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STORIE E RACCONTI EROTICI
VIETATI AI MINORI DI 18 ANNI
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STORIE IGNOBILI

VIETATO AI MINORI DI 18 ANNI.
LA SINDROME DI STOCCOLMA
(Storia di una bella siciliana vittima di un abuso sessuale)
NOTE:
"Non si è vittime, ma protagonisti delle proprie azioni. La guarigione inizia quando la vittima smette di aspettarsi che l'abusante si trasformi."
“Angiolina.”
DA UNA STORIA VERA
Buongiorno a tutte le lettrici e i lettori, certamente conoscerete il significato della frase “Sindrome di Stoccolma”, ma se qualcuno ne fosse all’oscuro, leggendo la mia storia ne capirà l’essenza più che di tante elocuzioni scientifiche, psicologiche e letterarie.
Questa confessione ha dell’assurdo ma purtroppo è reale.
Il mio nome è Angela, ma tutti mi chiamano con il diminutivo di Angelina, cioè Lina.
Io e la mia famiglia siamo di origine meridionale, ma da molti anni residenti al nord, venimmo su quasi tutta la famiglia, prima io e mio marito con i figli, poi i cognati e le cognate con i fratelli e le sorelle e i nipoti sia da parte mia che di mio marito e alla fine abbiamo portato anche i genitori nel nord, iniziando a viverci tutti in pianta stabile.
Io sono sempre stata una donna della bellezza mediterranea, del sud, capelli lunghi e neri in un bel corpo, anche se un po’ prosperosa sia per le due gravidanze che avevo avuto con mio marito e per la mia golosità. Anche se non era bello, ero gelosa di mio marito, il mio primo e unico uomo della mia vita. Il suo nome di battessimo era Salvatore, ma anche a lui lo chiamavamo Tottuccio, da Totò, che in Sicilia è il diminutivo di Salvatore.
In quel periodo ero la tipica donna del sud arrivata al nord trasformatasi in donna moderna assorbendo la mentalità settentrionale nel modo di vivere e di vestire e i miei capelli da neri, con il permesso di mio marito li avevo tinti rosso castano, che mi stavano meglio e avevo anche acquistata una utilitaria, Panda usata.
Nel nord, quasi tutti noi siciliani che vivevamo nella nostra provincia ci conoscevamo o di persona o di vista e rispettavamo a vicenda e, con gli anziani e i bambini ci incontravamo tutti insieme una volta o due all’anno in feste private organizzate in forma di raduno solo per noi corregionali. Queste avvenivano il primo martedì di marzo che festeggiavamo la Vergine Odigitria, ovvero la Madonna di Costantinopoli, Santa Patrona della Sicilia o il 4 Settembre alla festa di Santa Rosalia, Patrona di Palermo, essendo la maggioranza di noi palermitani o dei dintorni. Queste riunioni come le chiamavamo noi, avvenivano una volta in una città e a volte in altre a secondo le disponibilità dei programmatori e del luogo per il raduno. Si verificavano sempre in ristoranti gestiti da corregionali, dove preparavano piatti tipici della nostra regione con vino delle nostre terre e in una grande tavolata pranzavamo insieme e, al termine ballavamo tutti festeggiando, adulti, anziani e bambini, con canti e balli siculi, ma anche moderni.
Io avevo due figli adolescenti che studiavano, frequentavano le scuole medie, un maschio e una femmina un po' più grande già diventata signorina avendo avuto da poco il menarca, le prime mestruazioni.
Mio marito Tottuccio essendo muratore lavorava come operaio edile nella costruzione di palazzi. Io saltuariamente lavoravo a ore a fare le pulizie nelle case oppure negli alberghi nel periodo estivo, a rifare i letti con una collega nelle camere dei clienti, ma lavoravo soltanto quattro mesi all’anno, da giugno a settembre senza nemmeno essere messe in regola e poi ero lasciata a casa. Quell’anno tramite paesane ero stata assunta da una cooperativa che praticava pulizie negli edifici pubblici, lavoravo soltanto quattro ore al giorno, pochi soldi, ma a me facevano comodo, almeno guadagnavamo qualcosa in più da spendere per i figli.
Nel nostro ambiente come dicevo ci conoscevamo un po’ tutte sul lavoro, anche le mie colleghe erano meridionali come me, alcune erano compaesane, altre straniere, qualche rumena, polacca, albanese e africana che lavorava con il velo ….
Nella nostra piccola comunità meridionale c’erano anche famiglie che facevano ogni tipo di lavoro e spesso non sempre lecito, c’era anche chi era dedito alla delinquenza e rubava, soprattutto giovani senza voglia di lavorare, ma conoscendoli stavamo alla larga da loro.
Con il consenso di mio marito mi vestivo in modo moderno, sempre carino, a volte sexy ma senza essere volgare o scostumata come si dice da noi.
Tra le nostre conoscenze di comunità c’era un ambulante che faceva i mercati con la sua bancarella, lo chiamavano Vanni, diminutivo di Giovanni, aveva più di 55 anni e lavorava con la moglie anziana e con qualche anno più di lui. Avevano un figlio sposato che si era arruolato in marina e viveva a Roma con la moglie e i figli, ed era impiegato nel ministero.
Vanni era una persona corretta, lui e la moglie erano commercianti ambulanti, vendevano indumenti intimi femminile e maschili al mercato. La consorte gestiva tutto, erano disponibili a fare sconti a noi compaesani, ma si prestavano anche a vendere indumenti rubati nei tir o nei negozi, indumenti e biancheria intima di marca e di buona fattura e per noi a prezzi stracciati. Lo facevano soltanto con noi conterranei perché ci conoscevano e si fidavano che non dicevamo nulla a nessuno.
Quando ci proponevano degli articoli di indumenti intimi, per esempio mutandine e reggiseno, ci prospettavano sempre l’alternativa di pezzi di marca e di tessuti buoni rubati, che se acquistati nei negozi li avremmo pagati tre quattro volte di più del costo che ce lo mettevano loro. Per esempio un reggiseno o uno slip di marca che a noi paesani al mercato metteva a cinque euro a prezzo da stock, uguale in negozio lo avremmo pagato 20-25 euro. Ci vendeva veramente a importi convenienti, non scampoli ma pezzi originali veramente belli, di classe, eleganti e coordinati, che erano il sogno intimo di tutte le donne. Idem per gli indumenti intimi in cotone o lino e ogni indumento che riguardasse la lingeria femminile, pancere, bustini, calze, body, mutandine di ogni tipo e misura. Reggiseni contenitivi, magliette da notte, canotte intime, sottovesti, camice da notte, pigiama e tutto quello che riguardava l’intimo femminile…
Così capitava spesso che noi che facevamo le pulizie indossassimo mutandine di marca e buona fattura che nemmeno l’impiegata o la datrice di lavoro aveva.
Ma questo lo facevano solo con noi meridionali e compaesani che conoscevano personalmente e si fidavano, agli sconosciuti vendevano se erano accompagnati da noi, o da gente fidata, oppure niente, era rischioso vendere indumenti intimi rubati, la guardia di finanza controllava, ma lui sapeva come eluderla.
Vanni aveva un grosso furgone bianco ed eravamo in molte ad andare a servirci da lui nella sua bancarella quando era nella nostra città. Era il tipico ambulante del sud, che parlava ad alta voce, anzi gridava, invitando la gente che passava a osservare e ad acquistare la sua mercanzia.
La moglie di Vanni non stava bene di salute, era una donna malaticcia, grassa e diabetica che le aveva portato degli scompensi cardiaci. Un giorno scivolò e si ruppe il femore e dovette restare a letto per molto tempo e per lei iniziò un calvario che la portò a scompensarsi maggiormente. Lui nella bancarella assunse un ragazzino figlio di un compaesano che lo aiutava a montare e smontare l’ombrellone e il banco e posizionare le ceste e le scatole con gli indumenti e stesse attento quando le donne cercavano qualcosa che non portassero via niente facendo la guardia quando lui si assentava. Quel ragazzino non sapeva vendere, era solo di aiuto materiale, ricordo che ebbe anche una ragazza figlia di paesani come garzona, ma non le piaceva il genere di lavoro e lasciò.
Comunque a seguito della rottura del femore e delle conseguenze di quell’ulteriore scompenso fisico e cardiaco sua moglie mancò, ci fu un funerale molto affollato di tutti i corregionali e colleghi ambulanti, fu molto commovente, si vedeva che soffriva e l’amava molto, andammo anche io e mio marito a fargli le condoglianze. Vanni entrò in una sorta di vedovanza come si usava in Sicilia, non mettendosi più con nessuna, con il figlio portò la moglie giù al paese a seppellirla e poi ritornò su a riprendere la sua attività, con il bottoncino nero appuntato in petto, in segno di lutto.
Con Vanni ci conoscevamo essendo compaesani e essendoci incontrati più volte anche con sua moglie buon’anima ai raduni della nostra comunità, avevo già acquistato da lui della biancheria intima per me, mia suocera che viveva con noi e i figli. Mio padre era mancato in quegli anni purtroppo. Devo dire la verità ci trattava veramente bene, ci vendeva indumenti e capi di marca svaligiati in negozi o camion a un prezzo bassissimo, quasi fossero da stock… o da saldo, ma a noi non interessava da dove provenivano. Se occorreva su richiesta ci procurava capi particolari anche di vestiario in pelle vera o tessuto, tipo giacconi, giubbe e giubbini, gonne ma a metà prezzo.
Quando andavo da lui nella bancarella a fine mese quando mio marito prendeva lo stipendio, compravo parecchio e per tutti in famiglia. In genere non andavo mai da sola a fare gli acquisti di qualunque genere, come si usava da noi mi davo appuntamento con mia sorella e mia cognata e andavamo sempre in gruppo, era anche un modo di chiacchierare, spettegolare e stare insieme.
Quella mattina ero sola per loro indisposizione, mia cognata doveva andare a scuola a parlare con i professori della figlia e mia sorella era influenzata e le facevo io la spesa, ed era giorno di mercato nella nostra città e come ogni volta andai e mi ritrovai davanti alla bancarella di Vanni e curiosai. Era maggio e per il cambio di stagione volevo comprare della biancheria intima per me, mio marito e i miei figli, oltre che una camicia da notte e altri indumenti per mia suocera.
Ci salutammo e subito parlammo nel nostro dialetto della sua situazione e della moglie che aveva seppellito in Sicilia, dicendogli che aveva compiuto un bel gesto a rispettare le sue volontà e poi gli domandai: “Vanni ha mica della bella biancheria e delle camice da notte che non siano di stock però! Indumenti buoni…” Gli chiesi sorridendo, … mentre frugavo assieme ad altra gente nella bancarella.
Lui capì subito a cosa intendevo: “Mi è arrivata della roba bellissima, sia biancheria intima che pigiami e camice da notte, ma non li ho qui, come sa certi indumenti li tengo in garage! Se la vuole deve venire a prenderla lì oggi pomeriggio, prima che finisca, lo sa che la roba di marca appena spargo la voce finisce subito.” Disse.
Sapevo di altre mie compaesane che a volte per comprare, scegliere i pezzi e provare gli indumenti andavano da lui direttamente sotto casa sua, dove aveva un enorme garage magazzino di materiale inscatolato, soprattutto indumenti rubati nascosti insieme ad altri che non metteva mai in bancarella e non vi trovai nulla di male ad andarci anch’io, in fin dei conti era un conoscente di famiglia e di mio marito, che ci rispettava. Così mi misi d’accordo con lui e decisi quel pomeriggio di andare alle 16.00 nel magazzino.
“Allora vengo oggi Vanni, se riesco porto anche mia suocera così se la misura…” Gli dissi parlando sottovoce in modo che le altre clienti di passaggio non sentissero.
Fu gentile dicendomi: “Come vuole lei signora, se no le dò i pezzi che vuole per sua suocera e se li misura in casa senza farla venire e camminare tanto e poi si tiene quelli che sceglie e gli altri me li riporta! “Sorrisi della sua gentilezza e disponibilità e mi fece piacere.
“Grazie Vanni!!” Risposi e lui proseguì: “Se non ci aiutiamo tra di noi compaesani!” Esclamò ridendo mentre il ragazzino dall’altro capo della bancarella parlava con una turista che aveva un reggiseno in mano.
Quella sua disponibilità, mi rassicurava maggiormente, lo vedevo come una persona per bene, vedovo da un anno oramai. E disse: “Il garage è sotto il palazzo rosa che si vede quando entra nel paesetto. Io sono dentro con il ragazzo che mettiamo apposto gli arrivi, lei bussi sulla serranda, la riconoscerà è bella grande e colorata di verde, così la faccio entrare.”
“D’accordo!” Risposi sorridendo e lo salutai.
Quel pomeriggio verso le sedici andai all’appuntamento, sapevo dov’era anche se non c’ero mai stata.
Chiamai mia suocera, che mi disse che non poteva muoversi perché aveva male alle gambe, soffriva di flebite così le risposi: “Tu stai a casa, ti porto io gli indumenti da provare!”
I figli erano fuori e mio marito al lavoro e andai. Presi l’auto e arrivata nei pressi del suo magazzeno-garage posteggiai poco vicino e scesi, dopo pochi passi bussai alla serranda dicendogli chi ero e la aprì un poco facendola scorrere lateralmente quel tanto che io passassi. Mise la testa esternamente a guardare fuori e poi la rientrò e chiuse.
“Venga signora!” Mi disse.
Seppi poi in seguito che il suo furgone bianco era un Iveco Daily con il cabinato dietro rialzato che quasi ci stava una persona in piedi e molto spazioso, con due sportelli in fondo e uno laterale scorrevole.
Il Garage era un locale sotto un grande palazzo, all’interno era abbastanza ampio, ci sarebbero state tre auto e forse più, ma vicino a una parete c’era solo il furgone con la porta scorrevole laterale aperta e dentro quasi vuoto avendo scaricato tutto.
“Sto preparando per domani!” Disse Giovanni vedendo che guardavo: “Carico altra roba nuova e mi tocca fare tutto da solo!” Fece una pausa e proseguì: “Avevo un ragazzino, ma non gli piaceva lavorare e si è licenziato proprio oggi e inutile, per fare questo lavoro ci vuole passione … non gli piaceva alzarsi presto al mattino alle sei e ora sono di nuovo solo.” Disse sorridendo.
Dopo aver scambiato qualche parola convenevole, mi portò sul lato del magazzino dove all’interno vi era il furgone posteggiato e alle pareti sugli scaffali c’erano scatole, scatoloni e scatolette appena arrivate di indumenti e biancheria intima, molta probabilmente rubata, ne aprì alcuni e tirò fuori della lingerie davvero bella e di marca ancora nel cellophane.
“Scelga quella che vuole … guardi le misure…” Mi disse spargendo le buste di cellophane vuote sulla tavola vicino al muro:” Che io intanto prendo le camice da notte per sua suocera che sono veramente belle, vedrà che resterà contenta. “
Con il suo permesso aprii alcune buste trasparenti, dopo averne guardato i colori presi il contenuto e lo allargai stendendo le braccia tese guardandolo a distanza cercando di immaginarlo su mia suocera, trovandolo lo misi da parte mettendomi a cercare dei pezzi per me, della mia misura, delle mutandine o altro. Oltre ad aver guardato la taglia che però era in varie nazionalità, per sicurezza me le misurai addosso esternamente, appoggiandola mutandina sulle spine iliache del bacino per vedere se la larghezza andava bene. Poi presi una maglia da sotto di cotone e me la misi davanti al vestito, dalle spalle in giù per vedere dove mi arrivava, senza indossarla, lo stesso stavo facendo con un reggiseno, quando sentii la sua voce dire mentre trafugava tra le scatole: “Se lo provi signora Lina… i reggiseno vanno portati aderenti e non laschi…”
Mi voltai osservandolo, il fatto che mi chiamasse per nome mi dava sicurezza e un senso di rispetto e domandai:” Ma dove lo misuro?” Mentre imbarazzata mi guardavo attorno non vedendo luoghi riparati dove poter provare.
“Vada sul furgone!” Disse Vanni:” Ci vanno tutte…”
Chiuda la porta scorrevole, c’è la luce dentro e si provi tranquillamente tutti gli indumenti che vuole.”
Vista la mia esitazione ripeté con delle scatole in mano che impilava su delle altre: “Vada sul furgone! ...Ha la porta scorrevole che si chiude dall’interno.”
“Ma no, non è il caso!” Risposi io impacciata:” Vedo anche così se mi vanno bene, me li appoggio sopra, le provo poi a casa.... “
“Ma stia tranquilla signora Lina, vada...salga! ... “Ribadì ancora:” C’è anche uno specchio sulla parete tra gli espositori. Salgono anche le altre signore, non è mica la prima. Lo facciamo anche al mercato per far provare gli indumenti alle clienti, c’è anche lo sgabello per sedersi internamente oltre la luce e si chiude all’interno con questo!” Dichiarò e posando le scatole e avvicinandosi mostrandomi un gancio di chiusura da infilare in un occhiello che aveva messo lui all’interno della porta scorrevole.
“Così è tranquilla signora Lina!” Mormorò seriamente:” La privacy è la prima cosa nel mio lavoro.”
Dal punto di vista emotivo e di sicurezza vedendo la chiusura interna mi tranquillizzai.
Prima di entrare mi fece vedere altri indumenti e prese dalle scatole dell’intimo femminile veramente pregiato: “Questi sono slip a vita alta elasticizzati, contenitivi da signora, per nascondere le pancette e tirare su il sedere!” Disse sorridendo:” Se li provi…” Aggiungendo: “Provi anche questi!... Che però sono più alti e modellanti nei fianchi.” E me ne passò altri color cognac. Mi passò anche una guaina a pancera contenitiva molto bella e pregiata e mi porse un body modellante elegante con coppe per le mammelle preformate e rivestita di cotone all’interno con rifinitura liscia color pelle con la chiusura posteriore che dava l’effetto nudo, e me li mise in mano ripetendomi:” Le provi con calma!” Aggiungendo:” Questo…” Rivolgendosi al body che mi aveva messo tra le mani:” … se lo compra fuori in negozio lo paga non meno di 150 euro…”
Sorrisi:” E a me quanto lo mette?” Chiesi guardando il body che mi piaceva ed era veramente bello.
“Poco! Per voi paesane poco lo sapete, meno della metà di quello che lo paghereste nei negozi. Lei scelga quello che vuole poi alla fine facciamo un conto.” Pronunciò.
“E scegliere è facile…” Risposi:” …è tutta roba bella e buona e si vede di buon materiale e fattura, ma quanto lo mette!?” Domandai curiosa, visto che mi piaceva e interessava.
“Trenta euro e se prende qualcos’altro le tolgo ancora qualcosa …” Disse con il suo fare da mercante.
E si allontanò di nuovo verso gli scafali dalla parte opposta a rimettere a posto scatole.
Sapevo che erano indumenti rubati, ma erano veramente di buona fattura e materiale oltre che marca e a noi paesani ce li vendeva a molto poco e sinceramente non mi interessava la provenienza.
Ero seccata perché per provarmi quei capi avrei dovuto spogliarmi quasi nuda, togliermi il vestito, ma mi dissi:” Intanto sono chiusa dentro il furgone che posso aprire solo io dall’interno …” E poi mi sembrava una brava persona e mi dava affidamento in quel momento.
Intanto Vanni, mentre parlava si era portato un po' distante, tra lo scafale e le scatole e le metteva a posto quasi non considerandomi.
E così con gli indumenti in mano visto che lui era dietro a fare il suo e non mi dava retta, presi tutto in mano, mutandina contenitiva per la mia pancetta, body, guaina e un reggiseno ed entrai nel cabinato posteriore del furgone. Salii il gradino abbassando un poco la testa che toccava il tettuccio e quando fui dentro accesi la luce interna a batteria che mi aveva mostrato. Il clima in quel garage era tiepido, quanto bastava per non avere né caldo né freddo, solo dentro il furgone c’era più caldo. Dall’interno tirai il portellone scorrevole, lo chiusi e misi il gancio di fermo interno. Mi sedetti sullo sgabello, mi tolsi la maglia e il reggiseno e mi provai quello nuovo, andava bene, mi alzai e guardai in quella specie di specchio che aveva messo, mi stava a pennello ed era molto comodo e sentii subito sulla pelle che era di materiale buono. Contenta me lo tolsi piegandolo e mettendolo da parte per acquistarlo, rimettendomi il mio. Poi visto che ero dentro da sola anche se incominciavo a sentire il caldo della chiusura del cabinato, mi alzai e in piedi con il tronco appena curvo e tenendomi con una mano appoggiata alla parete del furgone mi tirai su la gonna senza toglierla e veloce mi abbassai gli slip e li spinsi giù non senza apprensione, perché benché fossi sola mi sentivo a disagio in quel luogo, tanto di aver pensato per un attimo di provare la mutandina nuova con le mie sotto, ma poi visto che ero sola… mi tranquillizzai.
Risedendomi sullo sgabello e sulla mia gonna stessa che avevo abbassato un po’ dietro, tirai la mutandina giù alle ginocchia, poi alle caviglie e la tolsi infilando subito ai piedi quelle nuove contenitive, tirandole su alle ginocchia e alle cosce. Alzandomi dallo sgabello sollevai la gonna davanti e dietro oltre i fianchi, e muovendo il sedere da una parte e dall’altra perché essendo elasticizzate erano aderenti, le infilai e indossai assestandomele. Mi stavano bene ed erano belle aderenti e comode, anche se erano di vita più alte delle solite che portavo io, mi arrivavano sopra all’ombelico appiattendo la mia pancetta da quarantenne che sembrava sparita sotto il tessuto, lasciando però uscirei dagli inguini alcuni peli pubici. Mi voltai con la testa dietro verso lo specchio e con la mano mi guardai e toccai il sedere, me lo avevano alzato, erano belle aderenti, mi alzavano il culo, sembrava che ce l’avessi più alto e nascondevano la pancetta, mi piaceva e l’avrei acquistata.
Iniziai a toglierle, per provare la guaina e il body e le tirai giù alle ginocchia e stavo procedendo inversamente per levarle, quando all’improvviso sentii di colpo aprire lo sportellone in fondo al furgone che pensavo fosse chiuso, anzi che non ci fosse affatto, entrare un lampo di chiarore e vidi una grassa sagoma controluce salire su e richiudere ritornando alla luce fioca della lampadina a batteria.
Ebbi un soprassalto... lo riconobbi, era Vanni.
Salì sopra con la sua mole facendo dondolare il furgone: “Ma che fa Vanni? Esca fuori?” Gridai. Feci una pausa, dall’irruzione deglutii la saliva e ripresi esclamando sorpresa e spaventata: “Esca !!... Esca fuori di qui !!”
D’istinto mi piegai verso il basso, ripresi le mutandine alte e contenitive che mi stavo togliendo e veloce e imbarazzata rialzandomi le ritirai su ma fino alle cosce dove si incastrarono, di più non riuscii a farli salire vista l’aderenza elasticizzata che faceva resistenza sulla pelle e la concitazione del momento, allora abbassai giù la gonna cercando di coprirmi non senza dargli involontariamente modo seppur con la luce fioca di vedere il mio sesso.
“Esca vada fuori!” Urlai.
A quelle parole lui rise e non sii fermò e si fece più avanti e io ripetei ancora forte: “Che fa? Scenda!”
Avevo le mutandine sopra le ginocchia e con la gonna abbassata mi coprivo le parti intime davanti e di dietro. Ma lui si avvicinò ancora.
“Esca come si permette, non vede che mi sto cambiando? “Gridai, non sapendo che altro dire.
“Lo so!... Per questo sono salito, fammi vedere la figa!” Esclamò volgarmente nel nostro dialetto.
Restai sorpresa e scandalizzata dal suo linguaggio e soprattutto che mi mancasse di rispetto.
“Ma che fa è pazzo? Guardi che la denuncio …lo dico a mio marito che mi manca di rispetto!”
Esclamai.
Ma lui si avvicinò di più nel mio tentativo di fermarlo e di muovermi con quelle mutandine a metà coscia che limitavano i miei passi. Ci fu una colluttazione, dove all’improvviso con mio stupore e incredulità mi diede due schiaffi sul viso da farmi bruciare le guance, spingendomi indietro contro la lamiera della cabina e a sedere su alcune scatole, soccombendo momentaneamente alla sua brutalità.
“Io vado via!” Esclamai rialzandomi indignata allungando il braccio e togliendo con la mano il fermo nel portellone per poterlo riaprire.
Ma lui avvicinatosi minaccioso portandosi avanti con un balzo mi prese per il polso e disse alcune parole in siciliano che con la tensione e lo spavento non compresi e mi spinse gettandomi nell’angolo del furgone opposto allo sportello laterale impedendomi di uscire. Si avventò verso me con le braccia protese in avanti per prendermi.
“Tu non vai da nessuna parte, togliti la mutandina!” Gridò.
Ero spaventata e d’istinto cercai di divincolarmi da lui che allungò l’altra mano e iniziò ad accarezzarmi il fianco e il sedere nudo sotto la gonna tastandolo e stringendolo con le dita: “Ma che fa? Come si permette?! Mi lasci! È pazzo! Io la denuncio… la denuncio …” Ripetei battendogli la mano sopra la sua con uno schiaffo forte per fargliela togliere.
Ma lui incurante continuò e alzando sulla vita il braccio che mi tastava il sedere mi cinse il fianco e l’addome cercando di tirarmi a sé. Intimorita cominciai a scalciare ….
“Mi lasci...bastardooo!!!” Gridai.
Avevo capito che intenzioni aveva, ma mi sembrava impossibile che un tale disonore succedesse proprio a me e con un compaesano che conosceva la mia famiglia di cui tutti si fidavano e rispettavano. Avevo sentito e letto di tante donne e ragazze abusate, ma un conto era leggerle sul giornale e un altro ritrovarsi e viverle.
Con la mano libera lo colpii sul viso dandole uno schiaffo.
“Sei bella e selvatica come una gatta …!” Esclamò in siciliano:” E mi piaci di più!”
“Bella! Bella! Bella! ….” Ripeté più volte stringendomi e tastandomi il corpo, cercando anche di baciarmi mentre io arretravo per quel che potevo disgustata.
Nella concitazione tirai anche qualche gomitata e calcio alle pareti di lamiera e agli espositori degli indumenti provocando rumori sordi, e in quella lotta impari sentivo il cassone del furgone dondolare e ne ero prigioniera all’interno e non potevo fuggire.
Mi si cacciò addosso, tra le mie grida e spinte per allontanarlo ai suoi tentativi di avvinghiarsi a me. Cercò ancora di abbracciarmi e baciarmi allungando le mani sulle gambe, sulle cosce e sopra e sotto la gonna e gli indumenti palpandomi il sedere, i fianchi e su il seno.
Cercai di respingerlo, ma mi prese i il viso tra le sue grosse mani ruvide e tirandolo a sé cercò di baciarmi sulle labbra non riuscendoci. Urlai nuovamente: “Mi lasci! Mi lasci! … Bastardo!!”
A quelle parole e alla mia resistenza, arrabbiato e agitato dandomi del tu gridò per intimorirmi: “Se non fai subito quello che ti ho chiesto ti faccio uscire nuda fuori dal garage, nella via che ti vedono tutti.”
“Ma lei è pazzo!” Gridai ancora incredula di quello che diceva.
Ma lui preso da una eccitazione e una furia incontrollata, con uno strano ghigno sul volto congestionato dall’eccitazione e probabilmente dalla voglia di avermi mi tirò su la gonna dalle ginocchia alle cosce scoprendomi il sesso e, mettendo la mano tra le cosce mi abbassò con una manata le mutandine contenitive oltre le ginocchia, sui polpacci, sui piedi, che essendo di diametro inferiore alle cosce scesero rapidamente e le tolse.
Veloce con praticità mi prese anche l’altra mano… mettendole entrambe nella sua e tenendomele mi spinse in fondo con le spalle contro la cabina della guida, cercando di baciarmi...Ma io con disgusto gli sputai in faccia, mi faceva schifo, ribrezzo con il suo brutto volto e la pancia molla.
“Sporco bastardoooo!! Lo diròò a mio maritoooo!!!” Gridai. Ma lui rideva.
Adesa alla parete senza potermi muovere, con forza tenendomi sempre i due polsi in una mano sola, con l’altra sua ripugnante ritornò a toccarmi il corpo, ad accarezzarmi le cosce, il sesso e il sedere…
“Lasciamiii!! Mi fai schifoooo!!” Urlavo mentre muovendoci provocavamo il dondolio del cabinato con dei tonfi sordi dentro il cassone che rimbombavano, ma non c’era nessuno nel suo garage che poteva sentire e aiutarmi.
Presi a scalciare come una forsennata visto che i polsi erano imprigionate nella sua grossa mano e avvertendo la mia impotenza contro di lui iniziai a piangere spaventata.
“Stai ferma! Aprii bene le gambe che non ti faccio male! Dai fatti chiavare e ti lascio andare!!” Esclamò.
“Noooo…. porco! Maiale!! ...Mai e poi mai!! Lasciami!?” Gridai piangendo in un ultimo sussulto di resistenza pensando a mio marito, ai figli e a mia suocera che mi diceva sempre quanto fosse bravo e rispettoso Vanni.
“Ah sì!!!” Esclamò…:” E allora visto che io sono un porco, un maiale, tu sarai la mia scrofa e ti chiaverò come le scrofe!” Rispose ridendo facendo sempre più pressione e forza su di me.
Avevo la pelle bagnata di sudore, tra la tensione, la lotta e il calore all’interno del cassone.
” Lasciami! Lasciami! Per favore!” Ribattei ancora dandole del tu anche io, tirando calci sempre più forti, molti a vuoto ma alcuni lo colpivano negli stinchi e qualcuno più forte degli altri deve avergli fatto anche male, ma sembrava di gomma perché continuava ad accarezzarmi sulla pelle. E mentre reagivo selvatica aggredendolo, lui con la mano iniziò a colpirmi in viso dandomi altri due schiaffi brucianti, provocandomi anche male e mentre gridavo:” Noooo!! Noooooooo!!! “Lui lasciandomi i polsi e le mani libere mise il braccio intorno alla vita e alzandomi quasi di peso, mi ruotò, facendo in modo che gli dessi le spalle.
Ero irrigidita dalla vergogna e dalla paura e chiusi gli occhi.
Avvertendo il pericolo continuai a divincolarmi, ma lui arrabbiato tenendomi una mano sulla spalla e con l‘altra tirandomi i capelli ripeté ridendo: “Giù!... Giù!... A quattro zampe come le scrofe!”
E incurante del mio agitarmi, prendendomi il braccio e piegandolo e roteandolo procurandomi male, mi spinse giù con forza obbligandomi a inginocchiare con il sedere verso lui e mettermi a carponi come una cagnolina ubbidiente.
Mi lasciò il braccio che mi faceva male, ma oramai ero arrendevole, mi sentivo vulnerabile, impaurita, con il sedere scoperto verso di lui e il non vederlo essendo dietro a me né il sapere cosa mi attendesse anche se lo immaginavo mi gettava nell’angoscia.
Lo sentii inginocchiarsi dietro di me, lasciandosi cadere con un tonfo sordo sulla lamiera.
E mentre con una mano sulla nuca mi teneva ferma e giù, con l’altra iniziò prima ad accarezzarmi e poi a battermi forte il sedere, dandole degli schiaffi sempre più forti, uno dietro l’altro da far diventare la mia pelle pallida e tenera, arrossata e irritata e, mentre io piangevo, lui proferiva: “Devi ubbidirmi capito!? Se no ti battù!! (sculaccio)” In siciliano sorridendo.
Voltando la testa indietro per quel che potevo, lo vidi con una smorfia viziosa e un sorrisetto ambiguo che mi stava divorando il sedere nudo con gli occhi.
“Bella!!...Sei una bella femminina!! Una splendida siciliana come piace a me.” Mormorò quasi da solo:” Hai un culo bellissimo!”
A quelle parole frastornata trasalii, sentii addosso l’odore del suo sudore, un sudore acre, salato, vecchio, e il mio dal timore e la tensione.... Avevo la bocca secca ed il cuore mi batteva come impazzito. In quel momento trovandomi sola con lui, capii in che terribile situazione mi trovassi e a quel punto, il panico s’impossessò di me trasformandomi in un corpo tremante di paura e incapace quasi di respirare.
Mi prese forte per i capelli e tirandomi su la testa abbassai le mani per restare in equilibrio con le braccia a carponi e, fece in modo il porco che non mi potessi muovere, tenendomi per il collo sotto la nuca con la presa della mano a tenaglia.
Mi alzò su la gonna che nel frattempo era scesa a coprirmi di nuovo il sedere, la tirò su bene in alto sui lombi scoprendolo da tutto il tessuto.
Con forza e rabbia mi riprese i capelli tra le mani tirandoli, iniziando a toccarmi il sesso da dietro, a mettere le mani fra le cosce e massaggiarne l’interno cercando di aprirle, allargarle quasi totalmente, riprendendo io a gridare e dimenarmi.
Cercavo di praticare resistenza passiva stringendo le gambe più che potevo e impedirgli di divaricarle, ma lui era forte tenendomi ferma con il braccio teso dietro il collo.
A un certo punto come in preda a un raptus con l’altra mano iniziò a battere ancora forte sulla pelle e a sculacciarmi, mentre per reazione piangevo e scalciavo indietro e mi spinse in giù fino quasi a sdraiarmi a farmi piegare le braccia con il seno a toccare quasi a terra e per risposta fisica a quella postura alzare involontariamente il sedere in alto.
Mi ritrovai con il sedere nudo sporgente e lui con una mano che mi batteva sopra. Continuava a colpirmi sopra la natica procurandomi sofferenza e ripetendo:” Allarga!! Allarga!!!” Sculacciandomi in modo ritmato facendomi arrossare e bruciare la pelle delicata già irritata dalle percosse precedenti.
“Te lo faccio diventare rosso come il fuoco questo tuo bel culo da sticchiusa(figona) se non allarghi le gambe!” Ripeté.
Lui continuò a percuotermi sulle natiche, prima solo su il sedere, poi mettendosi un po’ indietro e di lato mi sculacciò anche il retro delle cosce con brutalità.
“Mi devi ubbidire!... Mi devi ubbidire hai capitoooo!!!” Urlava invasato ed eccitato.
Mi faceva paura e male, mi bruciava la pelle e spaventata decisi di assecondarlo:” Non mi faccia male Vanni!” Lo pregai. “Basta! Basta!”
“E allora mi ubbidisci e fai quello che ti dico io!”
“Si...sii…siiii!!!” farfugliai dal bruciore e dalla paura.
Alla mia resa, passività e accondiscendenza a quello che diceva, lui proseguì a sculacciarmi con la sua mano grossa e ruvida e prese ad accarezzarmi il sedere dove mi bruciava, dandomi un senso di sollievo e benessere a sentire passare sopra la sua mano per quanto grossolana, dolcemente a lenire il bruciore. Dal sedere in posizione a carponi, l’abbassò facendola scorrere tra il rossore della pelle irritata del sedere attraverso il solco intergluteo fino ad arrivare giù sul perineo e il sesso peloso. Si prendeva quella libertà e padronanza su di me che mai nessuno all’infuori di mio marito aveva mai avuto e ancor di più aveva mai visto e toccato, osservandomi posteriormente il sedere nudo insieme al mio sesso peloso e nero sotto di esso.
Spaventata visto che non riuscivo a farlo desistere assecondandolo cambiai tattica: “La prego Vanni, non mi faccia questo! Non dirò niente a nessuno se mi lascia andare lo giuro ...la prego!”
“Non dirai niente a nessuno lo stesso, anche se ti chiavo …” Rispose brutalmente:” …perché se no io dirò che ci sei stata, che hai voluto tu fare sesso con me!” Ribatté.
Mi bloccò a carponi con le sue braccia e mi costrinse mettendo il suo ginocchio dietro tra le mie cosce ad allargare le gambe, come fosse una cagna pronta per esser montata.
Mi ordinò di aprire di più le gambe.
“Non sei la prima che chiavo qui dentro in questo furgone con la scusa di farvi provare la biancheria intima…” Disse con un ghigno malvagio.
Ero spaventata, incapace di emettere un suono e di impedirgli di fare quello che pensava e voleva e paralizzata dalla sorpresa dal suo atteggiamento e intenzione, come ultima patetica difesa chiusi gli occhi e mi estraniai per proteggermi.
“Su, così brava Lina!... Non farti pregare, apri le gambe e fatti vedere bene che voglio chiavarti! “Ripetendo: “Su andiamo! Che poi piacerà anche a te vedrai!”
Nell’angolo di quel cabinato sprofondai nel disonore inginocchiata con il busto giù, appoggiata sui gomiti che mi dolevano e con le mani a coprirmi la faccia per la vergogna di quello che avveniva, per non vedere nulla e annientarmi psicologicamente tra scatole vuote e piene e i pacchi di indumenti ancora imballati nel cellofan.
Al colmo dell’umiliazione, piangendo, ferita nell’orgoglio e senza rendermene conto ne volerlo, in quella posizione offrivo il mio posteriore nudo a lui e inconsciamente e scelleratamente attendevo che se lo prendesse, che mi possedesse per far finire tutto. Mi abbandonai scossa da un tremito nervoso, con le mani sul viso a nascondermi da quella umiliazione e disonore che provavo, con i capelli lasciati da lui pendenti sopra il volto, gli occhi chiusi, stretti, umidi di lacrime di vergogna e di rabbia che mi rigavano le gote sotto le mani, bagnandomi le dita e sciogliendomi quel poco trucco che mettevo.
Non riuscivo a muovermi, il suo corpo grosso mi bloccava. E fu a quel punto che mi estraniai come se mi fossi staccata dal mio di corpo, depersonalizzandomi e rifugiandomi in qualche angolo del mio cervello dove lui non potesse toccarmi. No, almeno lì no… non c’era… non arrivava nel profondo della mia mente e diventai non più protagonista di quell’abuso, ma spettatrice di me stessa, incapace di reagire.
Con la mano arrivò alla figa e con un dito l’accarezzo sui peli e intorno alle grandi labbra bombate… ebbi un brivido involontario e per reazione mossi il bacino e il sedere. Il suo dito medio scese e scivolò sul clitoride toccandolo facendomi avvertire come una scossa e, scorrendo sulla fessura vulvare, subito la sua prima falange entrò con estrema facilità dentro le labbra vaginali penetrandomi. Sussultai a sentire il suo dito dentro di me.
Lo imploravo di smetterla, supplicavo, ma solo il sentire la sua voce mi terrorizzava ancora di più, era come affamato del mio fresco corpo maturo di mamma e moglie seria e onestà moralmente. Mi sentii profanata, una persona sconosciuta era entrata col suo dito dentro di me, nella mia intimità sessuale. Nessuno che non era mio marito non solo aveva mai toccato il mio sesso, ma neppure guardato, Tottuccio era stato il primo e l’unico uomo della mia vita.
Piangendo e impotente abbassai il capo, sentendo la sua grossa mano da dietro accarezzarmi di nuovo la fessura vulvare, staccarsi e ritornare poco dopo passandoci sopra probabilmente della saliva ... lo fece più volte come a lubrificala, poi infilò ancora il dito fino in fondo.
” Noooo!!!” Urlai sentendomi violata per la prima volta in vita mia da un uomo che non era mio marito ...cercando di dimenare il bacino per fare uscire il suo dito medio e toglierlo dall’interno, ma era inutile.
Con una mano aprì la cerniera dei pantaloni e estrasse il suo fallo duro e lungo dall’interno delle sue mutande, lo sentivo dietro oscillante urtare con il glande contro la mia natica.
Sentii lui abbassarsi e appoggiare qualcosa di duro a posteriori sulla fessura, nell’unione delle grandi labbra vaginali e premere mentre con una mano mi teneva il fianco.
Non lo vidi il suo fallo, ma lo sentii rigido spingere sulla vulva per entrare in vagina, capii cosa stava facendo, che quello che premeva e spingeva era il suo glande e urlai: Noooooo!!!!!!” Con il rimbombo dell’urlo dentro il cabinato.
Non potevo staccare i gomiti da terra perché mi tenevano in equilibrio impedendomi di sbattere la faccia sul pavimento di lamiera o sulle scatole, tolsi una mano dal volto che riuscii ad appoggiare alla parete di metallo tirandomi un poco su con il busto.
“ Nooooooo!!!!!!!!! La prego Giovanni !!” Esclamai ancora lasciando scivolare la mano sulla lamiera interna e ricadere in basso a tenermi insieme all’altra anch’essa tolta dal viso in equilibrio in quella posizione a carponi a braccia tese.
Avvertii la sua cappella premere tra le grandi labbra della vulva e lentamente ma con decisione entrare fino in fondo avvertendola toccare la cervice uterina e gemere per reazione in un lamento di vergogna e umiliazione, sentendomi riempire la vagina della sua carne dura.
Ebbi una smorfia di dolore e sorpresa, e avvertii una strana sensazione mai provata con mio marito a sentire il glande contro l’utero. Quando lo urtò come se fosse un respingente lo mandò indietro e ancora lui con un colpo secco lo spinse più forte in avanti e lo sentii dentro urtare di nuovo…
Avvertii fastidio e immediatamente lo sentii scivolare e muoversi dentro di me grosso e prepotente e, nella sua potenza e vigore profanare il mio sesso, la mia vagina riempiendola completamente della sua carne dura… Ebbi un sobbalzo e a sentirlo dentro me istintivamente mi inarcai e con le lacrime agli occhi urlai ormai vinta e impotente:” Nooooo!!!! Noooo!!! Nooo!!!” In un grido di strazio, vergogna, umiliazione… e disonore che mi morì in gola.
I miei no rimbombavano all’interno del cabinato. Strepitavo:” Noooo, la preggooo Giovanni, siamo compaesani!!!... La smetta...la supplicooo…!!”
Ma oramai ero sua, lui, quel porco era dentro di me, senza preservativo, altra preoccupazione essendo io ancora feconda e iniziò a muoversi lentamente avanti e indietro dicendomi:” Se non stai brava e partecipi ti sborro dentro e ti metto incinta…Muoviti e godi anche tu, voglio sentirti godere.”
Ero sorpresa dalle sue parole e spaventata borbottai:” No.… va bene, sto brava, godrò anch’io, ma non venirmi dentro, non ingravidarmi Vanni.
“Allora ubbidiscimi!”
“Si...sì...sì…” Risposi mentre lui possedendomi come si suol dire a carponi o volgarmente alla pecorina, facendo scorrere le sue mani grosse e ruvide sui fianchi, sulle natiche e le cosce ad accarezzarmi, per poi farle risalire sulla schiena, slacciarmi il reggiseno e tirarmi fuori dalle coppe le mammelle lasciandomele libere e pendenti nel vuoto sotto il torace alla mercè delle sue mani. Chiavandomi non essendo io insensibile alla penetrazione, alle sue carezze e alla sua carne dentro di me, iniziai ad avvertire degli spasmi vaginali che mi spaventarono perché erano indipendenti dalla mia volontà.
“La prego Vanni! Si fermi, mi rispetti! Non mi disonori...” Lo supplicai ancora una volta.
Ma lo sentii piegarsi ancora di più e avvertii il suo torace sulla mia schiena, sentii il sudore del suo ventre voluminoso sulle mie natiche. E avvertii la sua mano arrivare al seno, cercarlo avidamente, prenderlo pendente nel vuoto e stringerlo forte nelle dita…. e poi sfregarmi i capezzoli tra i suoi polpastrelli grassi, che mio malgrado mi diventarono turgidi e sporgenti.
Non piangevo più e tra il singulto avvertii una forma di calore al ventre che si spandeva nella pelvi e all’interno della vagina, che prese a contrarsi involontariamente intorno al suo fallo eretto con spasmi ritmici, che mi vergogno a dire erano quasi piacevoli.
A quelle contrazioni vaginali che avvertì anche lui, si mise a dare colpi lenti, silenziosi ma profondi con una sorta di “ciack “nello scontrare i due corpi sudati, i suoi inguini e il suo basso ventre contro le mie natiche, che nell’abitacolo del furgone producevano quel rumore sordo echeggiando all’interno della lamiera e nell’aria.
“Godi! Lo sento che stai godendo, ti trema la figa dentro …” Disse con voce sarcastica e ignoranza anatomica e fisiologica:” Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto e vedrai che dopo sarà più bello…” Io chiusi gli occhi, era vero purtroppo, stavo iniziando a provare piacere anche se non volevo e dentro di me ripetevo:” No mio Dio… questo no… non farmi provare piacere con lui, da quest’atto…” Ma il corpo non rispondeva alla mente.
Io oramai vinta e incapace di reagire ero ferma a quattro zampe, come una cagna vera o una scrofa come mi aveva definito lui. Mentalmente ero distaccata da me stessa e da quell’accadimento, come se fossi un’altra persona e non io a subire quell’abuso e passiva mi lasciavo chiavare e dondolare dalle sue spinte dentro il cassone del furgone, ascoltando le volgarità che proferiva su di me e avvertendo i suoi colpi e le sue spinte in vagina fino all’utero.
Lo sentii afferrarmi più forte i fianchi e muoversi… possedendomi a farmi dondolare avanti e indietro, ripetendo: “Non avere paura Lina vedrai che ti farò godere... piacerà anche a te!”
Ero brutalizzata, mi stava possedendo con i miei occhi umidi e la vergogna che mi pervadeva….
Nei movimenti avanti e indietro lo spinse tutto dentro e, lo sentii arrivare in fondo, toccarmi l’utero, e i suoi inguini battere sulle mie natiche morbide e mentre con una mano mi teneva sempre il fianco con l’altra mi accarezzava la schiena, dicendo: “Sei una bella femmina… una bella siciliana di razza ... mi sei sempre piaciuta quando ti vedevo ai raduni della nostra comunità, è un peccato sei sola di quello scimunito di tuo marito!! Ma ora provi un vero uomo!!”
A sentirmi stretta o accarezzata sui fianchi, sulla schiena e sulle mammelle ormai fuori dal reggiseno e fui colta involontariamente da un brivido di piacere. All’improvviso percepii quei fremiti e quel calore che avevo già avvertito poco prima nella pelvi salire e arrivare sul seno penzolante facendomi inturgidire e sporgere maggiormente i capezzoli sotto le sue mani, avvertendole sensuali procurandomi la pelle d’oca, toccandolo senza protezione del tessuto, accarezzato e stretto dalle sue dita.
Provavo una strana sensazione, non capivo se mi davano disgusto le sue strette o mi solleticavano piacevolmente, o tutte e due.
Mi morsi le labbra gemendo per non dargli la soddisfazione di fargli ascoltare che provavo piacere con lui.
Avrei voluto provare dolore e invece no… avvertivo sensazioni differenti e contrastanti e sinceramente non capivo cosa provassi. Sentivo la vagina dilatarsi e contrarsi di più intorno al suo fallo duro e eretto dentro di me e poi rilasciarsi e ricontrarsi nuovamente e lui muoversi velocemente e quello sfregamento interno mi piaceva. Provavo piacere, aveva iniziato a provare piacere contro la mia volontà… Aveva ragione quel bastardo che mi avrebbe fatto godere e mi sarebbe piaciuto, ma cercai di resistere trattenendomi, piegai il capo in giù facendo penzolare davanti e sui lati i miei capelli lunghi e restai in silenzio mentre lui dietro di me ci dava come un forsennato arrivando a toccarmi l’utero, ma poi non ce la feci e gemetti di quell’essere disgustoso dentro me.
Avvertivo il cazzo che nello scorrere in vagina, si ingrossava e induriva sempre di più e mi dava una strana sensazione, mi faceva impressione, quasi paura e più grosso diventava più lo sentivo correre in me con sfregamento sulle pareti e più mi piaceva.
Quel maiale mi stava possedendo come se fossi un animale, davvero una scrofa, riprendendo a darmi schiaffi sul sedere e sulle cosce già arrossate.
Per i movimenti che compivo dondolavo avanti e indietro mentre ero posseduta, essendo spinta in avanti per non sbattere la testa nella paratia di lamiera difronte, fui costretta ad aggrapparmi ai bordi di metallo e ai ripiani di legno interni degli espositori in fondo al cabinato per restare ferma visti i colpi profondi che mi dava in vagina Vanni.
All’improvviso mi sentii afferrare per i capelli con la mano sinistra e tirare al limite del dolore la testa forte in su e indietro, per evitare che sbattessi il capo negli espositori nel momento dell’amplesso.
Mi sentivo presa a quattro zampe in quella posizione animale con quell’uomo che mi penetrava da dietro, una posizione che non era mia e non faceva parte della mia intimità sessuale.
Seppi in seguito poi leggendo ed emancipandomi che era una posizione ritenuta molto eccitante, carica di erotismo e di emozioni, soprattutto dagli uomini, ma io e mio marito non la praticavamo mai, per noi non era intima e nemmeno romantica perché impossibile scambiarsi baci o guardarsi negli occhi mentre si ci amava carnalmente. Per noi era una posizione poco ‘sentimentale e confidenziale’ insomma, sconveniente e pervertita. In quella posizione scoprii nuove sensazioni intense, perché la penetrazione era profonda, arrivando a stimolare anche l’utero.
Vanni intanto che mi possedeva mi accarezzava il clitoride con la mano sotto l’addome, aumentando il mio calore interno e piacere. Avvertivo la sua pancia sudata scivolare nei movimenti sul mio sedere, le sue mani accarezzarmi tutto il corpo procurandomi vergogna e piacere. Mi lasciai andare e mi abbandonai al piacere che avvertivo pur rinnegandolo …
In quel momento mi sentivo dominata da quell’uomo presa in quella maniera vigorosa, era forte e robusto anche se panciuto, oltre la posizione, aveva anche l’aspetto bestiale; e io venivo abusata in quel modo, coinvolgendo involontariamente tutto il corpo.
A tenermi su a carponi con il busto eretto, mi ritrovai con le braccia indolenzite, perdendo l’equilibrio sotto i colpi del suo fallo sull’utero e dei suoi inguini e della sua pancia che sbattevano contro il mio sedere. Il ritmo, l’intensità, la profondità erano diventati piacevoli, mi dondolava avanti e indietro, da una parte all’altra mentre mi teneva stretta per i fianchi o stringeva le mammelle.
La sua bestialità era angosciante e la penetrazione energica, selvaggia e brutale e spingeva fino in fondo e colpiva con forza e volontà la cervice uterina, facendomi provare fastidio, ma anche tanto piacere.
Essere presa e posseduta in quel modo selvaggio e animale mi faceva sentire dominata e domata.
I suoi movimenti in vagina erano rapidi, decisi, e brutali, alternati ad altri lenti e ampi. Con le mani libere, quando non mi teneva per i fianchi mi accarezzava, stringeva e stimolava il seno o titillava il clitoride, oppure mi sculacciava, più che per farmi stare brava che ormai lo ero, per farmi capire la sua padronanza su di me anche con la brutalità.
Quel depersonalizzarmi, quel mio estraniarmi da me stessa per non vivere quello che mi accadeva, risveglia in me emozioni non volute, istinti celati che non pensavo d’avere, come se fossi un’altra persona... un’altra donna.
A un certo punto non resistetti più, non so nemmeno io come e perché, ma il mio corpo non reagiva più alla mia volontà e andava per i fatti suoi distaccato dalla mente e iniziai a provare prima benessere e poi piacere, fino a godere vergognosamente e incontrollata a dimenarmi muovendo il sedere e ansimare e gemere oscillando la testa di lato sbattendo i capelli, mentre lui vedendomi e sentendomi godere, trionfante esclamò: “Lo sapevo che avresti goduto... Lo sapevo!... Siete tutte e uguali voi donne…. Anche le altre erano così come te, tante storie e poi godevano!”
E mentre parlava superbo, dava spinte profonde che mi facevano sussultare e dondolare tra quelle scatole di mutandine e reggiseni appese ai lati e sparse nella colluttazione a terra sotto di me.
Non mi ribellavo più, da avversa e disgustata che ero all’inizio, diventai prima passiva, poi arrendevole non praticando alcuna resistenza e alla fine nonostante i miei propositi di estraniarmi diventai partecipe e mi lasciai penetrare e possedere tra i gemiti di piacere. Era la prima volta che ero di un altro uomo che non era mio marito a possedermi sessualmente e con gli occhi umidi e la vergogna mi piaceva sentirmi penetrare e consumare con Vanni che mi stava facendo godere.
Ma il fatto che godessi posseduta da lui, non significava assolutamente che fossi consenziente, il contrario, ero disgustata, il godere era una reazione della mia mente allo stimolo del mio corpo, indipendente dalla mia volontà, dal mio essere donna e dal poter scegliere.
Oramai ero rassegnata, impotente, umiliata, subivo senza più reagire ma partecipando vergognosamente nel silenzio del cabinato, tra il fruscio e il dondolio dei nostri corpi sudati che si scontravano e scivolavano tra loro nel rapporto sessuale. Sentivo il suo respiro forte, ansimante accompagnato dal mio, quando all’improvviso avvenne quello che mai avrei voluto accadesse.
Avvertii una forma di calore intenso ed enorme nella pelvi e la vagina iniziò a contrarsi e rilasciarsi forte, come impazzita e quel calore spandersi e diventare prepotente e piacevole.
“No mio Diooo! No questo no!!!” Pensai ancora sentendo che qualcosa mi sfuggiva.
Avvertivo un brivido sulla schiena che stava salendo.
“Non vogliooo!!!” Pensai nuovamente dentro di me, perché iniziava a piacermi essere posseduta da lui in modo diverso da mio marito… e non volevo, quell’uomo stava abusando con brutalità di me e non poteva e doveva piacermi.
Invece quel calore si sparse nel ventre e sentii nuovamente i capezzoli diventare turgidi e la pelle diventare crespa come la cosiddetta pelle d’oca …. Ricordo che pensai ancora: “Noo!! Questo nooo mio Diooo!!”
Ma all’improvviso mi uscì un gemito dalle labbra:” Aahhhhhhh!!!!”
Non riuscivo a trattenermi sotto i colpi in vagina e la sua voce trionfante.
“ Te l’avevo detto!! Visto che godi!? “
Incominciando depersonalizzandomi a non essere più io, la moglie e madre seria e morigerata, ma un’altra, a scuotermi tutta e a dondolarmi avanti e indietro insieme alle mammelle penzolanti e godere. “Aaaaaaaaahhhh!!!!!!!” Gemendo a piena voce aprendo le labbra dal piacere tirando sul capo.
“Brava godi!! Godi!! Godi così!!” Ripeteva lui esaltato, lasciandomi io andare a gemiti e ad affermazioni che mai avrei voluto pronunciare, che non erano mie in quel momento e che non uscivano dalla mia mente e dal mio cuore, ma solo dal mio corpo godente.
Provai un orgasmo associato, vaginale e clitorideo, mai provato in vita mia e a ogni spasmo vaginale avevo piccoli orgasmi ripetitivi.
Inaspettatamente lo sentii fermarsi come a farmi sentire tutta la sua virilità in vagina, lo avvertii duro pulsare come un toro fermo che scalcia prima della monta e purtroppo era bello e piacevole e lui lo sapeva che mi piaceva, perché iniziò a dirmi parole dolci ed accarezzarmi con le dita dietro l’orecchia e sul collo, dandomi brividi di ribrezzo e piacere insieme, facendomi piegare il capo indietro dalla piacevolezza e dal disgustoso di essere toccata da lui. Poi all’improvviso come un toro partito alla carica, iniziò a muoversi rapidamente, sempre più veloce, finché non resistetti, non capii più nulla e sentendolo sfregarmi velocemente le pareti vaginali e battere con la cappella sull’utero tirai un urlo …. stavo avendo l’orgasmo, forte potente e imponete che non avevo mai provato in vita mia … con mio marito.
“Ooooohhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!! Oooohhhhhhh!!!!!!.”
Mi misi a gridare istintivamente e inconsciamente: Siiiiiiiii!!!” Un sì che mi morì in gola mentre mi scuotevo tutta inarcandomi e muovendo il sedere, mentre lui con un grugnito animalesco, tirandolo fuori veloce dalla vagina, riversò il suo seme bianco e filante sulle mie natiche pallide e sui lombi inarcati, avvertendo gli schizzi caldi colpirmi sulla pelle mentre lui gridava volgarmente con voce vecchia e rauca: “Sborro! ...Sborro!”.
Subito alla rimozione del suo fallo avvertii il vuoto in vagina e non avvertendolo più dentro di me mi lasciai andare con le braccia strisciando il viso sulla lamiera bianca della paratia laterale e con il volto mi accartocciai a terra sulle scatole respirando forte, ansimando.
Ero lì, sdraiata con la gonna su e il culo scoperto, tutto sborrato e oltraggiato dal suo seme, con la vulva ancora dilatata e palpitante.
Per un momento restai immobile, estasiata a godermi quel piacere intenso indipendentemente da chi me lo aveva dato, poi realizzai, avevo goduto, avevo goduto con quell’uomo, con Vanni quella bestia. Avevo goduto ad essere abusata da lui, a sentirlo dentro di me. “... Mio Diooo…. “Pensai.
Piena di vergogna verso me stessa, scoppiai in un pianto dirotto, singhiozzante, non mi facevano male gli schiaffi che mi aveva dato sul viso e sul sedere e nemmeno l’abuso e la mancanza di onore e rispetto, mi faceva male aver goduto di lui, avere provato piacere dalla sua carne dura dentro di me e della sua capacità sessuale.
Piangevo silenziosamente umiliata e disonorata, quando sentii la sua voce fredda e distaccata dire:
“Alzati ora!! E guai a te se parli con qualcuno di quello che abbiamo fatto…”
Lentamente mi tirai su, mi diede un asciugamano a pulirmi il sedere pieno del suo sperma, sentendo la pelle attaccaticcia che mi fece schifo ripulire, ma dopo averlo fatto me lo coprii con la gonna. Singhiozzando quando fui quasi eretta con il capo che toccava il tettuccio, con la mano cercai la mutandina, la mia che subito non riuscii a trovare per via della colluttazione, solo dopo la vidi sul margine, le presi, le infilai e le tirai su coprendomi e impastandole con il sedere e i residui del suo sperma che non ero riuscito a togliere, lasciando ricadere la gonna su di esse a coprile assieme alle cosce.
Per un momento restai ferma incredula dell’accaduto, sentivo la vagina larga e bagnata rumoreggiare, come se fosse piena d’aria che compressa dal rapporto sessuale ora usciva lentamente ai miei movimenti, una sensazione fastidiosa e imbarazzante.
Vidi Vanni tirarsi su, mettere il suo pene dentro la mutanda, allacciarsi la cintura dei pantaloni e poi sganciare e aprire il portellone.
“Scendi!!” Mi disse con voce autoritaria facendolo lui prima di me.
Misi il piede sul gabellino esterno e scesi.
” E pettinati e lavati la faccia che si vede che hai pianto!” Disse.
Ero sconvolta, incapace di parlare, avevo paura di quell’uomo, di quella bestia. Ferma in piedi asciugandomi le lacrime lo ascoltavo.
“Laggiù c’è il gabinetto con il lavandino, mettiti bene a posto. Lavati la faccia e poi va a casa…”
Mi avviai in quella specie di bagno mentre lui prendeva dei pezzi e delle scatole dagli scaffali e dal furgone e li metteva in una grande busta di plastica. Quando uscii dal bagno mi fece segno: “Qua c’è la roba che hai provato e altro per tua suocera! “Disse posando sulla sedia la grossa busta piena di scatole di indumenti intimi.
Aggiungendo con fare e dire mafioso mentre silenziosa mi rassettavo: “E non parlarne con nessuno neanche con tuo marito se no ti taglio la faccia!”
Quel dire “ti taglio la faccia” era ed è ancora un modo di dire delle nostre parti per minacciare qualcuno, un avviso di conseguenze e non certo il tagliarla reamente. Alzai la testa e lo guardai negli occhi. Era serio e freddo, mi fece paura. Restò un attimo in silenzio e proseguì: “E giovedì prossimo ti voglio ancora! Vieni al mercato di XXX e disse il nome della cittadina limitrofa alla mia e cerca la mia bancarella che è all’inizio della piazza, che voglio chiavarti di nuovo.” Precisando subito:” E guai a te se non vieni! Ti vengo a cercare e prendere io, anche davanti a tuo marito!”
Dando per scontato che io non avrei fatto e detto niente a lui.
Restai in silenzio spaventata dalle sue parole, osservandolo con timore, aveva un modo di fare padronale che mi spaventava e soggiogava.
“E guai a te se dici a qualcuno che ti ho battuta! A tuo marito inventagli una scusa perché hai la faccia e il culo rosso …” Poi come a volersi giustificare da solo disse: “Ti ho dato solo due schiaffi!” Ripetendo:
“E ricordati che giovedì ti voglio rivedere, vieni al mercato di mattina.”
Parlava come se fosse il mio padrone ...” dicendo spavaldamente: “Si! Voglio chiavarti tutti i giovedì!”
Restai in silenzio. Lui mi passò la mano sulla spalla come ad accarezzarmela continuando: “Ti chiaverò ancora qualche volta, mi piaci Angiolina, sei una bella femmina, ma stai tranquilla, nessuno saprà niente … e poi è piaciuto anche a te farlo, hai visto che hai goduto...?! Ti è piaciuto?! Quindi stai tranquilla, vedrai che da ora ti chiaverò docilmente e ti piacerà di più.” Poi come ripensandoci continuò: “Se invece come capita a molte donne ti piacesse essere presa a schiaffi nel sedere stai tranquilla che non te li farò mancare, non mi tirerò indietro, ti farò bruciare il sedere e diventare rossa la tua bella pelle pallida…” E rise da solo.
Mi accompagnò alla serranda facendomi prendere la busta di indumenti intimi che lui aveva preparato.
“Qui dentro ti ho messo un po’ di indumenti buoni per te e per i tuoi figli, quelli che hai scelto e ti stavi provando e la camicia da notte per tua suocera. Se non vi vanno bene di misura giovedì prossimo quando vieni al mercato portali che te li cambio.”
Aprì quel tanto la serranda per farmi passare. Appena fui fuori, scappai via di corsa e raggiunsi l’auto, mi chiusi dentro posai la borsa e la sua busta sul sedile di fianco al mio e dalla tensione più che dall’accaduto piansi singhiozzando. Poi mi calmai, avviai il motore e mi diressi come una pazza verso casa, ricordo ancora di sfuggita la vista di qualche albero scuro dal tempo nuvoloso e il rumore delle auto che incrociavo, non ho idea quanto vicine potessero essere. E poi un lampione che si accendeva mentre piovigginava.
Ero terrorizzata, incredula di quello che mi era accaduto, non riuscivo a crederci, ad accettare che una situazione che solitamente si pensa possa succedere in tv, in un film o ad altri, la stessi vivendo io sulla mia pelle.
Arrivai a casa di corsa, non c’era nessuno, mio marito era ancora al lavoro e i miei figli fuori, c’era solo mia suocera. Entrai, posai quel grosso bustone con quello che avevo scelto e che Vanni mi aveva dato che sentii dire: “Che hai in faccia?” In dialetto siciliano vedendomi.
“Nudda! ...Picchì?!! (Niente perché?)” Risposi.
“Sei tutta rossa qui e qui!” Disse facendomi segno con l’indice i punti delle guance.
Non sapevo che dire, ma in un attimo risposi:” Devo essere qualche allergia, l’orticaria… devo avere mangiato qualcosa che mi ha fatto male perché è da ieri che ce l’ho, mi sono venuti anche nel sedere e sulla pancia.”
“Eh… tu figlia mia mangi schifezze per dimagrire!” Esclamò aggiungendo:” E poi sono pure quelle creme che ti metti!”
“Ma no mamma!!” (La chiamavo così.) Risposi infastidita già con altri pensieri in testa:” Non è la prima volta che mi vengono, durano qualche giorno e poi scompaiono.”
“Ti devi prendere la purga, liberare l’intestino se non hai reazione…” Aggiunse con la sua mentalità meridionale.
E mentre lei frugava dentro alla grossa busta di naylon a cercare la sua camicia da notte e a curiosare sul resto che c’era dentro, andai in camera, mi spogliai e nuda coperta solo da un grosso asciugamano corsi in bagno e mi misi sotto alla doccia a lavarmi, a sfregarmi la pelle, soprattutto delle natiche e il retro delle cosce sporche e ancora attaccaticce dello sperma di Vanni asciugato sulla pelle. Sfregai con forza e più volte per togliermi via quell’onta, quella umiliazione e disonore ...
” Mi ha abusata! ...Ora che faccio? Lo dico a mio marito?” Mi chiedevo sotto la doccia mentre mi insaponavo tutta. Rispondendomi da sola.” E se mi chiede chi è stato che gli dico?... È stato Vanni il nostro compaesano! E poi lui che fa? Affronta mio marito Tottuccio? E se lo ammazza? E se poi ammazza anche me? Che faccio?” Mi chiedevo pensando anche alla faniglia:” E i ragazzi? E la vergogna dei parenti e dei conoscenti? E se lui dice che sono stata io a cercarlo, che ci sono stata… ammazza anche a me!” Mi risposi agitata. E mi ripetevo decisa: “Lo ammazza… lo ammazza se lo sa. Lo dico ai carabinieri, lo dico ai carabinieri… lo denuncio!! “Consideravo.
Ma poi mentre mi risciacquavo iniziarono i dubbi. “E se poi lui dice che non è vero, che sono stata io a starci? Che l’ho cercato? Che sono andata io nel suo garage per fare sesso con lui, e che ho goduto?... Che faccio? Mio marito ammazza me! E poi lui.”
A quei pensieri e a quella impotenza di decidere in preda alla paura mi ritornarono le lacrime agli occhi...mi accovaccia nella doccia mentre l’acqua mi scorreva sopra e mi rimisi a piangere singhiozzando…. Restai alcuni minuti accovacciata sul piatto doccia, poi mi alzai... mi asciugai il corpo e i capelli, avevo gli occhi rossi, mi truccai un po' e uscii per andare in camera a vestirmi, quando sentii mia suocera dire: “Quanta bella roba ha, ci tratta proprio bene Vanni, è una brava persona! “Si avvicinò con la camicia da notte in mano dicendo:” È bella! ...Grazie…ci devi dire a Vanni la prossima volta se ha anche la pancera per me.” Si accostò e mi diede un bacino sulla guancia. Non le diedi nemmeno retta e mi incamminai pensando: “Brava persona… ci tratta bene… se sapesse cosa mi ha fatto! Ha chiavato contro la mia volontà la moglie di suo figlio…” E mi infilai in camera a vestirmi.
Quando uscii andai in cucina e preparai cena, minestra con le cipolle, fingendo con mio marito se mi avesse chiesto qualcosa, che gli occhi erano arrossati perché me li ero toccati con le mani sporche di cipolla e si erano gonfiati e arrossati.
Alla sera quando rientrò dal lavoro mio marito Tottuccio mi domandò il motivo del mio arrossamento in viso e risposi come avevo pensato, aggiungendo le stesse cose che avevo detto a mia suocera… Ci credette, ci credettero anche i miei figli dandomi della svampita, facendomi passare per una sbadata….
A mio marito non dissi nulla, lui non era di quei siciliani violenti e mafiosi, tutt’altro, era onesto e lavoratore, ma se gli avessi detto che ero stata abusata da Vanni, sarebbe senz’altro andato da lui a lavare il disonore ammazzandolo. Sinceramente non so cosa sarebbe successo, forse l’avrei fatto di dirlo, ma avevo paura che Giovanni gli dicesse che ero stata io a cercarlo e starci con lui, allora avrebbe ammazzata a me.
Non c’è niente di più disonorevole in Sicilia per un marito che essere beccù (cornuto come diciamo noi) e anche il più mite dei mariti se sospetta di essere cornuto diventa una belva. Così feci l’errore più grande che può fare una donna abusata sessualmente, non feci niente e non dissi nulla a nessuno e soprassedei su tutto, ci saremmo solo rovinati la vita, mio marito in prigione e Vanni e forse anch’io ammazzati, oppure io additata dalla gente, con i figli e mia suocera soli e sbandati.
Passai la notte insonne, pensando all’accaduto, non riuscivo a crederci, mi sembrava impossibile che fossi stata violentata e proprio io...” Perché? Perché io?” Mi chiedevo. Ma poi pensavo:” Ha detto che l’ha fatto altre volte con altre …” Come a giustificarmi del mio comportamento passivo e condividere con le altre sventurate che neppure conoscevo la mia vergogna.
“Se non hanno fatto e detto niente loro, perché devo farlo io? Rovinare la mia reputazione, la mia vita con le mie mani?”
Provavo vergogna e umiliazione dentro di me e avevo la vagina ancora indolenzita da quella brutalità che aveva sfogato su di me, la pelle dei glutei mi bruciava e a nulla era valsa la crema messa per lenire le scottature, l’irritazione e il bruciore della cute. Mio marito dormiva tranquillo a fianco a me, ignaro del mio dramma e di quello che avevo vissuto. Lo accarezzai dolcemente, lo amavo, fino a quel pomeriggio ero stata solo sua, Vanni era l’unico uomo della mia vita che mi aveva posseduta dopo mio marito. Mi pareva tutto assurdo, forse un sogno o peggio un incubo… mi sforzavo di dirmi che non era vero, ma la realtà mi portava alla verità. Mi sentivo impotente e sottomessa all’accaduto e a quell’uomo.
Riuscivo a chiudere gli occhi e ad addormentarmi per qualche decina di minuti, ma poi mi risvegliavo di soprassalto presa dall’angoscia e dal tormento. Pensavo alle sue parole, che voleva rivedermi ancora e piangevo in silenzio, con la paura mi sentivo regredita mentalmente e incapace di reagire e decidere per timore di lui. Ma mi dicevo che non sarei mai più andata a fare acquisti, lo odiavo a Vanni… mi faceva schifo.
Passai dei giorni d’inferno, fingendo di sorridere ai miei figli e a mio marito come se niente fosse avvenuto, per poi chiudermi in bagno con la sensazione di volere vomitare pensando al viso eccitato e congestionato di Vanni.
Quel sabato sera dopo aver cenato e guardato la tv andammo a letto, erano passati soltanto due giorni dall’accaduto e mio marito iniziò ad accarezzarmi, facendomi capire a modo nostro che voleva fare sesso.
“Stasera ti faccio il massaggino, ti accarezzo un po'd’dappertutto!” Mormorò sapendo che mi piaceva, e quello era sempre il segnale dell’inizio di un nostro rapporto sessuale. Ma quella sera non ero nelle condizioni mentali né umane adatte per avere un amplesso dopo quello che avevo subito. Provai a dire di no….
“Non mi sento Tottuccio, ho mal di testa e forse un po' di febbre. Lo facciamo un altro giorno… vuoi?” Dissi.
Ma lui rispose con l’egoismo di tutti i mariti quando hanno voglia e non vogliono sentire ragione.
” Ma faccio piano, non sentirai mal di testa, non ci stiamo tanto... e poi piacerà anche a te vedrai, dai!”
Le stesse parole che aveva detto Vanni quando abusò di me:” Vedrai che ti piacerà…”
Provai a farlo desistere, ma non ci fu verso, iniziò ad accarezzarmi e così da brava moglie siciliana accontentai il marito, purché finisse tutto presto.
“Forse...” Mi dissi “... rifarlo con mio marito mi aiuterà a dimenticare prima quell’uomo.”
Mi tirò su la camicia da notte fino all’ombelico scoprendomi tutte le cosce e il bacino, poi sentii che prendeva le mutandine per l’elastico e le tirava giù scoprendomi il sesso.
“Alza un po' il sedere!” Sussurrò, lo feci e in un attimo le tirò giù alle cosce, poi alle ginocchia, sui polpacci dicendomi sdraiandosi affianco a me:” Toglile!”
MI tirai un poco su e piegando le gambe con le ginocchia in alto, arrivai ai piedi e muovendoli le sfilai senza toccarle con le mani, sfregando i piedi uno contro l’altro, lasciandole in fondo al letto. Ero agitata, piena di tensione e repulsione a rifare quell’atto sessuale.
Mio marito iniziò ad accarezzarmi sui peli e lungo la fessura, dolcemente come faceva sempre. Ma provavo una sorta di fastidio, quasi disgusto a quei preliminari anche al suo toccarmi. Gli fermai la mano: “Mettimelo dentro Tottuccio!” Dissi in dialetto, per compiere tutto in fretta e finire presto, senza preliminari.
“Hai voglia ?!” Domandò sorridendo non conoscendo la mia vera motivazione a quella richiesta.
“Si! Risposi mentendo:” Ti voglio! Ho vogli di te!” Nel mentre lo accarezzavo sulla spalla.
Sorrise sicuro di sé alla penombra dell’abatjour, mormorando: “E meno male che hai mal di testa!”
Avvertii che mi prese per le ginocchia e mi divaricò le gambe mettendosi tra loro e sopra me. Chiusi gli occhi tesa e intimorita e lo sentii premere sulla vulva ed entrare penetrandomi, accadendomi qualcosa che mai mi sarei aspettata sconvolgendomi ancora di più di come già era il mio stato d’animo.
In quell’attimo che mi penetrò, come un lampo mi apparve in mente Vanni, il suo viso grosso e voglioso e la prepotenza che avevo subito da lui e mi irrigidii. Non volevo pensarlo, ma non riuscivo a scacciarlo dalla mente, era più forte di me, della mia volontà, compariva sempre, se lo allontanavo e pensavo ad altro, all’improvviso arrivava lui nella mia mente e restava lì con il suo ghigno ad angosciarmi e turbarmi.
Avvertivo la differenza anatomica della dotazione sessuale tra i due e il modo di muoversi.
Mio marito continuò a possedermi e si diede da fare per alcuni minuti, come al solito pensando solo a sé stesso e io pur non volendo, per un momento provai un piacere involontario nel pensare all’accaduto di quello che era successo il pomeriggio di alcuni giorni prima.
Non volevo… ripeto, non volevo provare piacere, lo giuro ... ma all’immagine del volto di Vanni nella mente, al ricordo delle sue mani grosse e ruvide, dei suoi schiaffi e delle sue parole offensive nei miei confronti, risentii quel calore piacevole in vagina ed ebbi l’orgasmo, silenzio, trattenendomi dal gemere.
Mi vergognavo a godere a quei pensieri, avrei voluto fermarlo, impedirlo quel piacere … ma il mio corpo non rispondeva alla mia mente… e godetti in silenzio con vergogna, pensando mio marito di essere lui a farmi godere e invece era il ricordo di Vanni.
Quando Totuccio venne, come al solito, interruppe il coito incurante di me, eiaculando il suo sperma sulla mia coscia. Era stato veloce ed egoista.
Poco dopo, mentre lui come tutti gli uomini, si riposava della fatica fatta nel possedermi e dell’aver goduto da solo, io mi alzai e andai in bagno a lavarmi. Quando fui dentro accesi la luce, chiusi la porta e mi guardai allo specchio, negli occhi e, mi fermai un attimo a osservarmi, d’istinto portai le mani giunte sul viso a coprirmi il naso e la bocca e a pensare. Mi vergognavo ancora di me stessa, di aver pensato ancora a Vanni che odiavo mentre ero carnalmente con mio marito e all’abuso avvenuto nel furgone e mi sentivo umiliata più di prima, di aver provato piacere a quel ricordo mentre facevo l’amore con mio marito e aver goduto con il suo volto nella mente.
Mi chiedevo come potevo pensare ancora a quell’uomo e sentirmi negativamente attratta da lui, il mio prevaricatore? Cosa mi stava accadendo? Pensai che forse uno psicoterapeuta avrebbe potuto dirmelo, ma nemmeno a parlarne di fare una cosa del genere.
Dentro di me si scatenavano dinamiche che inconsciamente anche se non volevo mi portavano a pensarlo in quella situazione altamente stressante che stavo vivendo.
Mi interrogavo su come una donna come me, seria, stimata, fedele e rispettata, che aveva sempre avuto un comportamento corretto ed onesto con il marito, vivendo con determinati valori morali e religiosi potesse stravolgere la propria vita rammentando con partecipazione quelle azioni aggressive nei miei confronti, in contrasto con la mia personalità, il mio carattere e modo di pensare.
Mi sedetti sul bidet e mentre mi lavavo e fregavo le dita sopra i peli insaponati, attorno alla fessura e sulla coscia sporca dello sperma di mio marito, nel mentre guardavo fissa la piastrella del muro davanti a me, pensando:” Ma che succede? Che sta capitandomi?... Perché reagisco così? Che significano queste reazioni inconsulte e involontarie del mio corpo e della mente? Io odio quell’uomo, mi ha fatto del male, mi ha disonorata! Perché ora mi ritorna in mente in modo diverso e mi ritrovo a pensarlo? “Non sapevo darmi una spiegazione.
Cercavo di capirmi da sola, di dare una giustificazione, una motivazione a quei pensieri, del perché in quel momento comparendomi nella memoria mentre facevo l’amore con mio marito avevo trovato piacere, ma nulla.
Urinando sulla tazza cercavo di analizzarmi per quel poco che conoscevo, per superare quel mio stato di alterazione e confusione e cercare con la psiche di stabilire un nuovo equilibrio per sopravvivere all'evento traumatico che avevo vissuto due volte.
Ero sposata e avevo due figli adolescenti e un marito che amavo e dovevo superare l’accaduto. E nel fare queste considerazioni mentali non mi rendevo conto che inconsciamente instauravo una forma di contatto, una relazione virtuale con Vanni…
Ritornai a letto e si alzò mio marito a lavarsi e poi nel buio della notte ritornai a riflettere su quello che avevo provato facendo l’amore con mio marito e quello accaduto mi faceva più male che pensare alla prepotenza fisica e psicologica subita. Il pensiero che avevo goduto ancora ricordandolo… mi faceva rabbia, mi disorientava e confondeva demolendo la mia certezza di odio verso lui.
Ci pensai su ancora i giorni seguenti.
Il mio stato mentale era confuso, vivevo una sorta di shock psicologico che seguiva la mia violenza sessuale e vivevo in una condizione di fortissimo stress emotivo che faceva crollare qualunque punto di rifermento positivo presente fino a quel momento in me. Ero entrata in una sorta di regressione psicologica che come conseguenza indiretta mi portava all'attivazione di comportamenti quasi infantili, cercando inconsciamente, l'idealizzazione e l'amore verso mio marito e la famiglia.
Non riuscivo più a organizzare pianificare la mia vita ed ero costantemente accompagnata da un'agitazione ansiosa che a volte in quei giorni non mi vergogno a dirlo, arrivava fino al disordine mentale. Avevo paura di quell’uomo, Vanni, una paura fisica e psicologica che a volte mi portava a pensarlo ma ad essere indulgente con lui.
Non ne parlavo con nessuno, non dicevo nulla, tenevo tutto dentro di me per vergogna e timore.
Mi ricordo che quei giorni furono un periodo davvero infernale. Non vivevo più. Respiravo, ma non vivevo. Ero dimagrita in pochi giorni senza far nulla. Avevo anche paura ad uscire da casa.
Vivevo un’ansia perenne, un tormento ad ogni squillo di telefono o chiamata di cellulare. Temevo che non ne sarei mai uscita e vedevo tutto nero davanti a me, invece ora sono qui dopo sei anni a raccontare.
A volte non riesco a perdonarmi per non aver denunciato l’accaduto a mio marito e alla polizia, dovevo farlo... e penso a tutte quelle donne che come me vengono violate, nel corpo e peggio nella mente.
Mi vergognavo tremendamente di quello che mi era accaduto come se fosse stata colpa mia, soprattutto temevo di non essere creduta, che qualcuno mi dicesse “te la sei cercata” (e anche ora mi spaventa da morire questa cosa). Sì, perché prima dell’abuso avevo una mia sessualità dolce e amorevole e mi piaceva, ora è cambiata è molto più completa e viziosa.
Mi sentivo condizionata anche nel vestire, per il timore inconscio che qualcuno all’improvviso si avvicinasse, mi alzasse la gonna e mi prendesse sessualmente, nonostante il mio cervello mi dicesse che era sbagliato reprimere il mio “essere donna” per paura che alcuni uomini (odio generalizzare, sottolineo “alcuni”) lo interpretassero come “voglia di cazzo”.
Sentivo in quei giorni successivi il mio abuso, momenti in cui ero sola e depressa, disumanizzata da quello che era accaduto, in alcuni momenti mi percepivo come oggetto piuttosto che come essere umano, l’unica cosa che mi dava speranza erano i miei figli e quella stonata di mia suocera.
Arrivai al punto, pensate, di chiedermi se non fosse stata davvero colpa mia, con qualche mio atteggiamento o sorriso involontario a provocarlo e renderlo invitante a quello che fece.
Ma sapevo perché l’aveva detto lui stesso, che non era la prima volta e che lo aveva fatto ad altre donne in quel furgone, gente come me, paesane, mogli e madri di conoscenti. E se lui era ancora lì a rifarlo, significava una cosa sola, che nessuna di quelle donne l’aveva denunciato, ma come me avevano tenuto tutto dentro.
Quello che avvertivo in me, era il riflesso di come percepivo io quello che avrebbe pensato la gente se ne avessi parlato, se si fosse saputo. Già pensavo anche le mie conoscenti dire:
“Certamente lo avrà provocato lei e lui si è fatto avanti.” Oppure “Bisognerebbe vedere davvero se i fatti sono proprio andati come dice lei (io)” Mormorando tra loro:” Faceva la santarellina, la sticchiusa e poi invece era una buttana…” E questo mi spaventava, l’essere non creduta, che si potesse pensare che fossi stato io a provocarlo.
Avvertivo un senso di impotenza, avevo una immagine negativa di me e avevo perso la fiducia negli altri.
All’inizio vivevo le giornate con un timore di pericolo incombente, paura di uscire, di lui, sentimenti di vergogna e di colpa, apatia, incubi, depressione, ansia.
Manifestavo interiormente sentimenti di paura, rabbia, incredulità, ma mantenevo un atteggiamento controllato nell'espressione degli affetti con i miei cari e la mia famiglia e nei rapporti con gli altri. Cercavo di essere composta e controllare la mia sofferenza, cercando di mascherare i miei sintomi ansiosi, l’abbassamento del tono, le paure e fobie legate al trauma, chiudendomi in una sorta di mutismo, giustificandomi con i miei dicendo che non stavo bene.
Cercavo di riprendere le fila della mia vita, minimizzando, di continuare e agire come se andasse tutto bene e non fosse successo nulla di grave o potesse essere peggio, mentalmente sdrammatizzavo l’accaduto con forti sbalzi di umore e depressione. E soprattutto non mi dava pace l’aver goduto con lui, aver provato piacere della sua aggressione e poi ancora dopo ricordandolo nel praticare l’amore con mio marito.
Nei giorni arrivai a una sorta di risoluzione e accettazione e in quello trovavo conforto, nel sentirmi vicino la mia famiglia, mio marito, i figli, mia madre, nonostante non sapessero nulla.
Non mi rendevo conto che quel mio comportamento e desiderio di dimenticare mi portava a considerare e ricordare Vanni inconsciamente sotto un altro aspetto, non il vecchio satiro, vedovo, pronto a prendersi sessualmente le mogli dei suoi conoscenti e compaesani ma come a un vecchio solo e malato mentalmente che cercava nello sfogo sessuale un po' di affetto che non aveva più con la vedovanza. E in quei giorni in alcuni momenti dimenticavo davvero quello che era successo, lo rimuovevo e non capivo se quello era un male o un bene per me?”
Intanto erano passati cinque giorni, era martedì e il giovedì giorno di mercato nella città limitrofa alla nostra si avvicinava.
A un certo punto nella mia confusione, contrasti e paure riflettei facendo uscire da dentro di me il mio orgoglio di donna, la mia fierezza siciliana, riempiendomi l’animo di rancore e di sfida verso di lui.
” Forse rivedere la sua faccia da maiale, i suoi occhi da serpe e il suo ridere orrendo e la sua immagine dal vero e non solo nel pensiero, risveglierà in me quello che sto perdendo?” Che erano la consapevolezza di cosa mi aveva fatto e la mia dignità di essere donna.
Passarono i sette giorni, la settimana e Il giovedì arrivò e avevo deciso fiera e orgogliosa, di andare al mercato, alla sua bancarella, ma non per fare quello che intendeva lui, ma per guardarlo con disprezzo ancora in volto, negli occhi, per sputargli in faccia e dirgli quanto era porco e schifoso e poi andarmene. Pensavo di fargli vedere che non avevo paura di lui e che se non dicevo nulla era soltanto perché mi faceva schifo e pena, che io camminavo a testa alta tra la gente e chi doveva abbassarla e guardare a terra e vergognarsi di sé stesso quando ci incontravamo, era lui e non io.
Così quel giovedì mattina, piena di ostilità e di rancore, decisi di andare al mercato nella città che mi aveva detto lui e guardarlo in faccia.
Lo odiavo! Lo detestavo con tutte le forze e con tutta me stessa e in quell’odio non mi faceva più paura, non piangevo più, anche se sapevo che sarebbe stato capace di fare del male a me, mio marito e ai miei figli.
Ero preoccupata per la reazione di me stessa che avevo, di sfida, provocazione e minaccia nei suoi confronti, anche alla luce di quello che successe quella sera mentre facevo l’amore con mio marito, che mi tornava in mente Vanni, lo pensavo e anche per quello volevo vederlo, dimostrare a me stessa che non era niente, solo un pover’uomo, un verme e le mie paure e il ricordo di lui nullità.
” Vanni vuole che giovedì vada al mercato alla sua bancarella? … Ebbene ci andrò, ma non per fare quello che vuole lui… ma per guardarlo negli occhi ...e manifestargli tutto il mio disprezzo, disgusto e odio.” Mi dissi. Lo sfidavo, sfidavo lui e me stessa, le mie paure.
“Se non vieni, ti vengo a prendere io anche davanti a tuo marito!” Aveva detto cercando di spaventarmi e quella frase continuava a risuonarmi in testa.
“Ebbene gli mostrerò che non ho paura di andare davanti a lui, ma non farò quello che pensa e vuole, ma lo guarderò negli occhi e sosterrò il suo sguardo, lo svergognerò davanti a tutti, anche i suoi clienti e troverò il coraggio di denunciarlo ai carabinieri, di dire a qualche guardia vicina cosa mi ha fatto la settimana prima, che ha abusato sessualmente di me!” Mi ripetevo anche per darmi coraggio e una motivazione ad andare da lui che non fosse la sua, quella di rifare sesso.
Quel giovedì mi alzai e preparai le colazioni, mio marito andò al lavoro e i figli a scuola e riordinai casa con mia suocera, poi mi lavai e preparai per uscire, ricordo che davanti allo specchio mi guardai in volto e negli occhi e con aria di fredda di sfida e dignitosa, osservandomi con orgoglio mi dissi mentalmente:” Devo farlo! Devo andare… lo devo sfidare e abbattere, distruggere quell’uomo.” Mi sentivo come una sorta di vendicatrice anche di quelle di cui aveva abusato prima di me, avrei fatto giustizia anche per loro. Uscii da casa, presi l’auto e andai nella città vicina, posteggiai e mi diressi al mercato settimanale, e mi infilai tra la folla, il vociare, lo spingere e l’urtarsi uno con l’altro involontario della gente. Camminai lungo quel labirinto umano pieno di persone, tra il vociare e la confusione.
Mi fermai tra la folla che mi passava davanti e attorno a circa dieci metri quando vidi la sua bancarella e vidi lui panciuto sotto il grosso ombrellone con capi di lingerie appesa che parlava con delle clienti e poco distante un nuovo ragazzino che l’aiutava.
Provai disgusto alla sua vista.
Lui girando la testa mi vide e mi guardò, ci osservammo in silenzio fissandoci negli occhi per alcuni secondi.
Sentivo il cuore battermi fortissimo in petto e in gola, e mi accorsi pur con tutta la mia volontà che non riuscivo a sostenere il suo sguardo, mi sentivo agitata, ero come assente, sospesa, stordita, tutta la mia preparazione, il mio orgoglio, la decisione e la fierezza che avevo, davanti alla sua faccia e ai suoi occhi stava svanendo insieme a quello che mi ero proposta di dirgli. Avrei voluto voltarmi e andare via, e invece ero come paralizzata e sospinta da gente dietro me che doveva passare, urtandomi mi avvicinarono di più, alla sua bancarella e involontariamente non so nemmeno io come e perché, come un automa mi lasciai inconsciamente spingere dalla confusione e portare davanti alla sua bancarella.
Lui continua a fissarmi e io non riuscivo a tenere il suo sguardo.
Visto che oramai ero circondata di gente davanti alla bancarella, con il cuore che mi batteva forte, e per non restare lì impalata, istintivamente per fare qualcosa iniziai a guardare, toccare, prendendo anche in mano come le altre donne gli indumenti dalla bancarella e nella cesta degli stock.
Mi accorsi toccando la biancheria che la mano mi tremava, ero tesa e spaventata, ero entrata in uno stato di agitazione, era cambiato tutto, avevo di nuovo paura di lui, dei suoi occhi.
“Avrei dovuto non venire!” Mi dissi arrabbiata con me stessa e, tirando un sospiro ero pronta a girarmi e fuggire via, andarmene, quando lui avvicinandosi dall’altro lato della bancarella con un indumento in mano di biancheria intima, con indifferenza e come se nulla fosse allungò il braccio dicendo: “Provi questa mutandina signora che è ottima!! Buona fattura e buon prezzo!! È della sua misura, queste sono arrivati pochi giorni fa!” Con un sorriso prepotente. E allungò il braccio per passarmi in mano la mutandina di cotone e raso che voleva farmi provare. Lo osservai in silenzio mentre me la metteva tra le dita, incapace di retrarre la mano. Non risposi, mi sentivo assente, stordita, alzai un poco il viso, ma non lo guardai in volto e lui nel mentre allungando il braccio dall’altra parte della bancarella mi passò e mi mise in mano la mutandina dicendo:” Vada sul furgone signora, la provi, vedrà che le starà bene, è contenitiva.” Ero come paralizzata, non volevo prenderle, ma lui me le mise in mano quasi con forza e restai per alcuni secondi ferma con la mutandina in mano, sapevo cosa significava andare nel furgone a provarla. Esitai, ma la gente attorno in quella confusione non faceva nemmeno caso a noi, Vanni mi guardò in silenzio e come un automa strinsi la mano con la mutandina dentro, accorgendosi anche lui del mio stato e della mia tensione che la mano mi tremava.
Esitai a farlo... non volevo... ma appena la ebbi in mano, sentii la voce di Vanni forte e decisa dire:
“Venga! ...Venga signora!!...La provi dentro il furgone, salga sopra non abbia timore, c’è anche la luce, serve proprio per far provare gli indumenti alle signore!!”
A quelle parole il cuore iniziò a battermi fortissimo e la mano tremare più forte, era pazzesco, mi stava invitando a salire sul furgone dove aveva abusato di me, come la volta precedente in magazzino, conoscendo io cosa avrebbe compiuto se fossi salita, solo che questa volta sarei stata consenziente. Assurdamente in quegli attimi ero in una situazione incredibile...non sapevo cosa fare, cosa decidere ... ero confusa.
Lui capendo la mia indecisione allungando il braccio mi fece segno di girare intorno alla bancarella, cosa che sospinta da altra gente che curiosava fui portata a compiere seguendo il movimento della sua mano, inducendomi a entrare dentro nel loro spazio vendita e quando fui lì prendendomi per un braccio mi avvicinò al furgone davanti allo sportellone laterale. Lo spalancò tirandolo forte con il braccio e sentii il suono dello scorrere, nella guida e il suo rumore sordo di apertura.
Respiravo forte, il cuore mi batteva, ero tesa, confusa e Vanni continuò: “Venga, salga, qui c’è lo sgabello e c’è anche la luce! Stia tranquilla che lo richiudo e la privacy è garantita…” Ripeté guardandomi negli occhi.
Avevo il cuore in gola, mi guardai attorno dall’altra parte della bancarella era pieno di gente che passava o sceglieva nelle ceste o nella bancarella incurante di me. Non so cosa mi accadde, davanti alla porta scorrevole del furgone mi sentii improvvisamente e stranamente accaldata, forse eccitata, a volte ci ripenso ancora, ero come ipnotizzata, stordita, lui mi prese per il braccio e arrendevole mi lasciai accompagnare a salire il gradino di legno dello sgabello per entrare nel furgone, ed abbassando la testa entrai nuovamente all’interno.
Dentro di me qualcosa gridava:” Nooooooooooooooooo!!!!!!!!!!” Ma non riuscivo a reagire ed entrai abbassando il capo e come fui dentro, dietro le spalle risentii i rumori di prima, lo scorrere veloce e forte del portellone nella guida e poi il tonfo di chiusura.
Di colpo mi rigirai per aprirlo e uscire, ma non ci riuscii, l’aveva chiuso esternamente e come gesto di protezione che avevo già compiuto la volta precedente d’istinto chiusi anche con il gancetto e rimasi lì in piedi come in attesa, piegata leggermente in avanti con il busto perché toccavo con la testa il tettuccio, non capendo più se quello che provavo in quel momento fosse paura o eccitazione o tutte e due insieme. Ero tachicardica.
Ancora sentii quell’odore di indumenti nel cellofan nuovo, in quel semi buio con la luce a batteria, era tutto come la volta precedente, anche il caldo soffocante, era qualcosa che avevo già vissuto, solo che ora fuori era pieno di gente, si sentivano le voci, parlare, gridare, ridere, ma non ebbi il tempo di pensare e ricordare.
Sentii la voce sorda di Vanni oltre la lamiera della fiancata dire a quel nuovo ragazzo: “La signora che è entrata ora è lunga, la conosco, lasciala dentro finché non esce lei. Io intanto vado al bar a prendere un aperitivo, poi quando torno vai tu!”
“Va bene!” Sentii rispondere al ragazzo...
All’improvviso vidi aprirsi lo sportellone a maniglia, quello in fondo al cassone, ed entrare luce e voci, e come quella volta in magazzino, entrò anche lui richiudendolo subito…dicendo: “Brava sei venuta! Lo sapevo!! Ti aspettavo!” E si avvicinò esortandomi a bassa voce: “Girati!! mettiti in ginocchio alla pecorina come l’altra volta!!” Mentre io attonita e incredula di me stessa lo facevo e lui intanto si slacciava la cintura dei pantaloni.
Era assurdo… tutto assurdo, ma purtroppo vero, ero a disagio e incoerente con me stessa, avevo sensazioni di vuoto, stordimento e difficoltà di concentrazione e come un automa ubbidii alla sua voce forte e autoritaria. Con il cuore che mi batteva fortissimo e le mani che mi tremavano lasciando cadere la mutandina giustificativa per farmi entrare nel cassone che tenevo in mano, irrazionalmente come ipnotizzata, distaccata, mi voltai e lui mettendomi la mano sulla schiena, mi accompagnò a inginocchiarmi e mettermi a carponi. Faceva caldo dentro il cabinato … sentivo le voci della gente fuori entrare sorde, filtrate dalla lamiera.
Si svolse tutto in poco tempo, senza quasi che me ne rendessi conto e lo impedissi, mi sentivo impotente ma desiderosa di essere lì in quel momento.
Lui si avvicinò, lo sentii inginocchiarsi dietro di me e tirarmi su la gonna fino ai lombi a scoprirmi tutto il sedere, accarezzarlo e tastarlo mormorando: “Bello! Bello! Davvero bello! Pallido e morbido.”
Prendere per l’elastico e abbassarmi le mutandine, tirandole giù alle ginocchia, scoprendomi le natiche rivelando il solco intergluteo profondo che scendeva fino al perineo e al sesso, avvertendo io un brivido di piacere e una stretta al cuore di ritrovarmi ancora come in un incubo in quel furgone e in quella posizione canina o da scrofa come la chiamava lui nell’attesa che mi possedesse.
“Stai tranquilla, facciamo piano e presto, e fuori non sentiranno e si accorgeranno di niente!” Bisbigliò continuando:” C’è casino e vociare, comunque tu godi piano senza gridare!” Poi sussurrò: “Allarga le ginocchia...Allargale!”
Come depersonalizzata le divaricai fin tanto che l’elastico delle mutandine tese lo consentiva.
Sentii la sua mano umida, bagnata probabilmente di saliva corrermi ancora sulla fessura tra le grandi labbra e quella volta senza che scalciassi, successivamente lo sentii avvicinarsi, piegarsi avvertendo il rumore sordo delle sue ginocchia strisciare sul fondo tra il cartone e il cellofan e avvicinarsi contro il mio sedere.
Si stava ripetendo tutto quello che era avvenuto la settimana prima, ma ora senza violenza, con me consenziente. All’improvviso avvertii le sue mani grosse sui miei glutei e poi i fianchi e qualcosa di duro premere forte sulla fessura del sesso a posteriori mentre mi accarezzava il sedere spingendo energicamente. Provai un leggero fastidio e lo sentii entrare prepotente, vigoroso in me, penetrandomi in vagina ancora fino in fondo, quella volta con me passiva e consenziente facendomi sussultare e inarcare con la schiena indietro verso di lui.
Appoggiò ancora le mani sui miei fianchi carnosi e iniziò a possedermi… dandomi colpi profondi e veloci mentre fuori si sentiva il vociare del mercato.
“Diooo mioo come è possibile? “Pensai per un momento. Ma subito la mia mente fu presa da altro, dal piacere che iniziavo ad avvertire ad essere posseduta da lui.
Lo avvertivo dentro di me muoversi e sfregare le pareti vaginali tenendomi stretta alla vita, facendomi dondolare nuovamente la pelvi avanti e indietro tenuta forte dalle sue manacce grosse e, incominciai a sentire il glande battere sull’utero e a risentire imponete quel calore vaginale arrivare e spandersi prima nel bacino e poi in tutto il corpo facendomi fremere. Sentivo il suo ansimare alle mie spalle e alle spinte profonde che mi dava, facendomi dondolare avanti e indietro sugli arti tesi: “Bella! Bella!”
Sussurrava accarezzandomi le natiche e colpendole con degli schiaffi meno forti della volta precedente come semi sculacciasse.
” Mi piaci!! Mi piaci!! Sei bella!!” Mormorava eccitato avvertendo io ancora la vagina contrarsi in spasmi di piacere intorno alla sua asta dura e iniziai a gemere a bassa voce assieme al vociare della gente del mercato che passava fuori dal furgone, ignara di cosa accadesse all’interno e quello assieme alla vergogna e al piacere mi eccitavano maggiormente.
Sentivo la sua mano infilarsi sotto la maglia e corrermi lungo la schiena e poi rigirarsi sotto e arrivare al reggiseno alzarlo e tirarmi fuori le mammelle dalle coppe e stringerle, mungerle come diceva lui:
“Ti mungo un po’!”
Di nuovo il mio corpo non riconobbe più la mia mente e iniziai a godere quasi in silenzio nel cassone:
”Ooohhhhh!!!!!!!!” sentendomi strizzare dalle sue grosse mani le mammelle mentre mi possedeva.
“Oooohhhhhhhhhhhh!!!!!!!!! Oooooooooohhhhhhhhh!!! “
Godevo sottovoce cercando di trattenermi per timore che i miei gemiti fossero sentiti all’esterno, finché arrivò l’orgasmo improvviso, violento ed esplosivo, facendomi scuotere tutta e impulsivamente spingere il sedere indietro verso lui a toccare i suoi inguini, per sentirlo di più dentro di me e provare maggior piacere.
“Vedi che godi! Vedi che ti piace amore!” Diceva parlando da solo. Mi aveva chiamato amore.
“Vedrai che diventeremo amanti e sarà bello…” Pronunciò ancora. Poi non compresi più nulla di quello che farfugliava.
Dondolavo il capo non capendo più niente, finché con un gemito che sembrava un grugnito, tirandolo fuori all’improvviso, riversò i suoi getti di sperma caldo ancora sulle natiche.
Venni anch’io assieme a lui prima che lo togliesse con un gemito, lungo e basso di tono come un ululato sordo e soffocato:” Ooooooohhhh!!!” Lasciandomi poi cadere sul fondo, sui cartoni e scatole vuote, restando così piegata a terra, inginocchiata a lui come se fossi sottomessa; ad ansimare con la gonna su, le mutandine alle ginocchia e le natiche piene del suo sperma. Restai così qualche secondo ancora nel piacere, facendo respiri lunghi e profondi e pensando: “Come è potuto succedere ??!”
Mi vergognavo, mi ero concessa consensualmente a lui ... e non capivo perché, o forse l’avevo capito e avevo paura a dirmelo. Mi sentivo attratta da lui non fisicamente ma sessualmente e psicologicamente, succube e dominata da Vanni, dalla sua bruttezza e volgarità che mi eccitavano e facevano godere più di mio marito. Non so quanto durò quell’amplesso, probabilmente pochi minuti che a me vivendoli intensamente parvero una eternità. Mi chiedevo dopo quello che mi aveva fatto, come potevo ritornare di mia volontà ancora con lui.
Seppi poi in seguito con il tempo, leggendo di casi di abusi sessuali simili, che mi trovavo vittima di una forma di Sindrome di Stoccolma, dove le vittime di episodi di violenza fisica e psicologica, manifestano uno stato di attrazione e di dipendenza psicologica e/o affettiva provando un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore, che poteva spingersi fino all'amore e alla totale sottomissione volontaria a lui, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.
Era assurdo, incredibile ma era così anche per me, era quello che stavo vivendo…
Quando finì il nostro rapporto sessuale a tergo, lui era soddisfatto e io sudata e mi sentivo di nuovo sporca dentro.
“Ora io scendo, tu resta ancora qualche minuto e mettiti a posto, quando ti batto con la mano sul portellone prendi la mutandina in mano e scendi. Ora mettiti a posto che sei spettinata… tieni asciugati il culo dallo sperma e le ascelle dal sudore!” Mi disse passandomi un rotolo di scottex intero.
Lui piegato in avanti per non battere la testa andò in fondo e vidi il portellone aprirsi, fare entrare un fascio di luce forte e richiudersi. Era uscito.
Sentii esternamente la sua voce dire al ragazzo: “La signora è ancora dentro?”
“Si non è uscita!”
“Va bene, vai al bar a berti qualcosa… che resto io. “E poi da mercante qual era rivolgersi verso la bancarella e dire: “Vengo! Vengo belle signore! Sono qui per voi! Mi sono assentato un attimo, lo so che vi sono mancato. Allora avete scelto belle signore?”
E quelle donne rispondergli e parlare con lui ridendo.
Io mi alzai, passai la mano sul sedere e senza volerlo me la impiastrai del suo sperma e lo sentii tutto sporco e attaccaticcio, iniziai a strappare pezzi di scottex e pulirmi passandolo sul sedere, togliendo quella gelatina bianca filante da sopra e poi lo passai a pulirmi la mano sporca e le ascelle e gettai i rimasugli sporchi in un angolo.
Sempre piegata per non battere la testa, mi chinai di più e mi tirai su la mia mutandina, mi sentivo la figa larga e bagnata e provavo una strana sensazione mai vissuta prima in quel post rapporto sessuale praticato tra le voci del mercato. Me l’assestai bene e tirai giù la gonna e la misi apposto stirandola con le mani. Poi mi riordinai i capelli, e intanto pensavo che non l’avevo mai fatto, che era la prima volta che tradivo mio marito volontariamente… e con il cuore in gola aspettai finché pochi minuti dopo sentii battere la mano forte sulla fiancata e sentii dire: “Posso aprire signora?”
“Si!!…Sii!!” Risposi con la voce imbarazzata.
Sentii che provava ma non si apriva:” Tolga il gancetto di chiusura!” Disse.
“È vero il gancetto!” Esclamai:” Me ne ero dimenticata che lo avevo messo.” Lo tirai su e quasi simultaneamente sentii il portellone scorrere ed aprirsi e assieme alla luce intensa che entrava vidi lui, la gente che passava e altre clienti incuranti di me dietro la bancarella a cercare indumenti.”
“Le ha provate signora?... Le vanno bene?!” Mi chiese Vanni per giustificare la mia entrata nel furgone.
Dissi di sì facendo cenno anche con il capo, mentre mi guardavo attorno incredula e stordita, agitata e timorosa che si capisse cosa avevamo compiuto realmente.
E Mentre mi porgeva la mano per aiutarmi a uscire esclamò: “Allora scenda! Venga! Stia attenta allo sgabello da scalino che non si muova!” Dicendo sibillino con il doppio senso:” È soddisfatta signora? Le piace…la mutandina che ha provato?” Annuii con il capo.
Mi aiutò a scendere e mentre facevo il giro per ritornare aldilà della bancarella, lui mise delle maglie intime e mutandine della mia misura dentro una busta.
Fu in quel momento che non so nemmeno io perché chiesi: “Ce la mica una pancera per mia suocera?”
“Certo! Che taglia ha?” Rispose.
Sorrisi … “Non lo so!” Dissi. “Più o meno come la signora!” Facendo segno a una anziana che curiosava.
“Ho capito!” Rispose:” Una quarta o una quinta! Gliele do tutte e due, poi quella che non va me la riporta, io il prossimo giovedì sono sempre qui! Oppure può venire al magazzino.” Dichiarò guardandomi negli occhi come a farmi intendere di ritornare il prossimo giovedì o andare da lui.
Mise tutto dentro una busta grande di carta e me la passò. “Ecco a lei signora!! Allora l’aspetto il prossimo giovedì!”
La confusione che avevo attorno e il vociare mi confondeva, ma anche mi isolava nell’anonimato.
D’istinto prendendo il sacchetto in mano feci il gesto di pagare chiedendo:” Quanto le devo?”
“Quindici euro!” Rispose lui.
Li presi dal borsellino e gli diedi 20 euro e lui frugando nella cassetta dei soldi, fingendo di darmi il resto me li rimise in mano salutandomi.
“A posto così signora!” Disse guardandomi negli occhi e senza farmi pagare.
Ricambiai il saluto: “Buongiorno!”
“Buongiorno!” Rispose lui, aggiungendo ancora:” Al prossimo giovedì!”
Sentendolo subito dire a un’altra donna con degli indumenti in mano:” Venga signora! Che Vanni è a vostra disposizione. Salga sul furgone a provarli, ha la luce e la chiusura all’interno ed è riservato!”
Non mi voltai e non so se quella donna salì a provarsi gli indumenti. Senza voltarmi mi incamminai e ritrovai tra la confusione e la gente che spingeva. Mi pareva che tutti mi guardassero e sapessero cosa avevo compiuto con Vanni nel furgone, ma non era così, ognuna pensava a sé e guardava altro procedendo per i fatti propri e tra la folla percorrendo un centinaio di metri uscii dal mercato, e mi diressi verso l’auto, salii, aprii, posai la borsa e andai a casa. Ero incredula di quello che avevo fatto e non piangevo. Nonostante tutti i miei discorsi mentali e le mie preparazioni mi ero concessa nuovamente a lui... a Vanni.
Diedi le pancere a mia suocera che le provò e trovò quella giusta per lei e io rimisi i miei nuovi indumenti intimi nel cassetto del comò. Ero incredula e rassegnata, non avevo nemmeno la forza di pensare.
Nei giorni seguenti riflettei.
Oltre che non capire, non mi ritenevo donna capace di fare quello che dicevo, che mi ero proposta e anche di quello che avevo rifatto, eppure era accaduto di nuovo. Ero ritornata da lui con odio e disprezzo per affrontarlo e inveirgli e invece quando me lo trovai davanti che mi guardava negli occhi mi bloccai, incapace di reagire e come una sonnambula l’ho seguii e lasciai prendere nuovamente da lui, quasi offrendomi, provandone piacere e ritornando indietro a casa vuota e senza sentimento alcuno, ne positivo, ne negativo verso di lui.
Quello che avevo compiuto era grave, avevo tradito mio marito con colui che aveva abusato sessualmente di me contro la mia volontà…
Come avevo potuto?” E ora? “Mi chiedevo.
Mi sentivo diversa, cambiata, non ero più una moglie fedele e anche verso mio marito non provavo più quell’ammirazione incondizionata che avevo prima... lo vedevo come un uomo qualsiasi… anche a lui uno che guardava le donne con desiderio.
Ero in crisi … una crisi d’identità chiedendomi chi fossi ora realmente io, chi ero diventata se non ero più la moglie seria e fedele di prima e mi domandavo che avrei fatto il prossimo giovedì? Sarei tornata da lui?
A quella forma di depressione interiore e crisi morale e sociale, si aggiunga che nei giorni successivi restai senza lavoro, la cooperativa delle pulizie per cui lavoravo era fallita… l’azienda l’aveva cambiata e presa un'altra che aveva già il suo personale e a molte di noi le lasciarono a casa, ed io ero tra quelle. Restai disoccupata con tutte le spese e le bollette da affrontare, i ragazzi che crescevano e studiavano … lo stipendio di mio marito da solo non bastava mai anche se c’era la pensione minima di mia suocera.
Sprofondai nella angoscia di donna che non sapeva darsi una dimensione di vita.
Ero in uno stato di sospensione, non lo sapevo ancora in quei giorni, ma in seguito sarei diventata la sua amante, l’amante di un uomo rozzo, più vecchio di me, che non mi piaceva fisicamente, ma che mi attraeva con la sua brutalità sessuale, la sua rudezza, con quel considerarmi sua. Un amante sottomessa ai suoi desideri e non riuscivo a fare niente per impedirlo, riuscire a pensare di ribellarmi a lui, ma soprattutto all’apatia, l’indifferenza che stava avendo il sopravvento in me, o forse più semplicemente inconsciamente non volevo ribellarmi….
Per la mia incapacità a scegliere e decidere e anche a riguardo a quanto detto sopra, mi ritrovai sola in una spirale di frustrazione che mi risucchiava sempre più e nella mia tristezza mi ritrovai a rincontralo ancora, sempre nello stesso luogo e allo stesso modo, al mercato sul furgone.
In seguito dovetti sorbirmi quel verme addosso una volta alla settimana come se fosse una terapia.
Io per giustificarmi psicologicamente e moralmente con me stessa mi dicevo sempre che ero obbligata ad accoppiarmi a lui a sottostare alla sua volontà per paura delle sue minacce, ma sapevo che non era vero. Non era più così purtroppo e scoprii che mi piaceva essere in quella condizione di sottomissione psicologica ed essere presa sessualmente da lui, forse all’inizio no, ma poi continuare fu una mia scelta inconscia.
Vennero e ci furono altri giovedì simile a quello precedente e poi altri ancora. Vanni volle comunicare con me in modo diretto, dandomi il suo numero di smartphone e facendosi lasciare il mio. Lo pregai prima di chiamarmi di inviarmi un messaggio d’avviso, onde evitare che mio marito capisse qualcosa, visto che ero preoccupata dal fatto che vedesse tutti quegli indumenti intimi nuovi e diversi l’uno dall’altro, per me, mio marito, mia suocera, mio figlio e mia figlia, che lui mi regalava negli incontri e che io accettavo. A casa dicevo che l’avevo acquistata da Vanni che per loro, mio marito compreso era una brava persona, vedovo. In quel periodo aveva cambiato ancora garzone ad aiutarlo, quello preso non era figlio di meridionali come noi, ma uno del nord e diceva che non gli piaceva alzarsi alle sei la mattina.
Nell’accettazione di frequentarlo il mio stato d’animo si trovò in difficoltà quando volle cambiare posizione e farlo con me davanti, sopra me che mi guardava in faccia, baciandomi ... fu terribile. Me lo disse di sorpresa mentre ero già a carponi:” Girati che ti voglio chiavare come facevo con mia moglie!” Capii cosa intendeva.
“Qui c’è un materassino che adopero per fare la pennichella nelle ore morte quando facciamo le fiere e restiamo tutto il giorno. Togliti le mutandine e sdraiati sopra con le gambe larghe.” Mi disse.
Lo guardai. Cercai di persuaderlo ma non volle.
“Dai su che facciamo presto, fuori c’è gente!!” Mi esortò.
Senza più dire nulla, piegando la gamba e alzando le ginocchia una alla volta tolsi lo slip da un piede e lo stesso feci con l’altro.
Lui prese la mutandina in mano e le annusò aspirando.
“Mmmmhhh… che buon profumo di sticchiu (figa). Sdraiati ora!” Ripeté e tenendomi per un braccio mi aiutò a distendere sul materassino, aveva già preparato tutto.
Tirai la gonna sull’addome, mi distesi e allargai le gambe scoprendo le cosce, il sesso peloso e il monte di Venere e restai in quella posizione ad attenderlo, mentre lui in piedi con il busto piegato in avanti, si slacciava la cintura e tirava giù i pantaloni e lo slip, facendo uscire la sua asta eretta, dura e dritta oscillante davanti a me ripetendo: “Dai su allarga bene le gambe!!”
Era disgustoso, sia lui che il modo in cui voleva fare sesso, ma lo presi come una giusta punizione, un castigo per non essermi ribellata da subito e aver continuato a incontrarmi con lui e ora me lo meritavo di averlo sopra me che mi avrebbe baciato in bocca anche se mi faceva ribrezzo. Era la giusta espiazione del rapporto che scelleratamente avevo instaurato con lui.
Si abbassò inginocchiandosi mettendosi tra le mie cosce.
Accarezzo la figa e i peli, e non nego che ero eccitata.
“C’è l’hai già bagnata!” Disse sorridendo con quel suo ghigno tremendo. E si adagiò sopra di me.
Avvertii la sua pancia voluminosa e umida dal sudore contro la mia, il suo corpo su di me quasi a schiacciarmi.
Averlo davanti sopra me era disgustoso, il suo odore, il suo sudore, il profumo che metteva mi dava fastidio, mi nauseava.
Mi misi con il volto girato di fianco verso la mia spalla sinistra a guardare la lamiera bianca e quanto vi era appeso di indumenti intimi. Sentii la sua grassa e ruvida mano accarezzarmi i peli della vulva, giocare con le dita sulle grandi labbra e il clitoride e li sentii scorrere sulla fessura.
Poi vidi una sua mano portarsi giù, probabilmente a tenerselo e guidarlo, e poco dopo sentii premere qualcosa di grosso e duro tra le grandi labbra, era il glande che spingeva e cercava la strada per entrare in me. La trovò, le mie grandi labbra si aprirono alla sua spinta e avvertii la sua cappella entrare e farsi strada nella vagina spinta dalla sua asta di carne eretta e salire all’interno sempre di più fino in fondo a fermarsi contro l’utero, battervi facendomi sussultare e inarcare dalla sensazione piacevole che provai. E tenendosi su con le braccia tese staccato dal mio corpo, iniziò a possedermi… su e giù dandomi spinte profonde procurandomi fremiti.
Iniziai ad avvertire quel piacere bellissimo sotto forma di calore che mi invadeva, che dalla vulva mi pervadeva la pelvi e trattenendo i gemiti tra il vociare della bancarella e del mercato, iniziai a godere sotto le sue spinte profonde.
“Oooohhhhh!!!…. Aaaaaahhhhh!!! Mmmhhh!!!!”
Mi piaceva e godevo nonostante il suo peso su di me e l’odore di sudore fastidioso che emanava.
Mi sbottonò la camicetta scoprendomi il reggiseno e, tirando su fece uscire fuori le mammelle dalle coppe e con le sue grosse mani prese a manipolarle, stringerle e poi chinarsi a leccarle e succhiami i capezzoli. Avvertii un piacere enorme e un caldo in vagina maggiore e contrarsi e rilasciarsi bagnandosi di più ad avvertire le sue labbra succhiarmi i capezzoli.
Teneva la mia mammella in mano che stringeva e rilasciava mungendola come quella di una mucca e il mio capezzolo in bocca che leccava e succhiava avido come ad allattarsi. Fu tremenda quella sensazione, piacevole, materna e perversa, praticata con un uomo di cinquant’anni, fu impressionabile e indescrivibile quello che provai. Come avevano fatto i miei figli si allattava anche lui, anche se succhiando non usciva niente, ma le sensazioni che provavo a sentirmi aspirare dentro erano le stesse di allora, anzi ancora più belle a d avvertire le sue grosse labbra succhiare il capezzolo e risucchiare l’interno della mammella mentre la stringeva nella sua grossa mano.
Quando cercava di baciarmi lo evitavo voltando il capo da una parte all’altra. Ma durò poco mentre mi chiavava mi prese il viso con una mano, stringendolo forte tra il pollice e le altre dita, lo girò tenendolo fermo davanti a lui e abbassandomisi baciò. Non volevo, avvertivo il suo fiato contro il mio e tenevo le labbra serrate, ma lui spingeva forte la lingua tra esse mentre mi chiavava. Poi non c’è la feci più, socchiusi un poco la bocca e lui forte sforzò le labbra con la sua lingua e la spinse dentro battendo sui miei denti ed entrò… la sentii in bocca, grossa, ruvida, piena di saliva, diversa da quella di mio marito, con un sapore disgustoso di caffè e sigaretta, che si muoveva come quella di un serpente cercando la mia, duellandoci e succhiandomela.
A quel punto non capii più niente come avvolta da una grande scossa iniziai a scuotermi sdraiata sul materassino all’interno del cassone del furgone, ad abbracciarlo muovendo il sedere contro lui a riceverlo di più dentro di me e inizia a baciarlo anch’io in bocca ricambiando il suo, come se fossimo marito e moglie. Quasi senza accorgermene e rendermene conto ero diventata la sua amante.
In quel momento non capivo niente.
Sotto i suoi colpi e la sua lingua in bocca che succhiava la mia ebbi un orgasmo tremendo e lo strinsi a me…: “Aaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!!!!!!” Esclamai soffocando il gemito.
E lui di seguito a me, scuotendosi tutto come un maiale, facendo traballare la sua carne molla sfilando veloce il suo fallo eretto dalla vagina eiaculò, riversando il suo sperma sul mio ventre, restando tutte e due sudati uno sopra l’altro ad ansimare.
Poco dopo si alzò e si asciugò dal sudore e dall’afa che i nostri fiati e il nostro amplesso avevano prodotto all’interno del cabinato. Si asciugò con una maglia presa appesa, io feci lo stesso alzandomi, rimisi le mammelle succhiate e piene della sua saliva all’interno del reggiseno con un capezzolo più grosso dell’altro per via della suzione e richiusi la camicetta mettendola dentro la gonna, lasciandola cadere sulle ginocchia e stirandola con le mani.
Mi rassettai.
Lui scese e come sempre dal fondo, attesi il suo segnale per uscire, il percuotere sulla lamiera e nel frattempo mi sedetti su uno scatolone pieno. Non so quanti minuti passarono, poi sentii battere la lamiera e scorrere il portellone laterale che dava sulla bancarella e scesi. Poi tutto come prima, come le volte precedenti, la busta e il resto...
Era rischioso farlo in quel furgone, ma anche sicuro ed eccitante se vogliamo, perché provavo indumenti ed ero in un luogo pubblico, ma non mi piaceva anche se nessuno immaginava mai cosa avvenisse all’interno quando entravo. Capitò anche che per i motivi più svariati, con la scusa di provare o cambiare indumenti che avevo preso sulle bancarelle, qualche pomeriggio andassi nel suo garage- deposito. Lì era organizzato aveva la branda, l’acqua, il bagno, ci chiudevamo e mi spogliava nuda e…
Erano passati quasi tre mesi da quell’abuso, a volte ci sentivamo anche per smartphone, il suo numero era sotto il nome di sua moglie Rosa, casomai mio marito avesse curiosato.
A volte mi dava appuntamento in qualche bar vicino alla zona dove faceva il mercato, io arrivavo con la mia utilitaria e ci pigliavamo il caffè. Diceva che si era innamorato di me e che dopo sua moglie c’ero io nella sua vita.
Era il paradosso, il carnefice si era innamorato della vittima e la vittima era attratta dal carnefice.
Ero cambiata dentro, tutto sommato a me faceva piacere e stavo al gioco, in fondo oramai si poteva dire che eravamo amanti, mi ero accettata in quella condizione senza ribellarmi e la vivevo con una sorta di distacco facendomela scorrere addosso finché non sarebbe finita. In fin dei conti in quel periodo ero senza lavoro e avevo del tempo libero, ma anche tante preoccupazioni, cercavo lavoro a fare pulizie e non lo trovavo.
Le nostre conversazioni quando ci incontravamo erano brevi e da parte sua sempre irriverenti su di me. I nostri rapporti sessuali erano settimanali e completi, mi penetrava sempre anche quando mi leccava, soltanto nei periodi in cui ero mestruata non si faceva niente. Due cose gli avevo chiesto e fatto giurare se mi voleva vedere ancora, la prima era che non mi venisse dentro e mi mettesse incinta, visto che ero ancora in età feconda e potevo essere ingravidata, la seconda che non mi facesse avere rapporti orali con lui visto che non li avevo nemmeno con mio marito. Le accettò entrambe.
“Stai tranquilla che non ti ingravido!” Mi rispose:” Anche se potrei farlo benissimo. In questo ti rispetto e lo stesso a fare i bocchini, se vorrai sarai tu a chiedermelo, a me basta chiavarti...” Dichiarò sincero.
Che fosse una bestia lo sapevo ma che arrivasse a certi punti… no!
In quella specie di intesa che vivevamo non parlammo di rapporti anali, lo diedi per scontato che non li avremmo mai avuti. Invece settimane dopo fu lui che mi chiese volgarmente se avessi mai avuto rapporti anali con mio marito:” Ti ha mai inculata Tottuccio? “
Risposi di no decisa e al mio no mi chiese il perché, e gli dissi la verità:” Perché non l’abbiamo mai fatto e non ci piace farlo ed è contronatura!”
“Contronatura?” Ribatté lui e rise domandando ancora: “Anche a tuo marito non piace?”
“Si!!” Risposi innocentemente: “Lui mi rispetta!”
E Vanni ribatté dando una sua interpretazione: “Ti rispetta perché non è capace a incularti, se fosse capace stai tranquilla che te lo farebbe, lo fanno quasi tutte e tu hai un culo bellissimo. Bisogna essere capaci a inculare le mogli, io alla mia Rosa buonanima, glielo facevo spesso…” Aggiungendo inaspettatamente:” … Se vuoi te lo faccio anche a te, io sono bravo!” Dichiarò, chiedendomi di praticarlo con lui.
“Assolutamente no! Non voglio!” Replicai e smise di parlarmene.
Passo qualche settimana che si svolse in quella normalità complice tra di noi essendo oramai ero la sua amante segreta.
Non passò molto che alla mia passività verso lui, Vanni volle completare la mia sottomissione sessuale anche sodomizzandomi, prendendomi analmente e lo fece all’improvviso una mattina di giovedì che andai da lui, premeditò tutto senza dirmi nulla.
Piovigginava e dopo avermi chiamata allo smartphone mi disse di passare lo stesso. Così feci e andai con la mia utilitaria e l’ombrello, c’era poca gente, le bancarelle erano coperte da grossi nailon, solo la parti sotto i grossi ombrelloni erano scoperte. Come al solito curiosai fingendo di acquistare, nell’attesa che mi dicesse di salire sul cabinato del furgone a fingere di provare qualcosa, per sottostare alle sue voglie (diventate anche mie purtroppo) e alla sua volontà, come avevo fatto spesso. Vidi che dopo aver preso qualche indumento e datemelo in mano coprì tutto il banco con un grosso nailon anche sotto all’ombrellone, come a segnalare che era chiuso, il ragazzo non c’era quella mattina piovosa. Lo guardai e oramai pratica dei suoi cenni del capo quando mi fece segno, girai la bancarella, chiusi l’ombrello appoggiandolo sulla fiancata e salii sul cassone lasciato aperto e lo chiuse.
Lui entrò poco dopo dall’altra parte in fondo e mi disse di mettermi a carponi.
“Mettiti a pecora, oggi voglio fotterti (chiavarti) così!” Esclamò appena salii.
Inconsciamente ne fui felice, quella posizione sessuale aveva una forte attrazione e un ascendente inconscio su di me, mi riportava nel bene e nel male a quel godere perverso che avevo avuto con lui e in più quella posizione non avrei e avrebbe potuto baciarmi in bocca e mi preparai e misi in posizione a carponi.
Lui finse di volere un rapporto vaginale come al solito, invece a un certo punto mi insalivò anche l’ano facendo correre la mano sia sulla fessura della figa che sulla rosa dell’ano.
Ricordo che lo toccò con il dito: “No Vanni!... Non toccarmi lì che non mi piace!” Dissi risoluta.
“Si lo so che non ti piace perché non lo hai mai fatto con tuo marito e sei ancora vergine! “Rispose. E mentre all’inizio mi chiavava alla pecorina, senza dire nulla all’improvviso mi allargò le natiche e appoggiò il glande sulla rosa dell’ano spingendo.
“Ora provo io ... te lo faccio io il culo!” Bisbigliò.
Mi irrigidii.
“No! Assolutamente no!” Che fai Vanni? Li no!! Toglilo, non voglio!” Esclamai alzando la voce.
“Ssssssssshhhhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!” Mi zitti, che ti sentono fuori, aggiungendo: “E’ bello, vedrai che ti piacerà, godrai!”
“ Ma io non voglio! Ti prego Giovanni, li no! Non l’ho mai fatto!!” Esclamai agitata irrigidendomi di più.
Ma le mie resistenze lo eccitavo maggiormente con il mio no e, sentii allargare di più le natiche tenendomi con una mano sulla schiena a carponi per impedirmi di alzarmi con il tronco.
“Non lo fare!” Mormorai terrorizzata dicendo la prima cosa che mi venne in mente per cercare di farlo desistere:” È troppo grosso, non lo fare mi farà male!”
Non mi rispose nemmeno e capii di non avere più difese come la prima volta.
Ma terrorizzata avendo già provato a vivere quella condizione, continuai nella mia implorazione:
“Nooo!! Li no!! ... No, no… ti prego no… dietro no… non così… non l’ho mai fatto…e non voglio!”
E questo mi tormentava di più, perché quando avevo provato con mio marito anni prima da sposina sentii male e decisi di smettere e non farlo mai più e c’ero riuscita fino a quella mattina, quando Vanni si mise in testa di sodomizzarmi.
Tra l’altro Vanni era ben dotato e a volte quando avevo rapporti sessuali sentivo la vagina piena, figuriamoci dietro pensavo.
Tutto inutile. Senza neppure lubrificarlo e contando sulla sua saliva esclamò: “Metti bene il culo fuori e in alto e quando te lo dico spingi come per fare la cacca!”
Lo sentii aprirmi le natiche con le sue mani ruvide, sentendo la cappella puntare e premere sull’ano.
Spinse costantemente con una pressione leggera che fece allargare gli sfinteri facendo entrare la cappella e mi fece inarcare e portare la testa all’indietro insieme a un grido di dolore.
Subito mi mise una mano sulla bocca per non farmi urlare e spinse di più.
Iniziai a gridare dal dolore dietro la sua mano sulla bocca, che mi lasciava libere solo le narici per respirare, ma lui senza alcuna remora continuò ad infilarlo dentro al mio ano sofferente.
“Noo!! Noooo!!! Noooo!” Urlai forte emettendo dei suoni soffocati dalle sue dita davanti alla bocca, mentre spingendo entrava inesorabilmente in me, nel mio retto, facendomi male e venire le lacrime agli occhi.
“Sshhhhhh!!!!!” Ripetè.
Non urlare che ti sentono da fuori e vengono a vedere che succede e ci vedono mentre ti inculo.” Disse ridendo.
Vedendo che volevo parlare tolse un poco la mano dicendo:” Che c’è?”
“Allora smettila, levalo! Levalo per favore che mi fa male.” Balbettai.
E lui per risposta, come aveva fatto quando mi aveva abusata, iniziò a schiaffeggiarmi forte la natica, sempre più forte, facendomela diventare rossa e dolorante iniziando a ripetere in dialetto come in preda a un Raptus: “A fare chillo ca dico io!! (Devi fare quello che dico io!)!” Con la sua voce roca dal fumo e dall’eccitazione, spingendo nel frattempo ed entrando maggiormente in me lentamente nel mio retto, con un grido di sofferenza sotto la sua mano sulla bocca quando lo sentii allargare gli sfinteri e superarli con la sua cappella gonfia. Spinse di più e più forte e in fondo con un colpo deciso, entrando e lacerandomi l’ano, facendo cedere gli sfinteri, divaricandoli tanto da romperli tra le mie urla soffocate e il mio pianto come quello di un agnello sgozzato.
Mi dovette continuare attappare la bocca perché il dolore che stavo provando per avere il suo cazzo infilato per la prima volta nel culo era terribile. Mi aveva sodomizzato: “E’ atroce!” Pensai piegata con la testa bassa e tutti i capelli lunghi e scuri che mi cadevano sulle spalle e sul volto. Pensai di non farcela per il troppo dolore, a malapena distinguevo dov’ero e imprecavo verso di lui, quell’aguzzino che allungando la mano, iniziò ad accarezzarmi la schiena e i capelli, cercando di farmi coraggio: “Su! Il peggio è passato, ora sono dentro di te, vedrai che appena incomincio a muovermi e a incularti ti piacerà!” Mi sussurrò volgarmente tra le lacrime cercando di farmi coraggio mentre io mi lamentavo ossessivamente e con l’altra mano per reazione mi aggrappavo e battevo il lamierino della parete per sfogare il dolore.
“Ti passerà presto vedrai, lo tengo ancora un attimo fermo così il retto si abitua e il dolore scomparirà presto e poi ti inculo!”
In quella posizione mi chinai, mi piegai sui gomiti e quasi senza volerlo abbassai il viso a terra mostrandogli involontariamente e donandogli maggiormente il sedere e piangendo attendevo che cominciasse a muoversi e che mi inculasse. Quando iniziò, si mosse con padronanza e sicurezza come se il mio culo fosse suo, accarezzandolo o battendolo, o appoggiando le mani sui fianchi inculandomi come se fossi un trofeo per lui.
Avvertivo le contrazioni anali forti, fortissime, il mio ano reagiva a quel corpo estraneo di carne dura dentro allargandosi e stringendosi ritmicamente e facendo così in quel modo si dilatava di più, rilasciandosi e facendomi sentire meno dolore.
Continuò a incularmi lentamente e profondamente dicendomi anche parole dolce alle orecchie: “Hai un bel culo Lina…la mia Angiolina…! L’avevo sempre desiderato quando ti vedevo passeggiare con tuo marito per strada e ora è mio! … Miooo!! “Urlò, e tenendomi per i fianchi continuò a incularmi, incurante del mio fastidio e suppliche che rimanevano inascoltate.
In quella strana posizione animale, mi sodomizzava, prendendomi per i fianchi e tirandoli a sé sbattendomi forte su di lui, il suo pube contro le mie natiche e allungando in braccio sotto, in quella brutalità mi sollecitò il clitoride appoggiando le dita su di esso iniziando a titillarmelo, facendomi mio malgrado, iniziare a provare piacevolezza di quella pratica contro natura, della sodomia.
La sofferenza sotto i suoi colpi e le sue spinte in breve si tramutò in insensibilità e successivamente in piacevolezza per poi provare una sorta di benessere interiore, rettale pur sentendomi piena della sua carne, iniziando mio malgrado non volessi ancora a godere.
Provavo sensazioni strane e contrastanti tra loro.
Vanni sempre con una erezione spaventosa, mi teneva e sbatteva a pancia in giù senza attenzioni, mi montava come se fossi stata un vero animale e mi sodomizza con energia, a volte accarezzandomi i glutei a volte battendoli forte con la mano a sculacciarli e altre volte allungando la mano nel pube, mi titillava il clitoride o accarezzava il seno.
Come la prima volte ero immobilizzata, dalla posizione, dal suo cazzo dentro me e dal suo vigore maschile. Lui sempre insensibile ai miei lamenti e alle mie imprecazioni che pur nel piacere manifestavo, mi sbatteva con dei colpi brutali. La sofferenza era diventata fastidio e si era trasformata in piacere e non capivo più dove finiva l’uno e iniziava l’altro, non riuscivo a distinguere il piacere dal dolore e il tempo sembrava non passasse mai e si fosse fermato.
Fu una inculata lunga e brutale, ad un tratto accelerò i colpi, sentii il suo cazzo correre nel mio retto ormai slargato. Assurdamente provavo piacere e godevo dall’essere inculata da lui… ancora una volta aveva vinto, mi aveva sottomessa e brutalizzata con vigore ma provavo uno strano piacere ad esserlo, non solo fisico, ma anche mentale. Mi inarcai d’istinto mentre lui si muoveva rapidamente scaldando e dilatando di più gli sfinteri facendomi godere, stavo per avere l’orgasmo anale, un orgasmo diverso, mai avuto prima. Lui emise suoni gutturali che sembravano grugniti come un maiale e il porco che era: “Ghhh...Vengo! Vengooo!! Vengooooo!!” Urlò a bassa voce sotto lo scroscio della pioggia sulla lamiera del tettuccio sborrandomi dentro, riversando i fiotti caldi del suo piacere e del suo sperma nelle viscere e mi sentii riempire oltre che dal suo cazzo, dal suo seme caldo facendomi gemere, ma di piacere: “Aaaaaaaahhhh!!!!!!!!!!!!!!” Lungo come una cantilena, mentre avvertivo il mio retto spasimare e contrarsi forte a quelle sollecitazioni peniene e sprigionare piacere anche nella pelvi. Ebbi un gemito che fu come un rantolo, scuotendomi tutta, mentre mi prendeva e premeva avidamente il seno.
Il suo sperma caldo mi riempì a getti dentro di me, era mostruoso sentirsi contaminare dal suo seme dentro il retto.
Quando sazio il suo cazzo decise di uscire dal mio carnoso sedere, lo tirò fuori e si sentì il suono dei fiati del mio intestino gorgogliare e far uscire aria da esso anche rumorosa, con mia profonda vergogna. Mi lasciai andare a terra sui cartoni e chiusi gli occhi, li riaprii sentendolo ridere, lo guardai con quella sua risata stupida mostrandomi il suo fallo sporco di feci.
“Ti devi pulire le prossime volte! Prendere le purghe o farti i clisterini come i bambini.” Disse ridendo ancora.
Richiusi gli occhi, ma dentro a quel cabinato nell’aria viziata, si avvertiva pungente l’odore del mio gas intestinale e di quello volgarmente che mi aveva mostrato sul suo fallo.
Piena di vergogna e imbarazzata mi alzai e rimisi a posto imprecando contro di lui dicendole:
“Sei un bastardooo!! Una persona inaffidabile, senza parola e onore! Non mi vedrai mai più!”
Mentre lui rispondeva:” E dai…hai goduto!”
“Porco! Maiale! Non mi vedrai mai più!” Ripetevo furiosa.
Uscii dal furgone con l’intenzione di non vederlo mai più davvero, lo odiavo, per la seconda volta aveva abusato di me.
Passai giorni terribili con l’ano indolenzito perdendo aria involontariamente e macchiando le mutandine di feci quando facevo aria.
Lui mi mandava messaggi, il display si accendeva e compariva la scritta Rosy, che era lui. Ma non risposi mai, lo lasciai chiamare. Era inaffidabile, un uomo senza parola, ma mi voleva, lo sapevo che mi voleva e smaniava per me.
Un giorno visto che non rispondevo si presentò davanti a me all’improvviso mentre facevo la spesa e camminavo, lo guardai e non lo calcolai, sembrava in quel momento che ero riuscita a lasciarlo, a disfarmi di lui …sembrava.
Su sua richiesta in quell’incontrarci accettare la richiesta di incontralo e parlarle, volevo dirgli:” Basta è tutto finito!” E non volevo farlo in strada dove mi conoscevano. Erano passati quasi cinque mesi.
Ci vedemmo ai margini del mercato in una città vicino.
“Io ti voglio bene… ti amo davvero!” Disse sincero.
“Sei solo un porco che non mi rispetta! Non mi hai mai rispettata!” Risposi.
“Ti voglio di più di amante, voglio che vieni a lavorare con me Lina! Te la sentiresti?”
Restai spiazzata da quella proposta, era da parecchio che ero disoccupata. “Lavorare con te… Come? …Al mercato?” Chiesi stupita.
“Si! Al mattino, a vendere sulla bancarella!” Rispose lui:” Ti pago bene!”
Fu una sorpresa quella richiesta che mi spiazzò davvero e lusingò.
Non dissi di no, visto che cercavo lavoro, ma evidenziai i miei limiti di moglie siciliana: “Ma non so!... Non l’ho mai fatto questo lavoro, non so se sarei capace a vendere.”
“Impari, ti insegnerò io come fare… vedrai che impari!”
“E poi dovrei chiedere il permesso a mio marito per lavorare con te! E non so se lui accetterà, anzi credo di no!”
“Glielo chiedo io!” Rispose subito.
“Tu?... Ma sei pazzo? No, assolutamente… non voglio! Ho paura!”
“Gli parlerò io a Tottuccio…” Dissi, ma per timore che sospettasse qualcosa non lo feci mai. Cosa potevo dirgli:”Tottuccio, Vanni mi vuole come commessa al mercato?”
E lui avrebbe risposto: “E’ perché proprio a te con tutte le femmine che ci sono? ...” Così lasciai perdere e non gli dissi nulla.
Nel frattempo cedetti ai suoi sms e tornai a chattare con lui e a rincontraci nel suo garage e non so nemmeno perché ci tornavo, forse era davvero la sindrome di Stoccolma che mi attanagliava, di attrazione tra vittima e carnefice a riportarmi da lui a rincontrarlo ed avere ancora altri rapporti sessuali consenzienti. Lo temevo ma mi sentivo pure attratta da lui.
Passarono ancora alcune settimane, erano quasi sette mesi dal mio abuso sessuale e stava finendo l’inverno ed entrando di nuovo in primavera. Un tardo pomeriggio mentre passeggiavo a braccetto di mio marito, con mia figlia vicino nel corso principale davanti ai dehors lo vidi per caso seduto. Lui si alzò e venne verso di noi, pensavo che ci saremmo incrociati con un saluto di cortesia come era successo altre volte, quando lo vidi avvicinarsi a noi guardando mio marito. Mi venne un colpo il cuore che mi si mise a battere forte:” Ma che fa? “Pensai:” Non avrà mica intenzione di dire di noi a Salvatore? M’ammazza se lo sa!” Considerai.
Quando fu davanti a noi ci salutammo educatamente e con rispetto e ci fermò a parlare del più e del meno e dei ragazzi che studiavano ... e poi Vanni avvicinandosi a mio marito disse:” Permette voscenza?!” (Che si tratta di un titolo utilizzato in Sicilia, specialmente nell’uso parlato, per rivolgersi con deferenza a persone rispettate e stimate.”
“Scusate se mi permetto Totò… ho saputo da una paesana che vostra moglie è restata disoccupata senza lavoro…” Disse serio.
Mio marito annuì con il capo, mentre lo tenevo sempre a braccetto.”
“Eh sì purtroppo, c’è crisi!” Rispose.
E Vanni continuò: “Se mi permettete Salvatore, senza offesa e mancanza di rispetto a voi e alla vostra signora, io cerco una commessa, sapete che al mercato vendo biancheria intima femminile e un uomo non è adatto a parlare e a rapportarsi con le signore per discutere di certi indumenti e certe cose e per i miei articoli meglio sarebbe se ci fosse una donna, è più indicata.” Fece una pausa e continuò:” Da quando è mancata la mia povera moglie ho preso ragazzi e ragazze, ma non erano adatti e se ne sono andati o li ho licenziate, le donne preferiscono un’altra donna come loro per parlare di reggiseno e mutandine!” Disse:” Per questo volevo chiedervi se lo acconsentite e lo permettete alla vostra signora, di venire a lavorare con me sul mercato a fare la commessa, visto che sono solo e non ho più aiuto.” Proseguendo:” Se l’autorizzate potrei assumerla io come commessa nella bancarella per i rapporti con le clienti, lavorerebbe solo al mattino e qualche pomeriggio quando ci sono le fiere e la metterò in regola con i libretti, ferie, tredicesima e tutto il resto o se preferite il pagherò a giornata, come volete voi Tottucciò!” Disse chiamandolo confidenzialmente da Salvatore a Totò a Tottuccio.
Restai sorpresa da quella richiesta non me l’aspettavo che dicesse sul serio e lo restò anche mio marito.
“No… se accettiamo deve essere messa in regola con tutto anche con l’Inps!” Rispose.
“Certo come vuole vossia…” Disse Vanni.
Mio marito si voltò verso di me abbozzando un sorriso guardandomi e chiedendomi: “E tu ci andresti a lavorare con il signor Vanni ? … Ti piacerebbe fare il mercato? “
“Se lo vuoi tu si!” Risposi io, aggiungendo:” Io se si tratta di lavorare sono pronta, solo che non l’ho mai fatto questo mestiere.”
“Oh questo non è un problema signora Angiolina, imparerete a vendere e vedrete che è facile. Come detto vi pagherei a settimana o mese e vi darei messa in regola 300 euro alla settimana, 50 euro al giorno, per lavorare solo il mattino e se ci sarà da lavorare qualche pomeriggio in magazzino a dividere gli arrivi vi pagherò extra. Giornate piovose comprese. “Disse, aggiungendo subito: “Che non sempre si lavora.”
“Ma dove sarebbe?” Chiese mi marito.
“Si tratterebbe di questi sei paesi vicini … dal lunedì al sabato.” E disse i nomi elencandoglieli, tutti in provincia aggiungendo:” …E come dicevo prima c’è anche qualche festivo o festa patronale particolare dove si fa la fiera tutto il giorno, ma come detto verrebbe pagata a parte.”
Mio marito si voltò ancora verso me e mi guardò: “Ci vui ire!?” (Ci vuoi andare !?) “Mi chiese in dialetto siciliano con un mezzo sorriso.
“Pi mmia si vuoi tu!” (Per me si se vuoi tu!) Risposi io muovendo anche il capo in modo affermativo con un mezzo sorriso nascosto mentre mia figlia mi stringeva a braccetto dalla parte opposta a mio marito.
“Va bene!” Esclamò mio marito.
“Bene!” Rispose Vanni sorridendo e guardandomi, visto che ora aveva anche il permesso di mio marito per potermi vedere senza sospetti:” Allora qua la mano! Tra uomini d’onore come noi una stretta di mano vale più di qualsiasi carta!” Disse e se la strinsero davanti a me, come si usa da noi, come se facessero un patto e firmassero un contratto.
La parola tra uomini rispettati e gente d’onore tra di noi siciliani vale più di tanti pezzi di carta. Non sapendo mio marito di cedermi inconsapevolmente a lui di cui ero già amante e ora mi acquistava pagandomi lo stipendio … per avermi tutti i giorni vicina.
“Quando incomincia?” Chiese mio marito.
“Quando volete voi Tottuccio anche domani.” Rispose lui, era un venerdì.
“Facciamo lunedì va bene?” Disse mio marito.
“Va benissimo!” Rispose Vanni aggiungendo:” Se intanto domani pomeriggio venite tutte e due nel mio magazzino, mi portate le fotocopie dei documenti di lavoro che così la faccio mettere in regola e intanto vi faccio vedere la disposizione delle scatole nel furgone.
“Io non posso domani pomeriggio lavoro…” Disse mio marito, aggiungendo:” … Eh sì anche di sabato, abbiamo due figli da mantenere a scuola, ma verrà mia moglie a portarvi le carte.”
” Va bene!” Dichiarò Vanni.
Sarà assurdo, ma io e mio marito tornammo a casa felici, mio marito nella sua inconsapevolezza di cosa ci fosse sotto e io perché avevo trovato un lavoro e anche perché stupidamente ne diventavo sua amante ufficiale ….
“Guadagnerai quasi come me!” Disse mio marito:” Certo milleduecento euro al mese ci fanno comodissimo!” Esclamò usando il superlativo come si usa spesso nel parlare siciliano.
Così lo dicemmo a casa a mia mamma… e ai ragazzi che iniziarono, mia figlia a chiedere: “Allora mamma a me portami… questo e quest’altro!” E il ragazzo, invece a me …” Oppure c’è le avete le magliette di …”
“Calma ...calma! Devo ancora iniziare.” Risposi ridendo stupidamente della mia contentezza in un momento di estraneazione dalla mia situazione reale.
Mia suocera si intromise dicendo:” È bravo Vanni, una brava persona, tienitelo caro questo lavoro con lui…”
Il pomeriggio del giorno dopo andai nel magazzino gli portai la fotocopia dei documenti e il libretto di lavoro che aveva chiesto: “Sei contenta di lavorare per me?” Mi chiese.
Sorrisi.
“Dimmelo per favore!” Disse in dialetto.
“Si lo sono… ma mi hai rispettare!” (ma mi devi rispettare!) Dichiarai.
“Certo…certo!” Rispose, e poi gli dissi.
“Ma scantasti ieri quando venisti a parlari con mio maritu.” (Mi hai spaventato ieri quando sei venuto a parlare con mio marito.)
“Non ti farei mai del male…” Rispose sorridendo.
Sembrava cambiato, davvero innamorato e io verso di lui provavo un’attrazione e devozione affettiva più che sessuale.
Poi per la prima volta mi portò su avendo l’appartamento sopra il garage facendomi vedere casa sua, una bella casa grande e spaziosa, ben arredata, dove viveva solo dopo che era restato vedovo e inaspettatamente si mise a piangere, chiedendomi scusa di quello che mi aveva fatto:” Sono un uomo solo… non ho nessuno qui! Solo a te!”
Mi fece pena e tra suoi toccamenti e carezze …. finimmo a fare sesso nel suo letto matrimoniale, come se fossi sua moglie, lasciandoci con l’accordo di vederci lunedì mattina alle sette
Sembrerà assurdo, ma nei mesi arrivai lentamente in quella specie di comportamento e relazione a sentire sentimenti anche positivi verso di lui., forse dettati dalla pena.
Sapevo com’era sessualmente, cosa le piaceva e lo invitai ad essere più pulito, a lavarsi di più vista la nostra vicinanza anche lavorativa.
Devo dire che accettò i miei consigli e pian piano cambiò, iniziò a vestirsi meglio a fumare meno ed essere meno volgare, addirittura anche a profumarsi.
Nel lavorare insieme in quella bancarella molti che non ci conoscevano ci scambiavano davvero per marito e moglie.
“Me le aveva date suo marito l’altra settimana signora…” Diceva qualcuna per farsi cambiare i pezzi.
Vanni non diceva niente, sorrideva, mentre io le prime volte puntualizzavo:” Non sono sua moglie, ma solo una lavorante, una commessa!”
Ma fu tutto inutile, la gente che non ci conosceva continuava a crederci marito e moglie, finché lasciai perdere facendo credere davvero che ero sua moglie. In tanto i clienti e i turisti non ci conoscevano, venivano, compravano e se ne andavano e molte non le vedevamo più, erano villeggianti e tornavano a Milano -Torino o altre città. Quindi che lo pensassero pure, lo accettai, ma non lo dissi mai a mio marito che molte clienti ci scambiavano e pensavo che fossi la moglie di Vanni, anche con una certa pena verso di me vedendo la sua bruttezza e differenza di età. E proprio per questo motivo non ci furono pettegolezzi, Vanni era proprio brutto per avere una donna bella come me, e molte pensavano che fosse impossibile che io mi accoppiassi con un essere simile. Lo stesso mio marito e i miei parenti lo pensavano.
Loro come si usa in Sicilia le avevano dato un soprannome per il suo aspetto:” U bruttu!” Lo chiamavano in famiglia.
Con i suoi insegnamenti e consigli imparai a vendere a rapportarmi con le clienti e aveva ragione lui, le donne preferivano rapportarsi con me che ero una femmina per consigli e confidenze di problemi e difetti intimi, con lui non lo facevano.
Passarono viversi anni e io ora interiormente non riesco ad amarmi come prima, sono sempre ipercritica verso me stessa, anche se mi dico: “Non è colpa mia quello accaduto…” Ormai ho l’autostima distrutta completamente e non riesco a volermi bene.
E la situazione che si è creata tra di noi, morale e fisica, l’abuso subito diranno molti?
Perché di abuso si è trattato.
Riflettei pure molto su quel contesto che si era creato e alla fine valutando la mia condizione morale e tutti i pro e i contro di quella situazione che ormai vivevo, con la testa della madre di famiglia decisi di portare da sola questo enorme fardello e salvaguardare la famiglia da una vergogna e dolore inutile. Ragionando preferivo passivamente accettare quell’uomo piuttosto che odiarlo. Odiarlo significava affrontare tutti i giorni la sensazione d’impotenza, la situazione drammatica in cui mi ero trovata, l’angoscia e il tormento dalla quale non vi era via d’uscita. Accettarlo viceversa, mi portava ad estraniarmi, a sentirmi al sicuro a non “dannarmi” come diciamo noi in Sicilia, crearmi una sorta di pace interiore e, riuscire a vedere Vanni in modo diverso e non solo all’interno della situazione drammatica che avevo vissuto e che ancora vivevo da adultera.
Non c’era via d’uscita se non il disonore, la vergogna e la separazione da mio marito se non peggio… sarebbe stato un dolore per me non sopportabile e per questo accettai di lavorare con lui e vivere da amante, essere una sua seconda moglie e lui come un marito segreto per me che a volte sgridavo anche. Era un meccanismo di difesa quello di accettarlo come persona normale senza odio e rancore, come lo era la dissociazione di me stessa, la rimozione dell’accaduto e la regressione dei miei comportamenti.
Come dicevo sopra, ora ho una bassa autostima di me e degli altri, li vedo tutto in modo diverso con più criticità.
Avrei voluto parlarne con qualcuno, ma avevo paura, una fottutissima paura che insieme a una strana attrazione per lui mi dominava e non mi permetteva di dire “basta.”
A volte penso a quante altre donne capita… e allora dico “Anche se io non l’ho fatto, voi fatelo, bisogna denunciare se si ha il coraggio…” se no tacere per sempre come ho scelto io. Ma credetemi non è facile decidere né in un modo né in un altro, di denunciare un abuso sessuale, sembra semplice… io non lo denunciai per mentalità, paura e vergogna, per non affrontare il disonore e l’umiliazione di non essere creduta e essere additata come se ci fossi stata io con lui di mia volontà, come se fossi la colpevole e ora mi trovo così, in parte succube di lui che mi tratta a volte come una serva e altre come una vera regina e piange se minaccio di lasciarlo.
A mio marito, ai miei figli ho voluto proteggerli dal disonore e dalla compassione della gente, non oso immaginare quanto ne avrebbero sofferto se fosse diventato di dominio pubblico.
E poi, quel giorno nel corso… senza saperlo mio marito con quella stretta di mano con Vanni, fu come se gli avesse dato lui il permesso di accoppiarsi con me, come se avesse accondisceso a continuare quello che lui ignorava e noi facevamo già.
Quel sopruso sessuale che subii da Vanni cambiò la mia vita, ma la cambiò ancora di più il sentirmi poi attratta da lui fino a diventarne la sua amante e accettare di andare a lavorare assieme a lui gomito a gomito che ci faceva vivere una sorta di confidenza maritale, di coppia e sentire più intimi, quasi famigliarmente. Prendendo confidenza, la paura e il ribrezzo che avevo provato all’inizio verso di lui si attenuò lasciando il posto a una forma di accettazione, fisica mentale e sociale, provavo pena e attrazione nei suoi confronti.
Quella brutta esperienza mi aveva causato alterazioni psicologiche e sessuali. Non riuscivo più e non riesco a provare piacere ed avere orgasmi con mio marito, a meno che quando lo facciamo non finga o pensi a Vanni e, lo faccio spesso di pensarlo (quasi compulsivamente) quando facciamo sesso io e Salvatore. Il praticare l’amore con mio marito non c’è più, lo lascio avere sesso con me per sfogarsi, sono cambiata.
Con il tempo ho capito che oltre all’attrazione fisica e il desiderio sessuale nei miei confronti, in lui si erano formate e prevalevano altre emozioni, si era innamorato di me, gli piacevo molto da impazzire, ma non solo per l’aspetto fisico, ma anche per i miei modi di fare educati e molte volte mi diceva:” Tuo marito è un uomo fortunato ad avere una donna come te... se ti lascia ti sposo subito io!”
Aldilà dei suoi modi di fare mi assecondava anche nelle mie idee di disporre la bancarella cambiando disposizione degli articoli e dell’allestimento e con l’affiatamento divenni più decisa e a volte gli rispondevo anche. Con la confidenza divenuta amicizia e poi rapporto di coppia ci furono momenti che avemmo anche delle discussioni animate per il lavoro e anche litigi. Un giorno dalla rabbia piantai tutto e me ne andai lasciandolo solo nella bancarella al mercato, mi venne dietro a cercare dicendomi quasi supplicandomi di tornare con lui, che non mi avrebbe lasciata andare via, di ritornare che oramai senza di me non sapeva stare. Era solo, non voleva che lo lasciassi, aveva paura che me ne andassi davvero, mi considerava importante per lui, davvero come sua moglie e aveva bisogno di me non solo sessualmente ma come vicinanza e accudimento.
Passavo più tempo con lui che con mio marito visti i miei e i suoi orari di lavoro. I miei dalle sei del mattino alle 14.00 con qualche pomeriggio, e quelli di mio marito dalle 8.00 alle 18.00 e quindi con Tottuccio ci vedevamo solo alla sera per cena e a letto il sabato sera a fare sesso. In compenso i pomeriggi liberi li passavo con i miei figli. I soldi non mi mancavano, guadagnavo bene, più di quello che aveva pattuito con mio marito, mi dava anche dei fuori busta e non mancava nulla a me e ai mei figli di abbigliamento, non solo intimo di marca, ma anche nel vestire.
Gli ultimi tempi dopo anni che eravamo insieme, per dimostrami il suo amore e quanto ci tenesse a me, mi volle in società con lui, dividere l’incasso tra me e lui tolte le spese...
“Io tra qualche anno me ne torno al paese, in Sicilia:” Mi disse un giorno:” E ho deciso di lasciare tutto a te che sei stata la mia compagna in questi anni. Io oramai sto bene economicamente, ho la casa e potrei vendere la licenza a qualcuno, ma voglio lasciarla a te con tutta la bancarella, furgone! E per fare questo senza pagare tasse bisogna che prima entriamo in società. Questa è una dimostrazione d’amore per te!” Mi disse.
Accettai contenta, non mi sembrava vero diventare titolare della bancarella anche ufficialmente essendolo già formalmente, ma solo a una condizione, che non dicesse nulla a mio marito. Accettò. Lo feci un po' perché temevo la sua reazione a quelle elargizioni che gli avrebbero portato dei sospetti e mi avrebbe fatto mille domande e un po' perché volevo un po' di soldi per me senza doverli dare a mio marito in casa. A lui davo soltanto lo stipendio, tutto il resto lo tenevo io e in seguito mi aprii un libretto bancario, dove ogni mese versavo dai 600 ai 800 euro extra.
Andammo nell’ufficio dei commercianti nel suo comune di residenza e dal notaio e costituì la società davanti a me. Non so se lo facesse solo per legarmi di più a lui e avere maggiormente i miei favori, comunque dentro di me ne fui contenta.
La licenza divenne intestata a entrambi. Fu un momento felice quel periodo, mi aveva rinvigorita, e iniziavo a tenermi di più fisicamente, nell’aspetto e nel vestire e i conoscenti dicevano che ero diventata più bella e inoltre potevo finalmente comprare qualcosa per me e ai miei ragazzi e in casa nostra non mancava più nulla e molte compaesane come dicevo sopra erano invidiose....
Mi insegnò anche a guidare il furgone anche se era grande e avevo paura, più che altro a fare manovre e a posteggiarlo bene negli spazi dei mercati dentro i segni stabiliti dai comuni, per mettere l’ombrellone e la bancarella davanti.
Capitò che lui fu malato, prese l’influenza come del resto in cinque anni capitò anche a me e lui restò a letto e mancò quasi un mese e mi invitò ad andare da sola a fare i mercati e a trovarmi qualcuna che mi potesse aiutare ad allestire il banco, mia sorella o qualche amica, ma d’accordo con mio marito andai con mia figlia ormai adolescente e le insegnai a vendere gli indumenti intimi e le piacque il lavoro dell’ambulante. Aveva solo quindici anni e finita la terza media era disoccupata e qualche volta che lui non veniva mi aiutava lei.
Negli anni la sua patologia cardiaca aumentò, aveva sessant’anni, problemi di prostata e era stato operato per quello e dopo l’intervento non riusciva più a chiavarmi, non aveva più l’erezione, come se fosse un castigo di Dio… Non stava bene, aveva paura e decise di ritornare in Sicilia dove era sepolta sua moglie e c’erano tutti i suoi parenti, così mi propose di acquistare la sua metà della licenza e tutta l’attrezzatura per il mercato.
L’idea di mettermi in proprio e vivere una vita imprenditoriale anche se nel mio piccolo mi entusiasmava e mi esaltava diventare indipendente da tutto e da tutti soprattutto economicamente.
La metà della licenza era già intestata a me e quindi bastava che lui si ritirasse dalla società davanti a un notaio e lo mettessi per iscritto che diventava mia, ma dovevo pagargli le attrezzature e facemmo fare una stima delle spese e del valore di tutto.
Il furgone per i mercati rappresentava l’importo principale ed avendo pochi anni e all’interno l’allestimento base essendo predisposto con scafali e sistema di illuminazione del cabinato fu stimato 15.000 euro. Gli arredi esterni, tende retrattili, ombrellone e bancarella 3.000 euro. L’attrezzatura aggiuntiva e materiali per la vendita, bilance, casse, contenitori, espositori portatili, insegne e accessori 1.000 euro. Licenze, permessi e pratiche burocratiche comprese la SCIA, la licenza comunale per la vendita itinerante, l’iscrizione al registro Imprese e la partita IVA che io avevo già. 1.000 euro. Le scorte di prodotti e di merce in magazzino per la i vendita. 3.000 euro. Ma il prezzo più alto era il magazzino che vendeva anch’esso a 15.000 euro staccato dall’appartamento che l’avrebbe venduto a parte.
Il totale stimato di tutto fu di 38.000 euro, che non avevo e Vanni lo sapeva. Mi venne incontro visto quello che c’era stato tra di noi, che per sei anni ero stata la sua amante dicendomi di dargli almeno 20.000 euro, che tolti 5.000 che avevo messo da parte io nel libretto nascosto da mio marito, restavano 15.000 euro da dargli.
D’accordo con me disse a mio marito che visto che ci lavoravo ne chiedeva solo 15.000. Parlai della proposta e dell’occasione a mio marito, le spiegai che lui andava via, tornava in Sicilia e mi aveva proposto di comprare tutto per 15.000 euro, che era un’occasione che da padrona avrei guadagnato bene. Ma purtroppo non avevamo quei soldi, solo pochi risparmi, mia sorella poteva darmi 1000 euro, ma erano influenti, così andammo in banca e facemmo un prestito di 15.000 euro da rimborsare in cinque anni, in 60 mesi con rate da 300 euro circa e così quasi a cinquant’anni iniziai la mia avventura da imprenditrice e sto pagando tutt’ora il finanziamento.
Così presi a lavorare da sola con mia figlia come aiutante e nel periodo di alta stagione veniva mia sorella ad aiutarmi.
Ora guadagno di più, so gestirmi e muovermi da sola, mi ha insegnato tutto Vannio, conosco i prezzi, i fornitori, (anche quelli illegali), so fare gli scontrini alla cassa, le ricevute, portare le fatture dal commercialista e so gestirmi da sola quando lui non c’è.
Oramai sono diventata una brava commerciante ambulante, questo ormai è il mio lavoro, ho imparato in fretta e pratico le loro abitudini, alzarmi presto, d’inverno stare fuori al freddo ben coperta soprattutto piedi, mani e fronte e d’estate al caldo, scoprendomi quel tanto che basta per non perdere la dignità. Al mattino oltre a preparami, ho preso l’abitudine di fare i miei bisogni fisiologici prima di uscire. Mio marito un giorno mi chiese curioso le stesse cose che io avevo chiesto a Giovanni quando iniziai:
“Ma quando ti scappa! Come fai?” Mi domandò lui.
“Come fanno tutte le signore che fanno il mercato ...” Risposi e gli spiegai:” ...Vado al bar più vicino, prendo il caffè e chiedo dov’è la toilette.”
“Si, ma se hai bisogno urgentemente?” Domandò ancora.
“Se ho un bisogno impellente o mal di pancia ...?” Risposi ridendo:” ... faccio una corsa!”
La prese per buona, ma non era così. Se era davvero un bisogno impellente come poteva capitare e successe e non c’era il tempo di giungere al bar oppure i bar erano distanti o peggio chiusi per turno di riposo … e il bisogno era solido, si face a uso di Sicilia, come se fossimo in campagna, si ci chiudeva nel cabinato del furgone, si mettevano parecchi giornali per terra, si ci accovacciava sopra e… si defecava lì. Poi si faceva un pacchettino con il giornale si metteva tutto in un sacchetto di plastica e si gettava nel cassonetto delle spazzature più vicino, lasciando aperti gli sportelloni a far girare l’aria.
Il problema a fare così, era l’odore che restava dentro, io lo feci solo due o tre volte, poi mi rifiutai, mi impuntai e feci acquistare a Giovanni un wc portatile che sono chimici e non costano nemmeno tanto e non ingombrano, per essere un po’ più civili e come i cristiani e sono quelli che hanno nelle roulotte e lo mettemmo in un angolo del cabinato, utilizzandolo solo in caso di estrema necessità, quando mancavano i presupposti soprascritti di andare al bar. E comunque è servito poco, soprattutto per me, lo usò qualche volta che venne ad aiutarmi mia figlia e mia sorella.
Di quel che ne dicono e vociferano le compaesane cattive e maligne e anche invidiose della mia posizione, che mormorano alle spalle non mi interessa, ora mi trovo bene economicamente e ne avvantaggia anche a tutta la mia famiglia di questo benessere. I miei parenti, cognate e sorelle e mio marito per primo non penserebbero mai che una donna fine come me si sarebbe messa con un uomo come Vanni.
Ma chi avrebbe mai detto che da un abuso sessuale nascesse una storia, non dico d’amore, ma di sesso con il mio oppressore?
in questi anni sono cambiata molto dentro e fuori, mi tengo di più esteticamente, ma dentro di me non sono più la moglie e la mamma di prima, ma una donna diversa, una siciliana emancipata….
Ora quando sono sola, senza mio marito e vendo al mercato, accetto i sorrisi e gli sguardi dei vicini di bancarella, fornitori, clienti e conoscenti e li ricambio, e a volte con civetteria li faccio pure io guardandoci negli occhi e sorridendoci.
Angiolina una siciliana.
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