Sono dilatatori anali, ci sono anche in Italia e Europa…” Disse.
“Dilatatori anali? “Ripetei stupita.
“Si, si introducono come una grossa supposta, la parte larga a oliva entra nel retto e tiene dilatato l’ano.”
“Proprio come se fosse una grossa supposta…” Domandai meravigliata osservandolo.
“Vedi…!” Esclamò scorrendoci il dito sopra:” Questo è il mio. Si presenta come un bulbo sagomato ad ogiva, quella che va nel retto, continua ristringendosi di diametro minore, per concludersi con una larga flangia terminale che resta esterna. “Sono come un dildo però più corti e conformati in modo diverso, che una volta inseriti, la stretta dei muscoli sfinterici li mantiene in posizione stabile anche camminando e svolgendo normali attività. È diffuso in forme e misure diverse, può essere realizzato in marmo, legno, vetro, metallo, quelli che adoperiamo noi sono in platica dura, silicone e lattice; si puliscono e disinfettano con la semplice detersione in acqua.
Una volta immesso nel retto provoca una stimolazione continua, talvolta piacevole, talvolta fastidiosa ciò è dovuta alla grande sensibilità del retto e al suo naturale rifiuto all'inserimento di oggetti estranei. L’uso comporta sempre l'impiego di un lubrificante intimo nel momento dell'inserimento ed estrazione, anche della saliva o semplicemente acqua in mancanza d’altro.
Serve per dilatare l’ano ed essere preparate ad avere i primi rapporti anali, ad essere sodomizzata. Lo metterai anche tu… Io l’ho già messo, questo è il mio, un ricordo…” Aggiunse con un sorriso.
“Lo metterò anch’io!?” Ribattei contrariata e sorpresa.
“Certo, anche tu avrai rapporti anali, qui proverai tutto quello che di sessualmente è possibile. Quelle due ragazze che vedi, Fiordaliso e Gardenia, sono arrivate poco prima di te, una dalla Polonia e l’altra dalla Danimarca e si stanno preparando ad avere rapporti anali… Qui bisogna essere raffinate Iris e sempre pronte, avere l’ano troppo stretto non piace ai clienti.”
Difatti la settimana dopo toccò a me… la Fiang mi portò una scatola con varie misure di plug, l’ultimo era davvero grosso.” Questi Iris da domani li metterai tu e ogni giorno cambierai misura aumentandola, così per la prossima settimana sarai pronta a iniziare ad essere sodomizzata…” Disse scrutandomi e la posò sul mio letto.
Il giorno dopo essendo la prima volta mi feci aiutare da Orchidea, che dopo averlo lubrificato con olio profumato, me lo inserì nell’ano facendomi sussultare all’introduzione. Al termine mi guardai allo specchio, esternamente era soltanto un tappo con la flangia che sembrava una petra preziosa tra le natiche. Sentivo gli sfinteri che cercavano di chiudersi intorno alla plastica del plug, ma non ci riuscivano, si contraevano a vuoto e si rilasciavano momentaneamente contraendosi di nuovo, provocandomi una strana sensazione, a volte piacevole e a volte fastidiosa e mi tenevano l’ano costantemente aperto. Le prime volte era sgradevole e fastidiosa muoversi con quel tappo nel sedere, doverlo tenere per delle ore, soprattutto sedersi, ma poi mi abituai. Se dovevo andare in bagno delicatamente lo toglievo e mi scaricavo. Già nel primo giorno avvertivo andando di corpo la facilità con cui passavano le feci per uscire, poi mi lavavo, lavavo il plug, mettevo il lubrificante e lentamente lo rimettevo, girando per le stanze del palazzo con quel tappo colorato come un brillante che usciva dal sedere.
Orchidea mi consigliò:” Se vuoi sentire meno fastidio, ogni tanto, prendi la flangia esterna e ruotarla che fa girare l’ogiva nel retto, in modo che non decubiti sempre sullo stesso punto, vedrai lo sentirai meno…”
“Ma ogni quanto lo devo ruotare...?” Domandai.
“Un’ora, un’ora e mezza.” Rispose sorridendo.
E così feci, soltanto che io all’interno lo sentivo come quando avevo lo stimolo di andare di corpo con le feci dure, come un escremento solido a forma cilindrica muoversi avanti e indietro. Era come avere uno stronzo in culo che cercava di uscire ma non usciva mai facendo avanti e indietro e restando lì sull’ano a dilatarlo. E ogni giorno passavo a una misura maggiore abituando gli sfinteri anali a dilatarsi sempre più e il retto ad abituarsi ad avere un corpo estraneo all’interno.
La tecnica che ci insegnarono serviva a far provare piacere, al cliente ma anche a non avvertire dolore nell’introduzione. Mi spiegarono che il retto dopo l’ano era pieno di terminazioni nervose, e quindi era molto sensibile alla stimolazione e se fatta bene ad arte era piacevole. Nella sodomia femminile si stimola indirettamente il punto G. Ci spiegarono che il retto è separato dal canale vaginale da una membrana molto sottile. Questo significava che il glande nell’ano indirettamente e semplicemente nel muoversi stimolava il punto-G femminile. Altra cosa che ci spiegarono fu che il retto è come curvo all’interno e questo significava che muovendosi veloci si rischiava di andarne a colpire le pareti.
Da noi occidentali e anche per me il sesso anale è sempre stato considerato tabù, un rapporto contronatura, qualcosa di sporco, spinto e scandaloso e quindi ero agitata a conoscere che prima o poi qualcuno mi avrebbe sodomizzata con me consenziente.
Ci spiegarono inoltre che prima di un rapporto anale dovevamo avere il retto pulito, cioè vuoto, senza feci all’interno, per poi lubrificarlo e stimolarlo.
La regola era di praticarsi o fare praticare da una collega una peretta evacuativa, come faceva mia madre quand’ero piccola che avevo mal di pancia e non riuscivo a fare la cacca, d’altronde era già nelle regole generali che se non andavamo di corpo per più di due giorni ci si faceva il clistere. Ma il clistere non era indicato nella sodomia in quanto passava molto tempo fra il clistere stesso e la penetrazione anale con il cliente e c’era il rischio come era accaduto a qualcuna di avere ancora dell’acqua dentro l’intestino, il che voleva dire che muovendosi durante la sodomia si poteva perdere e rovinare il rapporto anale.
Altra regola era di non mangiare per qualche ora prima del sesso. Ingerire cibo anche se passavano parecchie ore stimola la peristalsi dell’intestino con conseguenze spiacevoli, di discesa di aria e solidi.
Noi adoperavamo le perette evacuative di glicerina perché pratiche e veloci, anche due una dietro l’altra, per stimolare il retto a svuotarsi e quando vuoto pronto a essere penetrato, come mi avevano istruito prima dell’inizio ci pulivamo bene la parte esterna intorno all’ano e sulle natiche con un tessuto umido o una salvietta profumata. Ce le praticavamo da sole le perette, ma il più delle volte ci aiutava la collega, in piedi ci piegavamo in avanti a novanta gradi e via, sentivamo allargare le natiche e il beccuccio della peretta entrare nell’ano fino nel retto e poi la soluzione di glicerina arrivare dentro. Quando lo toglievamo stringevamo i glutei, alcune mettevano il plug per chiudere, ci tiravamo su, passavamo mezzoretta parlando e chiacchierando sempre con i glutei stretti o il plug, fino a quando non sentivamo lo stimolo e correvamo in bagno a svuotare l’ampolla rettale; per il rapporto anale interessava che fosse vuota soltanto quella.
La prima volta che ebbi un rapporto anale lo ricordo bene, fu anch’esso nella posizione del loto che oramai conoscevo già…io seduta sul cliente e in seguito lo feci nelle altre varianti occidentali della sodomizzazione. Prima di sedermi sopra di lui come ci avevano insegnato, mi stimolai l’ano con il dito medio mettendo molto lubrificante a base d’olio per dilatarlo e favorire una penetrazione scorrevole, senza molta resistenza per il cliente. Con lo stesso dito premevo contro di esso senza entrarci per considerare se era rilassato. Con l’altra mano e dito indice mi stimolavo titillandomi il clitoride, e contemporaneamente mi mettevo seduta sopra di lui oppure a carponi, o in altre posizioni anali che favorivano la sodomia come desiderava e preferiva il cliente.
Come dicevo la prima volta nell’anale fu come nel sesso vaginale, mi sedetti sopra di lui nella posizione del loto, sentii il suo glande appoggiarsi sull’ano, restai un attimo ferma, feci due respiri profondi e spinsi con l’addome come per defecare, che come mi avevano istruita apriva in modo naturale la rosa anale, sedendomi sopra. A quel spingere invece che uscire qualcosa da me sentii il glande penetrarmi un pochino, mi fermai e sospirai ancora mentre il cliente mi guardava sorridendo appoggiando le mani sui miei fianchi. Quindi mi sedetti ancora un poco e spinsi ancora, poi mi fermai, guardai il cliente in volto, presi altri due respiri profondi, e spinsi ancora come se dovessi andare di corpo per allargare bene l’ano mentre lui per i fianchi mi tirava giù, e sentii entrare oltre la cappella tutta l’asta dentro, scorrere veloce e penetrarmi in profondità. In quel momento che lo avvertii dentro me mi mancò l’aria aprii la bocca e ansimai, mi pareva incredibile, ce l’avevo dentro. Ci fermammo per abituare il retto al corpo estraneo qual era il suo fallo il quel momento, avvertendo spasmi e contrazioni per cacciarlo fuori come se fosse un dito in gola. Successivamente riprendemmo, feci su e giù accompagnato dalle sue mani sui fianchi e mi lasciai sodomizzare piacevolmente da quell’uomo. E mentre mi possedeva analmente stimolavo il clitoride. Controllavo e regolavo la velocità in modo da essere io a penetrarlo molto piano. Con l’allenamento dei plug fu semplice, senza sofferenza, soltanto con fastidio iniziale.
Personalmente posso dire che dopo il plug il fallo entrò facilmente con poca resistenza, avendo in quella sodomia primaria anche un orgasmo molto più intenso di quanto mi sarei aspettata e molto più profondo di un orgasmo vaginale.
In seguito lo rifeci ancora e lo presi nel sedere in tutte le posizioni che desiderava il cliente, in piedi mentre mi aggrappa a qualche appiglio o appoggiata con le mani al muro, oppure con me rivolta a pancia in su coricata sul letto nella posizione del missionario, soltanto che la penetrazione era anale e non vaginale, raggiungendo l’orgasmo per stimolazione indiretta ancora più profondo. Fui anche sodomizzata nella posizione a farfalla su un tavolo della giusta altezza. Praticammo anche la croce con me sdraiata con la schiena, lui seduto ai miei piedi, che portava la mia gamba sinistra verso la mia spalla e sempre da seduto portava la mia gamba destra all’esterno della sua sinistra in modo da incrociarle, e mi penetrava e sodomizzava in quella e altre posizioni del Kamasutra. E poi tante, tante volte ero sodomizzata a carponi che non le ho più contate, lasciandoli eiaculare il loro sperma dentro la vagina.
I clienti pagavano bene le prestazioni alla Faing e all’organizzazione per averci e dopo due tre mesi di attività ci sentivamo ed eravamo prostitute a tutti gli effetti. Il passaggio mentale in me fu breve anche perché aiutata da Orchidea e da altre, passai dalla disperazione, angoscia, afflizione e sconforto, alla accettazione, e rassegnazione a essere prostituta come diciamo noi o concubina come ci definivano loro.
Il percorso dalla disperazione all'accettazione fu un processo graduale che implicò diverse fasi, era come se subissi un lutto, come morte di me stessa, di quello che ero, della mia vita e del mio passato e di una nuova rinascita da prostituta. Non fu semplice, ci furono vari passaggi mentali ed emozionali in me, negazione di quello che vivevo, rabbia e impotenza per non poter reagire e contrattazione, si provai a corromperli dicendo che se mi lasciavano tornare libera o contattare i miei genitori in Italia gli avrebbero dato un milione di euro. Avrebbero venduto qualche appartamento che avevamo a Vercelli e i soldi li avrebbero trovati, ma non mi davano retta, alla fine fui presa dalla depressione e infine dall’accettazione e mi rassegnai ad essere prostituta a vivere con loro a ritenere anch’io come le colleghe alla Faing mia madre. Quel percorso nei mesi variò in durata e intensità, ma almeno l’accettazione mi dava un nuovo equilibrio mentale e una prospettiva malinconica sulla situazione, di essere qualcuna anche se negativamente e continuare a vivere senza tormento.
All’inizio i primi mesi di questo processo soggettivo negavo e rifiutavo la realtà della situazione, cercando di proteggermi dal dolore immediato, ero incredula di quello che ero e avevo difficoltà ad accettare la situazione. Quando la negazione si affievolì emerse in me la rabbia, rivolta verso tutti, me stessa, gli altri e la situazione stessa. E con questa rabbia esprimevo il dolore e la frustrazione che provavo a quello che ero diventata.
Come detto provai a corromperli a contrattare, cercai di negoziare con loro e poi con me stessa cercando soluzioni o modi per evitare la sofferenza, con promesse, preghiere o tentativi di controllare gli eventi. Alla fine mi depressi e entrai in una fase di tristezza profonda, perdita di interesse e isolamento sociale. E alla fine accettai, subentrò in me l’accettazione, che non era rassegnazione, ma piuttosto la consapevolezza della situazione e la capacità di conviverci senza esserne sopraffatta dalle altre e soprattutto da me stessa, da ammalarmi e morire. Si trattava di trovare un nuovo equilibrio e un modo per andare avanti, nonostante il dolore.
Ero consapevole di quello che ero diventata e lo compivo e lo facevo senza giudicarlo, combatterlo, ma anzi incominciavo a condividere le mie emozioni e sensazioni con le altre ragazze. Non avevo più autocompassione di me.
A volte pensavo a Giulia, al suo volto, era l’ultima persona del mio mondo che avevo visto e mi chiedevo dove fosse ora, se era viva, morta, se fosse sopravvissuta al viaggio e a quest’ambiente di essere prostituta-concubina e chissà in quale harem orientale era finita. Ma mi dicevo di sì che senz’altro era sopravvissuta al viaggio e all’adattamento perché lei era arrendevole, passiva, si adattava a tutto e si sarebbe adattata meglio di me a fare la prostituta.
Ero diventata una concubina o prostituta come si dice in Europa, andavo con chiunque mi dicessero di congiungermi sessualmente, senza limiti. I clienti o le clienti erano tutti locali benestanti, molti venivano a divertirsi con le loro mogli grasse o vecchie, ma ricche a farsi leccare la figa e anche il culo. Si anche l’ano, si mettevano a carponi e allargando la massa di carne grassa e molle e a volte flaccida del sedere, cercavamo il foro da baciare e iniziavamo a leccarlo, con loro divertite di quelle situazioni di sottomissione. Qualcuna oltre che farselo leccare all’improvviso scorreggiava volutamente in faccia, facendoti sentire il suono viscerale del soffio della loro aria intestinale, conseguenza inevitabile del loro meteorismo addominale incontrollato a una dilatazione dello sfintere. Si avvertiva la sonorità del gas che uscendo ti colpiva sul volto e anche se poi ti allontanavi d’istinto avvertivi il sentore puzzolente e disgustoso delle viscere e del ventre di quelle donne entrarti nelle narici, per poi sentirle ridere divertite, spregiudicate, consapevoli, contente e soddisfatte di quello che avevano compiuto per aver scorreggiato in faccia a una occidentale, bella e bionda… e noi dovevamo sorridere. Le odiavo.
È vero che gli orientali non sono molto dotati sessualmente, ma sopperivano a questa mancanza virile con giochi e strumenti, come dita e mano nella vagina, fino ad arrivare a infilare il pugno nel cosiddetto Fisting. Si che gli oriental hanno le mani piccole, ma era sempre come ricevere un fallo di dimensioni enormi che ce la dilatava fino a slargarla permanentemente.
Provai anche il fisting da concubina, a palazzo, prima non ne avevo mai sentito parlare. Quando me ne comunicarono fui scioccata a sapere di farmi penetrare da una mano, la immaginavo come una violenza fisica, una pratica disgustosa. In seguito la vidi compiere su qualche collega e vissi su me stessa quella azione sessuale estrema che implicava l’introduzione della mano a forma di pugno in vagina, provocando una stimolazione che richiedeva maggior dilatazione e provocava penetrazione profonda e piena. in realtà mi resi conto ricevendola che non era così, non era molto diversa dal sesso o dai preliminari normali, dava piacere sessuale come qualsiasi altra stimolazione o penetrazione essere posseduta in quella maniera. A vederla o pensarla, può sembrare una azione orrenda, ma vi assicuro che a praticarla ad altre o farsela praticare su sé stessa da mano sapienti è molto…molto piacevole anche se apparentemente può apparire brutale.
C’è da dire che è una pratica comune in Thailandia e nella cultura orientale con molti amanti di questa specialità, non solo uomini su di noi, ma anche donne, ragazze e signore a praticarla e a farsela praticare anche analmente. Si, si poteva praticare anche analmente, ma da noi succedeva raramente, io la praticai anale poche volte, mentre quella vaginale molte.
La posizione ideale e più comune era quella in cui il ricevente è in posizione supina con le ginocchia divaricate e le gambe tenute leggermente in alto, come la classica posizione ginecologica, ma anche altre sono attuabili.
Naturalmente per praticarla o farsela praticare bisognava seguire la procedura di una tecnica specifica di igiene e cura, era una pratica estrema che richiedeva una predisposizione fisica e una preparazione per poter estendere l'elasticità dei tessuti genitali ad un punto tale da poter accogliere la mano.
Si iniziava con il massaggiare la vulva e le grandi labbra, poi si inseriva un dito nella fessura roteandolo delicatamente in modo da rilassare la muscolatura, per poi inserire un secondo dito poi tre, quattro e infine tutta la mano piatta a lama e quando era all’interno della vagina o dell’ano, veniva roteandola stretta delicatamente a pugno. I tessuti genitali si elasticizzavano e dilatavano e si avvertiva tensione nella vulva e tendere all’inverosimile le grandi e piccole labbra vaginali.
Naturalmente la mano era colma di lubrificante oltre il polso. Il partner attivo inseriva la mano piegando le dita e unendole insieme l’una contro l’altra seguendo il percorso della vagina. Nell’introduzione il pollice era tenuto a contatto col palmo a formare un cuneo e man mano che avanzava le dita venivano ripiegate sul pollice fino a formare un becco e poi il pugno.
Una volta che la mano era penetrata, c’erano varie tecniche per stimolare la vagina. Tra le più comuni c’era: la torsione, la vibrazione, lo stantuffo e il mantice.
La Torsione si eseguiva ruotando il pugno in un moto circolare cosi che le labbra vaginali strofinassero contro il polso e la vagina sul pugno. Nella vibrazione invece si muoveva il pugno rapidamente tenendolo fermo, facendolo oscillare all’interno, ma senza spostarlo, fino a farlo agitare. Lo Stantuffo invece consisteva nel movimento dentro-fuori, simile alla penetrazione del rapporto sessuale, con il pugno che allagava il canale vaginale. Il Mantice consisteva nell'aprire e chiudere la mano all’interno della vagina, aumentando la sensazione di tensione muscolare e di riempimento, dando maggiore piacere e poi con altre modalità come premere, sfiorare, muovere all’interno le dita libere sulle mucose e il punto G.
Naturalmente unghie lunghe, anelli, bracciali e monili di ogni genere che potevano creare lesioni o irritazioni nelle parti intime interne andavano rimossi.
Bisognava lubrificare molto bene con olii specifici sia anali che vaginali e in grandi quantità sia sulle mani che sui genitali. Noi non abbiamo mai usato guanti per proteggere le mani, anche praticando il fisting analmente, ci insegnarono a coprire bene la mano sia di crema che olio fino oltre il polso, dimodoché il lubrificante stesso, come un velo ricoprisse la pelle come un guanto in ogni affranto, isolandola da tutto quello che poteva esserci attorno, germi, umori e feci; e oltre che proteggere rendeva la penetrazione più semplice e confortevole. Si a volte si ci sporcava anche di feci, ma tutto restava in superfice non veniva assorbito, per poi lavarsi accuratamente la mano coperta dall’olio e se occorreva per cautela disinfettarla. I lubrificanti specifici avevano una consistenza morbida e durevole, infatti non si asciugavano in fretta ma lubrificavano la zona costantemente. Si doveva ottenere un effetto scivoloso e setoso sulla pelle e sulla mucosa vaginale o dell’ano.
Le due parti sessuali vaginale e anale avevano bisogno di attenzioni differenti e soprattutto di una buona preparazione e lubrificazione come nella sodomia. L’ano e la vagina sono per natura diversi, hanno una lubrificazione naturale totalmente differente, la vagina è più elastica e naturalmente auto lubrificante a sufficienza per una penetrazione normale. L’ano invece non è elastico ed è poco lubrificato, quindi per la penetrazione anale necessitava maggiore attenzione e di una preparazione più accurata.
Anche la rimozione, la fuoriuscita della mano dalla vagina era piacevole, si sentiva larga e ampia e entrare l’aria e dava sensazioni altrettanto intense quanto quelle dell'inserzione.
La prima volta che mi praticarono il fisting vaginale non me l’aspettavo e anche se ero istruita e mentalmente preparata ero timorosa. Fu dopo qualche mese che avevo già rapporti sessuali e anali, fu la moglie di un generale dell’esercito, una signora formosa e matura che in un triangolo amoroso con suo marito e con lei di cunnilingui, al termine del rapporto sessuale mentre lui era ancora sdraiato e noi sedute nel letto prese a massaggiarmi la vulva esternamente con le dita. Sorridendo con la sua vocina di cacca mi esortò a mettermi nella posizione maggiormente comoda, sdraiata sulla schiena con le gambe ben divaricate e piegate verso il petto, (in seguito lo feci anche a carponi). Vidi che intinse le dita nel lubrificante profumato che in quelle stanze era sempre a portata di mano in vasetti sui comodini e parlando per mettermi a mio agio con le dita e movimenti lenti mi sfregava la vulva spalmandola di olio e praticandomi con dolcezza un massaggio rilassante vulvare. Il massaggio e l’olio ammorbidivano la pelle delle grandi labbra rendendola sempre più elasticizzata. A un certo punto avvertii che mi penetrava con un dito e poi un altro fino ad arrivare a inserirne quattro, escluso il pollice, tutte unite verticali dentro la vagina. Capii la sua intenzione e la lasciai fare. Difatti inserì anche il pollice che fu l'ultimo dito, lo piegò sotto le altre quattro dita unite formando prima una configurazione a becco della mano e poi le chiuse a pugno e subito procedette con movimenti lenti dolci e delicati a spingere e roteare. Mi sentivo la vagina piena del suo pugno e vedevo lei a possedermi e guardarmi sorridente in volto.
Sapevo che bisognava fidarsi di colui o colei che in quel momento inseriva la mano ed essere rilassati e serene e la lascia fare e provai mio malgrado piacere profondo.
Ognuna aveva e provava le sue sensazioni che variavano notevolmente da persona a persona, sia per chi lo riceveva sia per chi lo eseguiva.
A praticarlo, avvertivo una stretta calda intorno al polso. Dopo aver provato a riceverlo, ci hanno insegnato a praticarlo. Dopo aver compiuto varie volte questa pratica, i tessuti muscolari soprattutto quelli circolari della vagina e del retto diventarono lassi…senza più la presa e con la razionalità iniziale.
In pochi anni imparai a compiere tutto sessualmente, in Italia direbbero a diventare una vera prostituta specializzata e raffinata nell’arte sessuale. I primi anni che ero ancora ventenne furono quelli che maggiormente mi sfruttarono sessualmente, poi dopo i trent’anni, oltre che a offrirmi a clienti sempre di ceto minore, mi relegano ad assistere le altre, le più giovani, a preparale e istruirle su come comportarsi e cosa compiere con le mani, la vagina, l’ano, la bocca...
Non so quanti rapporti sessuali ho avuto, tanti, tanti davvero, davanti e dietro, con la bocca e con oggetti. Oramai era quella la mia vita, l’avevo accettata e la vivevo pienamente. La vagina, la vulva e l’ano si erano dilatati permanentemente.
Dodici anni dopo, allo scoppio della pandemia, il covid in Thailandia si sparse veloce e dappertutto, i clienti si ammalarono e alcuni morirono, e si allontanarono sempre maggiormente, avevano paura di prendersi il covid da noi e non ci frequentavano. Facemmo tutte il vaccino, ma io lo presi lo stesso, restai a letto quasi sola per quindici giorni… con tosse e catarro. La gente aveva paura ad avvicinarsi a noi, già eravamo prostitute e poi il covid e pensava che fossimo malate e portatrice di malattie.
Con quattro milioni e mezzo di contagiati e 35.00 mila morti ufficiali, anche noi avevamo paura l’una dell’altra, perfino a toccarci e scambiarci oggetti, creme e altro. Quindi la Faing con i suoi vertici decise di sospendere l’attività anche perché era diventato proibito essere promiscue e quello fu l’unico periodo che passai delle giornate senza chiavare. Alcune di noi furono fatte partire e trasferite in altri luoghi o residence, io e una ragazza tedesca restammo con la Faing a Bangkok.
Come dicevo non veniva più nessuno a palazzo, nemmeno l’estetista, era morta anche lei, e ci facevamo tutte da sole anche da mangiare.
Anche la Faing si ammalò, chiusero e restammo noi che lo avevamo già fatto il covid ad assisterla. All’inizio l’avrei ammazzata, e ora che potevo farlo l’assistevo... lei se ne rese conto, perché un giorno mentre l’aiutavo mi guardò e inaspettatamente mi baciò le mani, quello nella cultura thailandese era un atto di sottomissione, mi guardava in silenzio, io la guardai e mi scesero due lacrime.
In quel periodo l’aiutavo a lavarsi e a mangiare, poi lentamente si riprese.
Un giorno dopo qualche anno che il covid stava scemando e terminando andammo in ospedale a trovare un uomo dell’organizzazione e io l’accompagnai… quando fummo tra la confusione del reparto, divisi dai vetri, all’improvviso non so perché, istintivamente scappai… La Faing se ne accorse e mi venne dietro, mi inseguì giù per le scale fino alla strada e voltandomi vedevo che intanto che correvo parlava al telefono con qualcuno, probabilmente chiedeva aiuto.
Dopo essere fuggita attraversai la strada e mi misi a correre nella piazza per raggiunsi l’ambasciata di Francia che si trovava dall’altra parte dell’ospedale, ed ero davanti ad essa, alla mia libertà, ritornare a casa o tornare a essere quella che ero.
“Iris…Iris…” Mi chiamò la sua voce fredda e metallica fermandosi a pochi metri da me, sapendo che oramai bastava che gridavo e sarebbero intervenuti i poliziotti di guardia all’ambasciata.
” Non andare, non puoi…” Disse con il fiatone.
“Perché non posso?” Ribattei arrabbiata.
“Perché tu oramai sei una di noi…ci appartieni e noi apparteniamo a te, siamo la tua casa, la tua vita. Cosa torni a fare in Europa? Non ritroverai nessuno, sono passati dodici anni, una volta ritornata per loro tu saresti soltanto una poverina, una donna disgraziata che ha fatto la puttana… Ti compatirebbero e metterebbero in dubbio quello che dirai e farai... Mentre qui ora sei qualcuna, hai un’esperienza e anche se non sei più giovane e bella come quando sei arrivata, sei sempre una donna attraente. Potrai sceglie se fare ancora la concubina o aiutare me… istruiresti le nuove arrivate, le prepareresti al concubinaggio, saresti una sorta di “phuying leggi Faing”. Io oramai sono vecchia per fare tutto da sola, ho superato i sessant’anni, quando eri arrivata ne avevo 49 e avevo già pensato a te, te l’avrei detto. Pensaci! Non ti mancherebbe niente, tu sai come hai vissuto questi anni e così sarà ancora e anche meglio…” Fece una pausa ansimando e proseguì:” In Europa cosa troveresti? Niente e nessuno, i tuoi genitori forse morti, ma troveresti tanta pena… compassione per te.”
A quelle parole ebbi mi fermai proprio mentre le stavo dicendo addio per voltarmi e correre all’ambasciata, era una situazione particolare, proprio mentre ero in procinto di andarmene, fuggire, lasciarla, di potere andare via mi venivano i dubbi, i ripensamenti. Avevo davvero paura di cosa avrei trovato tornando dopo tredici anni in quello che era il mio vecchio mondo … Ero seria, presa all’improvviso da un momento di dubbio e incertezza e anche paura a restare sola.
La gente ci girava attorno ignara di cosa parlavamo, di chi ero e chi era lei. La Flain ferma davanti a con i suoi occhi era come un serpente incantatore e non so nemmeno io perché restavo lì ad ascoltarla invece di fuggire e andarmene. Vivevo quella situazione, quel distacco e tentativo di fuga con dispiacere, come la fine di una di una relazione, di qualcosa che nel bene e nel male avevo anche amato con le mie colleghe e avevo accettato di vivere. Era come se fosse un viaggio, che quando sai che è finito e ti dispiace partire.
All’improvviso come arrendendosi dispiaciuta disse: “Fai come vuoi Iris… ma io sento che tu dentro di te oramai sei una di noi, fai parte della nostra famiglia, della nostra mentalità, del nostro modo di essere … e lo senti anche tu che sei così. Sai che ti voglio bene, che ti ho sempre amata, come donna e come la figlia che non ho mai avuto e se non vuoi restare e inutile che ti trattengo. Vai…vai… entra nell’ambasciata, ma quella non sarà la tua libertà, sarà la tua nuova prigione, non sarai libera, ma prigioniera di te stessa e di un mondo che non conosci più e lui non riconosce te… cambiato, che aldilà della pena che proverà non ti accetterà più. Non ti fermerò vai…ma mi dispiace davvero Iris…”
A quelle parole e al suo tentativo di tenermi, d’amarmi sia come donna e come una figlia ebbi un ripensamento improvviso, come la rivelazione di un sentimento che pensavo non avere più, l’amore… L’amore per un’altra donna orientale con oltre vent’anni più di me, che non pensavo mai potesse esserci e insieme al ricordo vivido di quel palazzo, dell’harem, sentivo un nuovo pensiero che cambiava la percezione della situazione e della mia vita.
Mi sentivo combattuta dentro di me, c’era del vero in quello che diceva, oramai mi sentivo diversa, non più come prima, forse nemmeno più europea, italiana non più la ragazza di 23 anni che era arrivata, ma una donna di 37 anni cresciuta in quel mondo e forse ero davvero diventata una di loro. M acon uno sforzo di volontà mi voltai, le diedi le spalle e feci alcuni passi verso l’ambasciata, lei mormorò:” Addio Iris…” e si voltò per tornare indietro. Fatti pochi passi mi rivoltai, la vidi di spalle, mi prese il panico di restare sola e istintivamente la chiamai:” Faing!”
Lei si fermò, voltò e mi guardò negli occhi, in quel momento la mia espressione mentre smarrita pensavo e la guardavo era triste, di ripensamento e anche di soggezione e sottomissione verso lei e si manifestava attraverso le parole o meglio in non parlare, nel silenzio, in un non decidermi a voltarmi e andarmene via ma restare lì ferma. Non so perché non lo facevo, perché non me ne andavo e restavo a parlare con lei. Il mio comportamento, lo sguardo e il suo era come se cercassero il contatto fisico. Non sapevo reagire a quel dubbio, paura e ripensamento. Mi sentivo a disagio, angosciata, sorpresa di me stessa che dopo averla maledetta più volte, desiderato che morisse e tanto sognato di fuggire, ora che potevo farlo, che avevo un piede nella libertà ero indecisa se farlo, se lasciarli.
Era proprio come un serpente ipnotizzatore, ferma in piedi a pochi metri da me che mi fissava, come se fosse pronta a muoversi all’improvviso con uno scatto per mordermi e avvelenarmi, e dentro di me assurdamente avvertivo una forma di attrazione verso lei i suoi occhi di ghiaccio e di serpente, era come se entrassero in me nel mio cervello attraverso i miei.
Quel mondo maledetto mi aveva resa perversa, traviata, rubato la giovinezza, la vita, la procreazione e mi aveva tolto il piacere di diventare madre come tutte le donne, eppure non riuscivo a odiarla, anche se era lei che come una madre degenere mi aveva insegnato a diventare e essere una prostituta. Avrei dovuta mandarla via, ero in uno stato sospeso. Assurdamente avevo gli occhi lucidi al pensiero di lasciare tutto dopo tanti anni, in fondo nel bene e nel male c’era cresciuta e plasmata una parte di me in quella casa, con loro, con lei, mi aveva formato, fatto di me una brava concubina, una prostituta raffinata. In quel momento mi ritrovai ad avvertire la stessa sensazione che avevo vissuto quando fui rapita sulla navetta con Giulia, che avevo la possibilità di fuggire ma esitavo a farlo… Ma questa volta non c’era Giulia, dipendeva tutto e soltanto da me. Non riuscivo a distaccarmi in modo definitivo da quella donna e da quel mondo, era come se mi avesse contaminata, mi sentivo come se dovessi abbandonare una parte di me con lei, anche se l’avevo odiata mi dispiaceva lasciarla.
In mezzo a quel traffico e con quella gente che mi girava attorno e ai suoi suoni urbani riflettevo:” Fuggo!... Ma dove vado?” Mi chiedevo.” Torno a casa… ma quale casa?” Mi ripetevo.” Forse casa mia dove probabilmente mi danno per morta…nessuno si ricorda più di me e chi si ricorda sarà cambiato proprio come me?” E ragionavo:” Dovrò parlare, parlare, polizia, giornalisti, parenti miei e quelli di Giulia, avvertire la loro pena e compassione e poi rifarmi una vita…? Ma che vita se non so altro che fare la prostituta…che non posso più avere figli? Che lavoro troverò al ritorno dall’altra parte del mondo? Pena, compassione, gioia, dolore, sopportazione…?”
In quel momento che pensavo, lei, la Faing fissandomi fece un passo in avanti tendendomi in braccio e la mano, mi guardò ancora negli occhi e io guardai i suoi, se non era per la differenza di età sembravamo come due amiche ritrovate che si salutano, di cui io avevo deciso di non vederla più. Ma non ci riuscivo, mi rendevo conto di avere ancora un forte legame con quell’ambiente e con la Faing e purtroppo dopo tanti sentivo anche di volergli bene. La sua mano restò tesa per un attimo nel vuoto, d’istinto forse guidata da una forza misteriosa e interiore feci un passo avanti e andai verso lei, che prese la mia e la strinse nella sua e di seguito prese anche l’altra e abbassandosi un poco con il capo le portò entrambe alle labbra e le baciò ancora come aveva fatto quando malata l’assistevo, in segno di sottomissione e rispetto, tirando sul il capo si avvicinò e baciò sulle labbra abbracciandomi e sussurrando:” Tu ormai sei una di noi… noi siamo la tua famiglia…Io sono tua madre...” E rassegnata mi lasciai prendere la mano nella sua e mano nella mano tornai insieme a lei e mi portò al bordo della piazza, all’auto che aveva chiamato in aiuto telefonando. Salimmo e in silenzio ritornammo al palazzo. Avevo fatto la mia scelta di restare quello che ero e vivere con lei e con loro, di essere e restare una concubina.
Tutto tornò come prima, lentamente il covid passò e l’harem iniziò lentamente a essere frequentato come prima; con me comunicava con gli occhi, il sorriso e le carezze, aveva apprezzato la mia scelta che avevo preferito lei. Non so nemmeno io perché tornai, forse mi aveva plagiata in tutti questi anni.
Alcuni giorni dopo mi chiamò e prendendomi per mano disse:” Vieni Iris, è arrivata una ragazza dalla Spagna…pensaci tu, Istruiscila e preparala… dalle un nome e seguila…” Precisando guardandomi negli occhi:” Non lasciare mai che ti faccia compassione, loro devono diventare come eravamo noi… ti devono ubbidire.”
Non so perché ero contenta di quel compito. Sorrisi:” Non accadrà!” Risposi.
Andai dalla ragazza spagnola, molto bella, alta, bionda naturale avrà avuto vent’anni, piangeva, le presi la mano tra le mie e le dissi questa è la tua nuova famiglia, la tua nuova vita, sarai una concubina… sai cosa vuol dire?”
Fece segno di no con il capo:” La prostituta … qui farai la prostituta” Dissi io:” Puoi scegliere di farlo di tua volontà o con dolore…oppure essere venduta o ammazzata…”
“Scoppiò a piangere, appoggiò la testa su di me che la confortai:” Si piangi, sfogati ora che poi non dovrai pensarci più… Ma ora vieni che ti preparo e ti dico qualcosa…”
Avevo scelto di essere e restare una Faing.
Iris.
La tratta delle bianche è il commercio prevalentemente di donne e minori europei, destinate al mercato della prostituzione. Le vittime prescelte vengono attirate con false promesse di lavoro, con l’inganno, la coercizione, l’amore o il rapimento da parte di trafficanti. Questo fenomeno si intreccia con la nascita e l'espansione del mercato globale della prostituzione, che richiede un flusso costante di nuove "reclute". Un fenomeno con una forte qualificazione razziale alla rovescia, focalizzandosi su persone femminili bianche, occidentali e per la maggior parte provenienti dall'Europa, in particolare dall'Europa orientale. Si sviluppa con l'avvento della modernità e lo sviluppo di reti criminali transnazionali.
In quell’harem o quella corte come si vuole chiamare a un certo punto il sesso e la promiscuità diventano la normalità. Non saprai mai chi sarà il prossimo nella stanza per accoppiarsi con te e in che modo, saprai solo che succederà perché quello è il tuo destino, dieci, quindici volte al giorno e che domani potrebbe essere peggio di oggi.”
Iris
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